martedì, 11 dicembre 2007
tre gru

Lui parla nell’aria umida e lei si guarda intorno distratta. Non giudico i miei clienti, però li devo capire se voglio fare un bel lavoro, pulito, soddisfacente. Non ho una morale, non c’entra. I miei clienti quando non sono soddisfatti me la fanno pagare, a parte che prima di farmela pagare non mi pagano e poi i ragazzi chi li sente. Lei ha gli arti esili, le tette pesanti e il culo a palla. E’ vestita mezzo militare ma tutto questo si vede, si vede anche un pezzo laterale di tetta chiaro, con le vene in rilievo, si vede la caviglia sottile su quei tacchi a spillo con la suola in vibram. Se le vedo io, figuriamoci lui.

 

Sono abituato a essere sottovalutato. Sono considerato come un servo, un robot. A me importa fare quello che ho da fare e poi andarmene, soprattutto quando si lavora sulle isole e ai limiti delle normative, per dire le cose come stanno. Stanno come le metto su io.

Ma qui ci sono ancora da capire molte cose.

 

“Accompagna lei a casa Marina?” dice il mio cliente, porgendomi le chiavi del motoscafo. Ha parlato così tanto che si è fatto notte.

L’ho ascoltato tutto il tempo che ci voleva, anche se ogni parola serviva a dire sempre le stesse tre cose: Marina la scopo io, tu lavori per me, guai a te se la tocchi.

Scherzo.

Ho preso Marina e le chiavi del motoscafo. Prima però mi sono chinato e ho lasciato incastrate sotto la catena quattro banconote da cento euro, casomai il tipo con il jack nell’ombelico ne avesse bisogno. Sì, sono finalmente riuscito a convincermi che sapeva senz’altro nuotare.

 

postato da: Airid alle ore dicembre 11, 2007 09:21 | Permalink | commenti (30)
categoria:buchi, transito, luther ritrovato
martedì, 10 aprile 2007

Il culo della cameriera

 

Le chiappe tonde fasciate di grigio della cameriera ricordavano lucidamente la necessità di scrivere commenti sensati, mirati, strutturanti insomma. Struttura, costruzione, operazione trasformativa. Le due sfere turgide inglobate in un pantacalza indicavano la necessità di partecipazione critica assente da questo blog.  

 

Era infatti chiaro che così non si poteva andare avanti.

 

 A.: non c’è futuro. Un conto è se scrivi su carta, ma lì…

B.: si finisce per cazzeggiare anche se poi io non leggo, non ci vengo mai.

A2: dovresti andare su un sito letterario, se è quello che cerchi.

 

Cazzo adesso mi sentono, ha pensato A0. Fisso delle regole e questo sarà di aiuto a tutti. Abbracceremo le regole come un rampicante il suo tutore.

I primi dieci post possono essere di palleggio,  il resto deve prendere posizione rispetto al testo. C’è un testo, per la miseria!

Forse era il contrario: almeno dieci post lucidi e poi facciamo salotto.

 

Parlavo di voi.

Vi insultavo.  

 

And I mean you, you, you.

No, tu no.

 

 A con zero vuole dare battaglia per piantare bandierine nelle pagine del suo tuttocittà. Lo ha rubato a B due anni fa, ma è della città sbagliata.

postato da: Airid alle ore aprile 10, 2007 09:38 | Permalink | commenti (60)
categoria:buchi, transito, la ricerca del nulla, strappi alle regole
venerdì, 02 marzo 2007

Troppo lontano

                                                        

Autotrasporti Maiorelli. Castorama. Sedia e sedie. Idraulica Assentilli e figlio. Alberi stecchiti e tetti di coppi sfondati. Un prato già verde.Vietato attraversare i binari. Un prato marrone.  Container tedeschi, polacchi e della cooperativa centese. Container di tutto il mondo. Ditta Pace.

Casolari.

 

Prima che l’antropologa partisse, alcune persone in divisa sono venute a prendere il signor Tang, che ha lasciato un appartamento totalmente vuoto dietro di sé. Forse ha messo anche lui l’aria condizionata a palla per fare le valigie senza doversi rifare la doccia quando tutto era stato già messo via.

I poliziotti non si sono levati le scarpe entrando in casa.

 

Forno. Un edificio industriale rosso dai vetri sfondati. Il Circo Togni. Alcuni campi brulli e il cielo grigio. Ferrara, si informano i signori viaggiatori, vietato attraversare, un campo da tennis coperto.

 

L’antropologa non ha voluto che gli amici indiani e i malesi l’accompagnassero all’aeroporto, uno parte solo e almeno si rilassa, non si chiede fino all’ultimo ma è possibile che gli amici dei miei amici siano amici quando alcuni sono tamil, neri, pelosi e indù e altri malesi, glabri e musulmani. Ha guidato fino all’aeroporto distrattamente, cercando di sentire il pathos della partenza ma attraversando il paesaggio familiare proprio così, come un paesaggio familiare.

Da ultimo si è levata le ciabattine chiedendosi se fosse proprio necessario, se davvero stesse andando in un posto dove tutti hanno i piedi impacchettati altrimenti gli si arrossano dal freddo.

 

Una cava di ghiaia.  Fiume Po.

 

Sono dodicimila chilometri che non si vedono tranne che sulla cartina del piccolo schermo assicurato al soffitto dell’aereo. L’antropologa ha ancora appunti da mettere in chiaro ma il movimento di quell’aerolino che si libra sul mare, simile a una rappresentazione istantanea di sé ma incapace di registrare i movimenti reali dell’aereo, che potrebbe anche star precipitando su Giava a causa di un pilota ubriaco mentre a video si vede lo zoom sulle isole Andamane, quell’aerolino si scava un piccolo tunnel più o meno fra le scapole dell’antropologa.

 

Argini, alberi stecchiti.

 

Sharifa Bhanu, l’antropologa sta scrivendo di lei. Due volte sposata, due volte abbandonata dopo poco, madre solitaria, operaia da Fairchild Semiconductors. L’aerolino allontana la sua faccia, la sua storia dello stregone che l’ha fatta ammalare perché la sua migliore amica potesse portarle via il primo marito, tanto poi lui ha lasciato anche lei con due bambini.

 

Una collina dalla punta arrotondata. Terme Euuu… Un cavalcavia di autostrada.

 

L’aerolino all’improvviso sta sorvolando Ankara, o mostra che l’aereo grande a bordo del quale si trova l’antropologa a lungo addormentata con il collo ad angolo acuto ha fatto circa diecimila chilometri. E’ vero, visto che di lì a poco scende e atterra a Roma.

 

Piccole fabbriche rettangolari, villette con la parabola sul tetto.

 

Sharifa? Rohaini? Un frutto tropicale che profuma di rosa e non si trova in vendita, jambu mawar? L’antropologa compie un itinerario per Roma, non uno a caso, e non da sola. Ci sono le colonne (che hanno un’anima di piombo) e i ruderi, c’è il dialogo in italiano con M. e le cose che si vogliono dire. Poi c’è un incontro con uno che le parla di virgole e gerundi, di potenza della scrittura e di postavanguardia.

 

Sharifa?

“Sì? Sono appena andata a prendere mio figlio. Ho tamponato e non so come pagare la riparazione”.

Maledetta, pensa l’antropologa, tu non puoi rispondere. Sei a dodicimila chilometri da qui. Non ti ho inventata.

 

Rohaini ha la divisa di Shanson. Le sue colleghe hanno la testa coperta ma lei no.

“Ciao! Allora quando ci facciamo una laksa in riva al mare?”

Yusri sta finalmente inaugurando il suo nuovo commercio ambulante.

“Ehi ti sei tagliata i capelli” dice, sorridendo. Che, a ben notare, è un gerundio.

postato da: Airid alle ore marzo 02, 2007 12:02 | Permalink | commenti (38)
categoria:arrivo, materiale, transito, la ricerca del nulla
lunedì, 12 febbraio 2007

Buchi veri

(il tricorno della questione )

 

La telecamera a 6 milioni di terapixel collegata in bluetooth al computer sopperisce allo specchio le cui proprietà analogiche mi abbacinerebbero oltre al limite dei buchi bianchi. La punto su di me, controllo sul monitor la disposizione dei Capelli Bianchi e ne interpreto le deviazioni prima di irreggimentarle con la spazzola.

Mi videopettino, insomma.

Ma non ho la scheda grafica neat sculpture.

La webcam mi personaggizza come Questa Qui (QQ), una che non parla.

QQ è stabile e appare a comando. Si muove lentamente e lascia la scia.

Ehi, QQ.

Non mi chiamo Qq, dice senza l’ombra di una ruga (la bassa definizione è infatti un’alternativa alla chirurgia estetica). Mi chiamo Airid, baby, e ti saluto.

Nel riquadro fa capolino Quello Lì. Faccio in tempo a vederli ondeggiare insieme a bassa definizione mentre diminuiscono le proporzioni del reframing, poi li sento soltanto ridere.

 

Decido che è il neon a creare l’effetto-spettro. Cerco perciò di levare lo specchio dalla sua vite a pressione. Tiro con delicatezza, poi con forza finché sento un crunck e lo specchio viene via con un pezzo di muro. Dall’altra parte appare un occhio. Sono due mesi che il vicino non mi saluta e fa finta di non vedermi, invece ora appare come se non stesse aspettando altro.

“Mi hai rovinato il muro!” dice.

“Buongiorno, dico io. Mi chiamo Airid”.

“Ce le hai le carte dell’assicurazione?”

Metto anch’io un occhio sul buco e l’Altro Occhio si spaventa e arretra, mostrando tutta la faccia del vicino e il suo torso nudo. Nessun pelo.

“Le dispiace se ci parliamo aprendo la porta?” riprendo, cortesemente anche se quelli totalmente senza peli mi suscitano diffidenza.

Appare oltre il cancelletto rivestito di una T-shirt dell’Arsenal.

Gli apro. Si guarda in giro e fa per entrare ma lo blocco. Non mi saluti, sei glabro e vorresti penetrare la mia intimità. Chiamo la padrona di casa al cellulare e le spiego che c’è un buco nel muro poiché lo specchio si è staccato; le passo il vicino che si inabissa in una conversazione cinese con lei. Intanto ho rimesso lo specchio al suo posto con tutto il pezzo di muro, ma non ci resta.

“Grazie” dice il vicino al telefono ma non a me.

Mi faccio restituire il cellulare e chiudo il cancelletto e la porta, visto che il vicino si è spontaneamente allontanato. Mi guardo allo specchio posato a terra fra i calcinacci. Quello che vedo è vero.

 

La bottega da basso vende tutto. Non so come si dica stucco in inglese o in malese così chiedo quella roba molle che serve per tappare i buchi. Il gemello con più capelli bianchi che oggi sta alla cassa mi domanda che cosa devo fare precisamente con questa sostanza; è il più lento dei due fratelli, quello che mastica prugne secche salate e risponde accuratamente a tutti.

“Si è fatto un buco nel muro” spiego.

“I muri, di questi tempi, sono sottili” risponde il gemello.

“Sa, dove è appeso lo specchio” cerco di tergiversare; è un buon amico di Ann, la padrona di casa, e non vorrei che le raccontasse che è colpa mia. C’è folla nel negozio e all’improvviso tutti parlano di buchi nei muri. Con l’indice puntato mimano trapani che giungono dall’altra parte del muro, con pollice e indice indicano quanto grande era il loro buco, quello che hanno praticato o quello che si è aperto all’improvviso sulla loro parete. Un intero caseggiato, dieci piani per dieci appartamenti per tre blocchi, perforato e animato da conversazioni occhio a occhio.

Sono in molti a porgermi un barattolo di stucco e a consigliarmi sulle diverse tipologie di prodotto. Ne compro tre e tutta la simpatia che avevo suscitato svanisce.

“Ricca” dicono, come se dicessero: stupida.

“Lo chiuda bene, il suo buco” dice il gemello gentile porgendomi il resto. “Il signor Tang è ancora sotto accusa per aver ucciso la moglie trapassando la zanzariera con un ferro da calza”.

 

L’antropologa balla come una forsennata in mezzo ai ventenni. Ha posato la telecamera e tutti la guardano. Poi qualcuno le si mette davanti a insegnarle i passi e alla fine se la dimenticano.

Quando si siede, col cocone disfatto e la scollatura lucida, si rende conto che adesso deve fare i conti con quelle fila da tirare, fila scritte, fila digitalizzate, altro che dormire.

postato da: Airid alle ore febbraio 12, 2007 13:37 | Permalink | commenti (37)
categoria:febbre, transito
lunedì, 29 gennaio 2007

Frullata

 

C’è l’antropologa e c’è il mondo nel quale è caduta, il mondo un po’ più in là che le è parso legato al suo destino.

Un’operazione di risucchio lento si dipana negli anni, durante la quale l’antropologa comincia a dire “io”in modo sempre più modificato dal mondo nel quale è caduta e dal fatto di esserci caduta. E’ aiutata in questa operazione dall’assoluta libertà di cui gode fintantoché resta nel mondo un po’ più in là (o in qua). Un’assoluta solitudine fittizia.

Insomma l’antropologa sul campo fa il cazzo che le pare e si riserva di capire solo in un tempo futuro, quando dovrà scrivere qualcosa, perché quello che fa ha un senso.

 

All’improvviso c’è il Visitatore. Linguisticamente potente, parla sin dal mattino e dice cose su su quello che vede compresa l’antropologa. Le chiede che cosa pensa di fare a tale ora o a tale altra ora. Perché fa una cosa o l’altra.

 

Inoltre gli abitanti del mondo un po’ più in là accolgono festosi il Visitatore escludendo l’antropologa che ne dovrebbe essere la sola esclusiva proprietaria, per Allah. Infatti il Visitatore è maschio e finalmente la rimette un po’ al suo posto ai loro occhi. E mangia i cetrioli.

 

L’antropologa non ha parole. Due mondi le parlano. Fanno chiasso e la obbligano a chiarire tutte quelle visioni di mezzo che di solito, depositandosi strato su strato, contribuiscono con un po’ di fortuna a creare un’immagine colorata e instabile, ma con un certo spessore, che costituisce poi la fonte di ogni sua pur labile conoscenza e giustificano il fatto che riceva uno stipendio mensile. In presenza del Visitatore, le visioni di mezzo scompaiono, sostituite da un’ansia terribile che obbliga l’antropologa a bere grandi quantità di melone verde frullato con banana.

postato da: Airid alle ore gennaio 29, 2007 10:19 | Permalink | commenti (43)
categoria:transito, la ricerca del nulla
sabato, 30 dicembre 2006

Weather Report: heavy weather

SI prevede che le piogge eccezionali e le conseguenti inondazioni continueranno almeno fino a marzo, interessando, da lunedì 1 gennaio, anche la zona Nord-ovest della Malesia (Penang, Alor Setar, Ipoh). IL governo federale si è impegnato a ripristinare quanto prima le connessioni internet, messe in gravi difficoltà dalla rottura dei cavi ottici causata dal maremoto che ha sconvolto il mar di Cina e il mar del Giappone poco prima di Natale.

Credo che niente sarà come previsto. Ci casco ogni volta.

 

postato da: Airid alle ore dicembre 30, 2006 09:51 | Permalink | commenti (7)
categoria:transito
mercoledì, 27 dicembre 2006
Ordini precisi e ordine cosmico.
 
Prima di partire per due mesi di ricerca ai Tropici industriali di questo blog, uno è:
indaffarato;
concentrato;
indifferente agli eventi circostanti – nella fattispecie il Natale etc.;
trepidante;
appassionato;
pregno della sua consapevolezza;
carico di aspettative;
teso verso una meta;
già lievemente assente, tropicalizzato[1].
 
Oppure può anche partire sperando che qualcosa, fosse anche una guerra, il crack finanziario o un lutto inaspettato, all’ultimo impedisca il decollo. Può rimandare l’assemblaggio del bagaglio – gadget tecnologici a parte – all’ultimo giorno, dimenticare di controllare la data di scadenza del passaporto e di fissare l’appuntamento dal parrucchiere[2]. Lo può, pur essendo sincero nelle proprie intenzioni. Può fare finta che il tempo non esista, che lo spazio sia insignificante (dipende da come funziona la connessione) e poi insegnare la spazializzazione del tempo presso gli Huaulu, senza essere ipocrita.
 
Certo uno non si sente molto bene in questa situazione. Uno è un ricercatore. Vorrebbe pensare il metodo, farlo sul serio e davvero per bene questa volta, andare a colpo sicuro e tornare carico di materiale. Uno vorrebbe essere finalmente cresciuto.
 
Tre frasi. Due foto. Qualche cassettina girata male. Un evento rivelatore, se tutto va bene. Ecco che materiale mi aspetto. Come si fa l’etnologia in assenza di un’etnia di cui diventare i portavoce e gli interpreti autorizzati? In questa cazzo di modernità, insomma? Con dieci operaie, due sedi di partito, quattro rituali e – se mi aiutano – una ventina di clandestini? E poi pretendi di scrivere sul lavoro.
Forse sarà il genere ad avere la meglio. Uno studio contemporaneo non può evitare una prospettiva di genere, lo dico e lo sottoscrivo: tradotto in azione, ditemi che cosa vuol dire. Giovedì prossimo dove vado, in una prospettiva di genere?[3]
 
Antrop.: “Ciao F[4]., insomma cosa faccio, vado?”
F.: “No! Che due palle! Ci tocca sempre andare nello stesso posto per scrivere due fregnacce che non si legge nessuno.”.
Antrop.: “F., dici sul serio? Non vado?”
F.: “No” .
Antrop.: “Tanto vado. Volevo solo che mi dicessi che cosa dovevo fare”.
 
Questo voglio: una scaletta millimetrata fatta da una persona che mi garantisca che porterà al successo. Voglio anche quella persona. Allora?
[1]Uno stereotipo è un’idea preconcetta, costruita, cioè, indipendentemente dall’esperienza. Un’idea non verificata, un’idea cieca che fornisce più indicazioni sul suo creatore che sull’oggetto al quale essa si dovrebbe riferire. Uno stereotipo può anche contenere una vita intera.
[2] Partire di bell’aspetto è indispensabile, o quantomeno è indispensabile provarci visto che il parrucchiere bravo non ha più posto il venerdì 29 e quello qui di fronte non sempre collabora.
[3] Probabilmente, in questa prospettiva, al Chinese Swimming Club di cui sono membra onoraria.
[4] F. è un collega molto più esperto di me su temi quali lavoro e dipendenze. Non volevo sostegno morale ma dritte metodologiche e conferme scientifiche.
postato da: Airid alle ore dicembre 27, 2006 23:30 | Permalink | commenti (41)
categoria:febbre, transito