Buchi veri
(il tricorno della questione )
La telecamera a 6 milioni di terapixel collegata in bluetooth al computer sopperisce allo specchio le cui proprietà analogiche mi abbacinerebbero oltre al limite dei buchi bianchi. La punto su di me, controllo sul monitor la disposizione dei Capelli Bianchi e ne interpreto le deviazioni prima di irreggimentarle con la spazzola.
Mi videopettino, insomma.
Ma non ho la scheda grafica neat sculpture.
La webcam mi personaggizza come Questa Qui (QQ), una che non parla.
QQ è stabile e appare a comando. Si muove lentamente e lascia la scia.
Ehi, QQ.
Non mi chiamo Qq, dice senza l’ombra di una ruga (la bassa definizione è infatti un’alternativa alla chirurgia estetica). Mi chiamo Airid, baby, e ti saluto.
Nel riquadro fa capolino Quello Lì. Faccio in tempo a vederli ondeggiare insieme a bassa definizione mentre diminuiscono le proporzioni del reframing, poi li sento soltanto ridere.
Decido che è il neon a creare l’effetto-spettro. Cerco perciò di levare lo specchio dalla sua vite a pressione. Tiro con delicatezza, poi con forza finché sento un crunck e lo specchio viene via con un pezzo di muro. Dall’altra parte appare un occhio. Sono due mesi che il vicino non mi saluta e fa finta di non vedermi, invece ora appare come se non stesse aspettando altro.
“Mi hai rovinato il muro!” dice.
“Buongiorno, dico io. Mi chiamo Airid”.
“Ce le hai le carte dell’assicurazione?”
Metto anch’io un occhio sul buco e l’Altro Occhio si spaventa e arretra, mostrando tutta la faccia del vicino e il suo torso nudo. Nessun pelo.
“Le dispiace se ci parliamo aprendo la porta?” riprendo, cortesemente anche se quelli totalmente senza peli mi suscitano diffidenza.
Appare oltre il cancelletto rivestito di una T-shirt dell’Arsenal.
Gli apro. Si guarda in giro e fa per entrare ma lo blocco. Non mi saluti, sei glabro e vorresti penetrare la mia intimità. Chiamo la padrona di casa al cellulare e le spiego che c’è un buco nel muro poiché lo specchio si è staccato; le passo il vicino che si inabissa in una conversazione cinese con lei. Intanto ho rimesso lo specchio al suo posto con tutto il pezzo di muro, ma non ci resta.
“Grazie” dice il vicino al telefono ma non a me.
Mi faccio restituire il cellulare e chiudo il cancelletto e la porta, visto che il vicino si è spontaneamente allontanato. Mi guardo allo specchio posato a terra fra i calcinacci. Quello che vedo è vero.
La bottega da basso vende tutto. Non so come si dica stucco in inglese o in malese così chiedo quella roba molle che serve per tappare i buchi. Il gemello con più capelli bianchi che oggi sta alla cassa mi domanda che cosa devo fare precisamente con questa sostanza; è il più lento dei due fratelli, quello che mastica prugne secche salate e risponde accuratamente a tutti.
“Si è fatto un buco nel muro” spiego.
“I muri, di questi tempi, sono sottili” risponde il gemello.
“Sa, dove è appeso lo specchio” cerco di tergiversare; è un buon amico di Ann, la padrona di casa, e non vorrei che le raccontasse che è colpa mia. C’è folla nel negozio e all’improvviso tutti parlano di buchi nei muri. Con l’indice puntato mimano trapani che giungono dall’altra parte del muro, con pollice e indice indicano quanto grande era il loro buco, quello che hanno praticato o quello che si è aperto all’improvviso sulla loro parete. Un intero caseggiato, dieci piani per dieci appartamenti per tre blocchi, perforato e animato da conversazioni occhio a occhio.
Sono in molti a porgermi un barattolo di stucco e a consigliarmi sulle diverse tipologie di prodotto. Ne compro tre e tutta la simpatia che avevo suscitato svanisce.
“Ricca” dicono, come se dicessero: stupida.
“Lo chiuda bene, il suo buco” dice il gemello gentile porgendomi il resto. “Il signor Tang è ancora sotto accusa per aver ucciso la moglie trapassando la zanzariera con un ferro da calza”.
L’antropologa balla come una forsennata in mezzo ai ventenni. Ha posato la telecamera e tutti la guardano. Poi qualcuno le si mette davanti a insegnarle i passi e alla fine se la dimenticano.
Quando si siede, col cocone disfatto e la scollatura lucida, si rende conto che adesso deve fare i conti con quelle fila da tirare, fila scritte, fila digitalizzate, altro che dormire.