martedì, 16 ottobre 2007

 

Una certezza nella terza Città

 

“Non vado?” sbraita Lara al cellulare, costeggiando il bordo del cratere. Ha certe ballerine di vernice rossa che la spiazzano e una foglia infilata nel calcagno che cerca di scuotere via prima che le venga una vescica.

“Responsabilità?” dice più piano, chinandosi a levare la foglia con un dito. LA ballerina le cade nel cratere. E’ un bordo appena accennato, niente di particolarmente  chiaro ma sufficientemente ripido da far scivolare la scarpa verso il centro e verso il ragazzo esangue.

“Entro febbraio, dici” esala Lara appoggiando il piede nudo sulle foglie.

Un’ambulanza arriva, frena e sconquassa la trasformazione autunnale.

Le polveri sottili non aiutano l’ossigeno a raggiungere i polmoni del ragazzo né la pelle di Lara a sembrare ancora dorata. Mehmet ha l’aria disfatta, la faccia segnata, un vestito elegante e un figlio mezzo morto ai suoi piedi. Il Dodici cigola.

Un barelliere le porge la scarpa.

“Mica cenerentola, eh” commenta.

Ha il piede sporchissimo, questo è chiaro, impastato di foglie e polveri sottili.

“Io vado” dice a Mehmet. “Ma dimmi che vedi il cratere”.

“Ci sentiamo” dice lui senza quasi girare la testa.

Allontanandosi Lara segue le rotaie. Di questo è certa: ci sono le rotaie, le foglie, e in fondo un cratere. Una volta, quando li ha visti per la prima volta, era estate.

 

postato da: Airid alle ore ottobre 16, 2007 00:40 | Permalink | commenti
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venerdì, 28 settembre 2007

La terza città ...


La fine sull’orlo

 

“Tu perché gliel’hai detto?” urla Mehmet polmon scoppiante.

LA piazza è vuota a parte i tram. I conducenti e i passeggeri sono nascosti dentro a una piccola pizzeria. Fa un caldo odoroso di foglie e di smog perché a dispetto di tutto è autunno, una stagione processuale.

Lara è restata sul Dodici e osserva questo signore elegante, asciutto, urlare a un ragazzo con la faccia sanguinante. Certo, urla in arabo, e che sarà mai; però ripete le frasi principali in italiano.

A terra ce n’è un altro, che però non sanguina, e intorno moltri altri, un gruppo losco e giovane, a denti stretti.

Poi il gruppo si dirada. Mehmet tende la mano a Lara per aiutarla a superare indenne i passeggeri che recuperano, cellulare all’orecchio, raccontando il simile, i loro tragitti d’origine.

I due si avvicinano al ragazzo grasso e malconcio rannicchiato fra le foglie.

“Secondo te lo devo portare a ospedale?” chiede Mehmet.

“Non sei mica turco” osserva Lara “né io medico”.

Un drappello di persone corre verso di loro sollevando foglie, e Lara percepisce allora con chiarezza i contorni del cratere.

Quello per terra non è un ragazzo.

postato da: Airid alle ore settembre 28, 2007 14:40 | Permalink | commenti (26)
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domenica, 02 settembre 2007

La terza città VIII (IIX)

 

 

Lara sente il buio alle sua spalle come a essere sulla linea del cambiamento di data. Un passo indietro un giorno. Un passo avanti niente, solo un po’ di spaziotempo in più consumato. Il cielo ha molti colori diversi ma è vuoto.

Alle sue spalle fa freddo.

Se facesse due passi in avanti, potrebbe scavalcare la balaustra e lanciarsi.

Il sole squaglia la sua pelle d’oca; smette di essere orripilata.

“Cazzo di ora è” articola male una voce dal buio. Lara trasale: una camera chiusa è effettivamente un buio del cazzo pensa, e mente:

“Le nove e mezzo”.

Dentro si sentono movimenti affannosi. Lei si sporge dalla balaustra e guarda di sotto, la strada vuota ei binari dei tram che luccicano; apre la mano e osserva la stoffa cadere, appena disturbata dalla brezza.

L’uomo sporge la testa al sole:

“Hai mica visto la mia cravatta?”

Lara mente di nuovo. Folate di aria fredda escono dalla porta finestra della camera, poi esce lui con lo sguardo truce. Sta per parlare e dire l’ovvio, che sono le 5.45, quando gli uccellini che vivono negli anfratti dei palazzi si scatenano a cantare proprio l’ovvio, che è l’alba di un nuovo giorno in cui l’incravattato è senza cravatta e Lara mente anche lei come uno di loro, senza nido e non per questo senza ugola.

 

postato da: Airid alle ore settembre 02, 2007 19:28 | Permalink | commenti (59)
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mercoledì, 04 luglio 2007

La terza città - VII bis

“Ti dico che c’era un cratere e le rotaie del 12 tutte ingrovigliate!”.

“Cos’è cratere? Inghiiovili…?”

Mehmet e Lara sono da “Anna e Luciano” intenti a consumare il predessert. Lui è firmato dalla testa ai piedi, nota Lara. Con un movimento analogo intingono il cucchiaino nella crema di cioccolato bianco guarnita di more biologiche, così ha detto il cameriere a lei che protestava di non aver ordinato quel dolce, a lei che fra il secondo e il dolce di solito, se c’è un solito, quando c’era un solito, era in silenzio e in pausa.

Poi lui vuole fumare, escono e sudano. Ha pagato con una carta di credito dorata che Lara non ha fatto in tempo a occhieggiare abbastanza per verificare il nome.

“Non ho mai lavorato in un negozio di telefoni” dice lui aspirando da una canna sottilissima “io sono un commerciante, lo sai”, e le poggia una mano sulla spalla.

Lara non si ritira. Mehmet ricco non è uguale a Mehmet disgrassià, pensa, e allora sguscia via dal braccio turco.

“Un cratere enorme, la gente schizzata via, ti dico, io ero con uno!” sta ripetendo lei. Mehmet si acciglia.

“Chi?”

 

Entrano in un piccolo locale con un cortiletto dove avventori firmati e sudati fumano il narghilè.

“Tu conosci i tarocchi cabili?” le chiede.

“Ma va’, tu e i tarocchi”.

“Tu invece hai le visioni di negozi di telefonia e crateri”.

 

Questa cosa delle visioni per Lara non quadra. Avrà anche scambiato lo scoppio di una tubatura per un attentato terroristico, sarà anche poco fisionomista e il tipo con cui parlava e che lavorava ai telefoni non era Mehmet, ma c’è un limite o sarebbe pazza, delirante, patologica insomma. Sarebbe pericoloso, o pericolosa.

 

La libanese dice di aver studiato le carte cabile a Tizi Ouzou da sua nonna. Mehmet sta parlando con un tizio e ha lasciato Lara lì, ad annoiarsi e sentirsi dire le solite cose.

“Ah!” esclama la maga. “La dominante, vedi?”

 

Lara vede l’Incravattato con la camicia sporca di sangue.

 

postato da: Airid alle ore luglio 04, 2007 16:36 | Permalink | commenti (77)
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lunedì, 18 giugno 2007

La terza città VII

 

La tipa osserva il cratere alla sua sinistra. Non pensava che i binari di un tram potessero strapparsi così irregolarmente o fondersi con tanta semplicità. Certo da lì il 12 non passerà più, pensa, e chi lo sa se farà come i neuroni che si industriano a far viaggiare l’impulso elettrico per un’altra via.

Il cratere alle sue spalle è più indecifrabile. Innanzitutto è stato appena attraversato proprio da lei, da lei che si volta a guardarlo. MA come fanno a esserci già erbacce, se è fresco come tutti gli altri?, pensa la tipa.

Inoltre è vasto. Se non si passa di lì, non si passa.

In fondo all’avvallamento c’è acqua. La tipa infatti è bagnata e sembra pure più magra con i vestiti appiccicati addosso. Ha la pelle d’oca e non se n’era accorta.

Sulla strada i pezzi di grandine si sciolgono al sole.

L’uomo in giacca e cravatta che le è accanto ha gli occhi sbarrati ed è fradicio quanto lei. Si porta una mano alle reni e stira la bocca come se soffrisse.

“Ti sei fatto male?” chiede lei.

“No, è una roba vecchia. Ma non me l’aspettavo”.

“No neanch’io”.

Il sole scalda e l’afa guadagna terreno.

“Levati la giacca e la cravatta, tanto mica sei più presentabile così” dice la tipa.

L’uomo sorride.

“Allora tu levati la maglietta e il reggipetto, per lo stesso motivo.

Il 12 rallenta e si ferma precipitando nel silenzio.

 

“Io però devo andare” dice l’incravattato.

Lei si avvicina e gli sfila la giacca e la cravatta. Ha del sangue sulla camicia. Lo guarda negli occhi.

 

E il 12 è oltre il piccolo cratere. La tipa, che si chiama Lara, cerca di correre per prenderlo, scivolando sul guano che ricopre ogni cosa; ma ha buoni sandali che fanno presa.

 

postato da: Airid alle ore giugno 18, 2007 13:58 | Permalink | commenti (35)
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martedì, 17 aprile 2007

La prima trama

 

 

Una donna poco dotata di senso dell’orientamento si aggira per le strade di una città che conosce piuttosto male. In preda a un senso di smarrimento questa donna, che ogni tanto si esprime in prima persona (e chi non lo fa), e che è l’io narrante ma non sono io, chiede aiuto a un giovane. Questi tuttavia travisa la sua domanda probabilmente a causa di una scarsa conoscenza della lingua predominante nel paese in cui si svolge l’azione, e le propone di acquistare una sostanza che, nel paese, all’epoca dei fatti, viene ritenuta illegale.

Interviene a questo punto un altro uomo che si offre di accompagnare la signora nella piazza da lei smarrita, nel senso che non la trovava più.

 

Passa un po’ di tempo. Una notte, credo.

 

La signora, una donna che può essere designata come “la tipa” perché d’aspetto non signoresco, non borghese come le nostre (vostre, però) mamme (mamma, ti definiresti borghese tu?), riceve in dono un tuttocittà dall’uomo che qualche tempo prima l’ha accompagnata a casa senza insistere a venderle sostanze illecite.

 

Qualche tempo dopo, la tipa passando e ripassando per gli stessi luoghi assiste alla demolizione di un palazzo.

 

Infine, una mattina calda, incontra l’uomo che le ha regalato il tuttocittà mostrando così una delicatezza notevole non priva di ironia (la tipa sembra apprezzare queste doti negli uomini, quando non sfociano in un’imbranataggine che impedisce la relazione; NdA, il superio narrante) in uno stato piuttosto preoccupante. Al posto dell’occhio sinistro l’uomo ha un bozzo nero e rosso; inoltre si commuove, atteggiamento poco in linea con quanto di lui la tipa ha conosciuto fin lì.

 

[Non credo che ci abbia scopato, fra parentesi]

.

Di fronte alla richiesta di entrare in casa con lei a lavarsi, la tipa reagisce in modo – questo sì – poco signorile e forse borghese, pensando che uno così non lo farebbe entrare in casa. Invece poi lo fa salire, dimostrando incoerenza.

 

Una volta lavatosi, l’uomo la saluta e se ne va.

 

[e questo scrivere mi ingenera un senso di oppressione, NdA, Spi).

postato da: Airid alle ore aprile 17, 2007 23:29 | Permalink | commenti (62)
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domenica, 15 aprile 2007

La terza città - IV

 

“Scusi, questo va in centro?” chiede la tipa posandogli una mano sulla spalla.

Mehmet si volta e sorride, deformando il cerotto che tira la benda sulla guancia proprio sotto a un nerame striato di rosso – un antico occhio.

“No” dice e prende una biro. “Ti scrivo strada io" e le toglie di mano il tuttocittà.

La tipa ha il piumino rosso legato in vita e i capelli a cresta di gallo. Si leva un paio di occhiali da sole con la montatura bianca, squadrata, e guarda in faccia Mehmet.

“Mamma mia” dice rimettendosi gli occhiali.

Lui ha un nuovo ghigno deformante e una lacrima sprizza dal nerame o dall’altro occhio.

“Posso fare la doccia da te?” le chiede.

 

“Da me” non esiste, penso. E’ molto lontano o non esiste, comunque non è qui. E se ci fosse, non ce lo farei entrare. Sono in ritardo, non ce lo farei entrare.

 

“Dobbiamo chiedere alla signora” dice la tipa. “E’ casa sua, io sono solo una pensionante”.

 

Don’t get settled in this place

The lodger's terms are in disgrace

 

La signora gli fa fare la doccia senza fiatare. Gli dà una maglietta pulita e non chiede niente né alla tipa, né a Mehmet che del resto non ha niente da dire. Prendono l’ascensore in silenzio e fuori fa caldo.

 

“Dove vai?”

“Ciao, grazie” e sale sul tram salutandola anche con la mano.

 

Don’t get settled in this place

She should've stayed away from France

 

Cerco di orientarmi su canzoni che mi piacciono. Sono molto in ritardo, prendo un taxi, ma non c’è.

 

La tipa fruga in borsa. Estrae e posa sul marciapiede fogli, libri, un computerino bianco, chiavi, l’agenda il portafogli etc., e solo quando solleva lo sguardo di pochi centimetri vede sul binario le pagine della città stracciate dalla ruota del tram. Ne recupera una sulla quale sono tracciate in biro blu una freccia e la parola CENTRO.

 

postato da: Airid alle ore aprile 15, 2007 22:28 | Permalink | commenti (42)
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lunedì, 02 aprile 2007

La terza città III

 

“Non se ne può più” dice la Lisa a Mehmet, strofinando la vetrina del negozio. Una polvere bianca ricopre ogni cosa. Mehmet ha le occhiaie e la barba non rasata ma si muove con energia.

 

Prima le chele strappano la parte esterna. Si pinzano su un’asperità, esercitano una lieve torsione e tirano. Il lungo braccio si flette e al terzo tentativo il tegumento cede senza che il braccio e le chele accusino il contraccolpo. Infatti il corpo da cui si allunga il braccio flessuoso è compatto, piccolo ed esperto. Lo strappo è solo un inizio: ora le chele penetrano nel buco per attaccare l’ossatura. Con movimenti precisi e distanti divelgono le membrane più tenere per allargare il buco dal quale comincia a fuoriuscire materiale.

 

La tipa distoglie gli occhi dal tuttocittà. Così metodico e preciso non se lo aspettava. Osserva le chele lavorare sui tessuti e poi sull’ossatura riconoscendo Mehmet a una certa distanza. Non sente niente, e sì che ci dovrebbero essere rumori sinistri con tutta quel liquido che cola.

 

L’ossatura resiste, quindi le chele si accaniscono sulle parti molli che vengono strappate via come se non fossero nulla, non fossero state insieme, solidali, colorate e intime per molti anni, una quarantina almeno.

 

Anche la tipa ha il viso stanco ed è animata da una certa energia.
postato da: Airid alle ore aprile 02, 2007 09:28 | Permalink | commenti (30)
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