L’agente
L’ho inseguito per telefono per dieci giorni, e alla fine mi ha detto di snidarlo lì. Pensavo che il suo ristorante fosse uno di quei posti lungo il mare con i tavoli di metallo dove si mangiano gamberi e zuppe di pesce servite in vasellame di plastica, non un ambiente con mobilio e infissi in teak nero riciclato, easylistening a volume civile e piante ricercate. Di lui sapevo solo che era un piccolo agente di collocamento di manodopera straniera.
E’ uno sobrio, vestito informale. Beve acqua da un bicchiere sempre pieno: una camerierina vietnamita ha cura che non resti mai senza.
Mi spiega molto cautamente il suo lavoro. Dice che ha un’agenzia piccola, circa 2000 operai all’anno. Si informa discretamente su di me, ma gli piace molto parlare e in particolare parlare di sé.
Guarda, dice, ci tengo ai miei uomini. Ero operaio anch’io. Li vado a prendere in Vietnam, in Myanmar, in Bangladesh e in Indonesia. Mica mando gli altri, ci vado di persona. Anche perché sai, quando si tratta di ungere a destra e a sinistra… in Myanmar hanno la giunta, non bagigi. Io conosco bene il ministro degli esteri birmano, veniva a pescare qui a Penang e andavamo fuori con la mia vecchia barca poi toh, è diventato ministro.
E ai miei operai ci tengo davvero. Sono esseri umani, anche se io mi faccio i milioni con loro. Quando me li trattano ingiustamente ci sto niente ad andare in tribunale, e i datori di lavoro lo sanno che se si trovano me di fronte… insomma, conosco i miei giudici anch’io.
Non fare il mio nome, ovviamente.
Io credo ai diritti umani e a quelle cose. Ho tentato di collaborare con le ONG, però preferisco fare da solo. Mi sono fatto da me, quando sono emigrato in Giappone, da giovane. Quelli delle ONG sono anche tanto carini, ma sono pronti a trattarmi male perché sono ricco; sono tutti universitari.
E’ rilassato sulla sedia disegnata dal suo architetto. Mentre parla, guarda negli occhi: mi fa servire una birra dopo l’altra e ho paura a rifiutare la sua gentilezza.
Io non chiedo niente a nessuno, dice, per questo con me le minacce non funzionano. Non mi servono altri soldi. Potrei anche andare a vivere in Australia e non lavorare mai più. Avevo una casa a Sydney, sul fronte mare ma l’ho venduta – non ci andavo mai e poi così, il prezzo era troppo buono.
Potrei anche farmi dare il titolo di Datuk, ma io col re ci gioco a golf, mica mi inchino. Datuk, datuk, chi se ne frega. Al sultano non mi inchino.
Il potere non sta nei titoli. A me non importa il potere, ma ce l’ho.
Una volta mi hanno trattato male un birmano. Il poliziotto l’ha fermato, gli ha preso il permesso di soggiorno tutto in regola, fatto da me, l’ha appallottolato e buttato per terra. Il birmano per fortuna mi ha chiamato. Sono arrivato subito: io non mando gli altri al mio posto. Già a vedere la targa della mia mercedes, una targa a una cifra (cosa vuoi ho il cuore tenero: il 5 è il giorno di nascita di mia figlia), il poliziotto ha cambiato atteggiamento. Io poi conosco quelli della Speciale, ho i miei tipi. Ho fatto venire fin lì il capo. Il poliziotto era della municipale, figuriamoci: in galera è finito, e ben gli sta.
Vedo solo i suoi occhi neri mentre il disgustoso easylistening mi si mescola sempre più inestricabilmente con la birra e con le luci colorate delle fibre ottiche intrecciate alle palme. Non riesco più a prendere appunti, mi concentro a dare risposte simpatiche e a sorridere spesso.
E cosa fai per il Capodanno Cinese, chiedo in quest’ottica.
Io sono cinese, risponde secco, ma non la mia ditta. C’è un malese che figura come socio maggioritario, e che non fa un tubo di niente altro che farsi una percentuale, se no non mi davano mai e poi mai la licenza. Ma non ce l’ho coi “figli del suolo”, non sono uno di quelli che dice che è tutta colpa dei malesi. Che facciano i soldi anche loro, non sono egoista. Non mi hanno mai impedito di fare i miei affari. E’ anche giusto, dopotutto sono qui da tanti secoli, la terra è loro. Mio nonno è nato in Cina. Io sarei figlio del suolo lì – meno male va’ che invece sono nato qui.
A proposito, chiede all’improvviso, sei anche tu della chiesa come Franciscus X?
Nego insistentemente.
Aaaah, sorride, bene, perché io alle religioni non ci credo. Cerco di capire le cose da me. E ci riesco sai? Perché del denaro non mi importa. Quello uno si mette e lo fa. Qui in Malesia ce n’è tanto. E’ un posto fantastico per il commercio. Corrotto, ma questo dappertutto, credo. Non mi venire a parlare degli americani che sarebbero incorruttibili. Ho vissuto alle Hawaii, ho visto bene come funzionano le cose. Ma di tutta l’Asia è la Malesia che è meglio. Qui è un posto sicuro, dove non vengono la notte a portarti in galera solo perché hai fatto qualcosa che dispiace al primo ministro. Peccato che a volte gli affari vadano male per la corruzione. Mi rende triste. La mia gente è corrotta, non c’è niente da fare.
La prossima volta che vieni in Malesia chiamami, dice. Ti trovo io un appartamento più vicino alla città. Quello dove stai lo conosco bene, l’ho costruito io con la mia ditta quando ancora avevo l’impresa immobiliare.
Intanto vieni da me per il Capodanno cinese. Vedrai, informal dress. Si mangia bene. Ti aspetto.
Ondeggio verso casa. Non dubita che andrò e non gli importa.