domenica, 22 giugno 2008

Dietro all'isola

Quando la Proton d’oro parcheggia nello spiazzo davanti a casa, Suf grida:
“Zia! Zia!”

E’ domenica.
Nella cucina che dà sul cortile sono accatastati un centinaio di cartoni di Magic Pizza. Sul tavolo, un paio sono aperti e il loro contenuto è mangiato a metà.
Le bambine li ignorano. Stanno riponendo gli altri proventi della carità o degli eccessi: i cracker nelle scatole di latta, i sacchi di riso nella dispensa e i durian fuori, ovviamente. Lavorano con coscienza e rapidità.
I bambini giocano a ping pong.
Suf saltella intorno all’A., e alla fine le si siede in braccio.

 
“Ciao, hai visto quanta roba?” dice Sarina, sistemandosi un foulard di lana a fiori sul velo normale, da casa.
“Questa settimana abbiamo avute molte donazioni. Siamo stati fortunati”.
 Suf ha un fucile di plastica e spara all’A.

“Pum!”

L’A. muore.

 Sarina, l’A., Suf e Rosi con otto Magic Pizza e due durian salgono sulla Proton d’oro. Nell’abitacolo l’odore dolce del sudore femminile ortodosso si sposa con il lezzo pastoso del frutto. Pezzi di ananas e di cipolla scivolano fuori da un cartone di Magic Pizza poggiato storto.
Suf si fa pipì addosso.

 Percorrono cinquecento metri di statale, svoltano a sinistra nel villaggio e parcheggiano di fronte a una casetta.
Safia li aspetta. L’A. vede gli occhi neri di Safia e i suoi denti perfetti. Per ricevere l’ospite Safia ha indossato un cappottino sul traversone da casa. Ha il kajal, ecco. HA una figlia di tredici anni e racconta una storia poco comune.
Ah se fosse un po’ più comune, pensa l’A., poco deontologicamente. Suf le porge un pezzo di Magic Pizza.

 Tornano alla casa di Sarina. L’A. saluta. Suf urla “Voglio andare con la zia!”
Non era previsto.
Non si può.
Non lo vorrebbe nessuno, neanche lui.

 L’Ery telefona in quel momento e poco dopo, mentre i più grandi distraggono Suf in lacrime, l’A. fa manovra nel rigagnolo con la Proton d’oro e, una volta recuperata, si inerpica per la strada a tornanti dove vede un uccello dal becco bianco ritorto e dalle piume rosa e blu.

 

 

 

 

postato da: Airid alle ore giugno 22, 2008 17:37 | Permalink | commenti (13)
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mercoledì, 18 giugno 2008

Qui vicino qui vicino
Sento odore di bambino.

 
Nascono un po’ fuori dal mondo. Incodificati. Imprevisti, o previsti da una Provvidenza difettosa e schizofrenica.
Appena nati, partono.

 “Buongiorno”
“Dipartimento del welfare, buonasera”.
“Ah, scusi sì, buonasera.”
“In che cosa posso aiutarla?”
“Vorrei parlare con quello che si occupa dei bambini, se uno vuole lasciare un bambino…”
“Attenda in linea”.

“Hallo, buonasera”
“Dipartimento del welfare, buongiorno”.
“Vorrei parlare con la persona che si occupa dei bambini…”
“Lei è straniera?”
“Beh sì, ma sono una ricercatrice”
“L-E-I  E’  STRA-NI-E-RA?”
“Sì ma”.
“LEI NON CITTA-DINA MA-LE-SIANA?”
“No, ma ascolti”
“Qui noi prendiamo solo i malesiani”.
“Senta però”
“Come si chiama ehm.. signora o signorina?”
“A-I-RID”
“E’ indonesiana, signorina Did?”
“NO, NO, IT…”

 
Partono allora con un accordo preventivo. Basta giurare. Almeno, se sei malese musulmano basta giurare e la nascita si sdoppia, anzi si triangola: utero, Allah, amorevoli braccia del tutore. Diventi un piccolo senza eredità, un bambino che non potrà ricevere dai genitori adottivi né il nome, né più di un terzo dei beni. Gli altri due terzi vanno alla Provvidenza, sotto forma di Previdenza. Sei partito e sei arrivato solo per un terzo. Ti chiami bin Abdullah. Figlio di Dio. Una variante di Esposito, insomma.

Però vivi.

postato da: Airid alle ore giugno 18, 2008 04:58 | Permalink | commenti (4)
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sabato, 07 giugno 2008

Elevazione.

 Varudini vuole mostrare la sua macchina. Per il momento non la guida perché non si fida, troppo nuova, inoltre suo padre non vorrebbe, che poi è la stessa cosa. Quando finalmente la guiderà, potrà cercare un lavoro migliore e guadagnare più dei centosessanta euro attuali. A rate di metà stipendio, dice allegra, ce la fa in nove anni. Pensati!

La Perodua è verde oliva metallizzato (ha scelto il colore la madre di Varudini perché porta fortuna) e brilla nel garage comune di un lungo parallelepipedo residenziale di venticinque piani secato da corridoi e pozzi interni lungo i quali si elevano gli ex-coolie, gli ex contadini, gli ex pescatori, gli ex minatori della Malesia ora approdati a un’industria mondiale che li trascende.

Varudini sale e mette in moto. Le bambine che hanno accompagnato il Comitato di Adorazione (l’A. e l’Ery) in garage zompettano intorno e ridono.

Il futuro di Varudini pare senza sorprese. A ventiquattro anni, come le sue due sorelle, si sposerà. Speriamo con uno un po’ ricco, ma dipende da come se la gioca sua madre fra le richieste di costume e le occasioni insperate.

Due anni fa, Varudini diciottenne si era imbozzolita in un’indolenza adolescenziale popolata di divinità furibonde e coppie danzanti sulle nevi dell’Himalaya. Non trovava lavoro. Ora è cresciuta e ha il debito in banca ma è più felice, dice. Pensa a comprarsi un appartamento, magari vicino a quello dei genitori; magari nello stesso palazzo. Non la si può biasimare. Ha ancora le divinità, più composte ora, e i film. I film sì.

 

 

postato da: Airid alle ore giugno 07, 2008 11:59 | Permalink | commenti (16)
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mercoledì, 04 giugno 2008

1 L’isola delle trasformazioni

 

Questa volta l’antropologa non è sola.

Il Giovane Antropologo, chiamiamolo Eriberto detto Ery, ha una caratteristica, quella di esserci, che offusca tutte le altre perché è trasformativa: l’A non può far finta di essere sola. E’ uno scandalo.

L’Ery e l’A. sono al tropico da soli due giorni e già il tropico, l’isola del progresso detta Penang, si è trasformato. L’isola ha certo una sua tendenza intrinseca a trasformarsi, non per niente si chiama (l’a. la chiama) “del progresso”, ma quello non c’entra. Sono anni che i condomini, il cemento e il lusso proliferano cancerosamente, ma ora la presenza dell’Ery contribuisce a cambiarne la consistenza percettiva. L’isola sembra più vera e indifferente.  Esserci è meno simile a un delirio individuale e più vicino a un lavoro. L’Ery fa sentire l’A. responsabile di sé e così, la fa diventare davvero il personaggio che lei stessa sotto pseudonimo ha creato in un certo pezzo del suo blog: un’Antropologa. E l’A. è un po’ stufa di diventare personaggio. Voi capite che però è anche una sensazione esilarante, come volare in aliante.

Quindi al solito caffè con la pioggia tropicale (lì fuori) e kind of blues (qui dentro) non c’è molto da dire. Computer e telefonini. Legami con l’Ovest intrattenuti e scongiurati: avere un fido in banca, tessere l’amore e soprattutto, farsi ricordare, ricordare, ricordare..

I poveri sono ciccioni.

Quei due no. Teorizzano di diventarlo per vari motivi. Sono in corso trasformazioni, insomma.

 

postato da: Airid alle ore giugno 04, 2008 06:11 | Permalink | commenti (6)
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mercoledì, 04 luglio 2007

La terza città - VII bis

“Ti dico che c’era un cratere e le rotaie del 12 tutte ingrovigliate!”.

“Cos’è cratere? Inghiiovili…?”

Mehmet e Lara sono da “Anna e Luciano” intenti a consumare il predessert. Lui è firmato dalla testa ai piedi, nota Lara. Con un movimento analogo intingono il cucchiaino nella crema di cioccolato bianco guarnita di more biologiche, così ha detto il cameriere a lei che protestava di non aver ordinato quel dolce, a lei che fra il secondo e il dolce di solito, se c’è un solito, quando c’era un solito, era in silenzio e in pausa.

Poi lui vuole fumare, escono e sudano. Ha pagato con una carta di credito dorata che Lara non ha fatto in tempo a occhieggiare abbastanza per verificare il nome.

“Non ho mai lavorato in un negozio di telefoni” dice lui aspirando da una canna sottilissima “io sono un commerciante, lo sai”, e le poggia una mano sulla spalla.

Lara non si ritira. Mehmet ricco non è uguale a Mehmet disgrassià, pensa, e allora sguscia via dal braccio turco.

“Un cratere enorme, la gente schizzata via, ti dico, io ero con uno!” sta ripetendo lei. Mehmet si acciglia.

“Chi?”

 

Entrano in un piccolo locale con un cortiletto dove avventori firmati e sudati fumano il narghilè.

“Tu conosci i tarocchi cabili?” le chiede.

“Ma va’, tu e i tarocchi”.

“Tu invece hai le visioni di negozi di telefonia e crateri”.

 

Questa cosa delle visioni per Lara non quadra. Avrà anche scambiato lo scoppio di una tubatura per un attentato terroristico, sarà anche poco fisionomista e il tipo con cui parlava e che lavorava ai telefoni non era Mehmet, ma c’è un limite o sarebbe pazza, delirante, patologica insomma. Sarebbe pericoloso, o pericolosa.

 

La libanese dice di aver studiato le carte cabile a Tizi Ouzou da sua nonna. Mehmet sta parlando con un tizio e ha lasciato Lara lì, ad annoiarsi e sentirsi dire le solite cose.

“Ah!” esclama la maga. “La dominante, vedi?”

 

Lara vede l’Incravattato con la camicia sporca di sangue.

 

postato da: Airid alle ore luglio 04, 2007 16:36 | Permalink | commenti (77)
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venerdì, 02 marzo 2007

Troppo lontano

                                                        

Autotrasporti Maiorelli. Castorama. Sedia e sedie. Idraulica Assentilli e figlio. Alberi stecchiti e tetti di coppi sfondati. Un prato già verde.Vietato attraversare i binari. Un prato marrone.  Container tedeschi, polacchi e della cooperativa centese. Container di tutto il mondo. Ditta Pace.

Casolari.

 

Prima che l’antropologa partisse, alcune persone in divisa sono venute a prendere il signor Tang, che ha lasciato un appartamento totalmente vuoto dietro di sé. Forse ha messo anche lui l’aria condizionata a palla per fare le valigie senza doversi rifare la doccia quando tutto era stato già messo via.

I poliziotti non si sono levati le scarpe entrando in casa.

 

Forno. Un edificio industriale rosso dai vetri sfondati. Il Circo Togni. Alcuni campi brulli e il cielo grigio. Ferrara, si informano i signori viaggiatori, vietato attraversare, un campo da tennis coperto.

 

L’antropologa non ha voluto che gli amici indiani e i malesi l’accompagnassero all’aeroporto, uno parte solo e almeno si rilassa, non si chiede fino all’ultimo ma è possibile che gli amici dei miei amici siano amici quando alcuni sono tamil, neri, pelosi e indù e altri malesi, glabri e musulmani. Ha guidato fino all’aeroporto distrattamente, cercando di sentire il pathos della partenza ma attraversando il paesaggio familiare proprio così, come un paesaggio familiare.

Da ultimo si è levata le ciabattine chiedendosi se fosse proprio necessario, se davvero stesse andando in un posto dove tutti hanno i piedi impacchettati altrimenti gli si arrossano dal freddo.

 

Una cava di ghiaia.  Fiume Po.

 

Sono dodicimila chilometri che non si vedono tranne che sulla cartina del piccolo schermo assicurato al soffitto dell’aereo. L’antropologa ha ancora appunti da mettere in chiaro ma il movimento di quell’aerolino che si libra sul mare, simile a una rappresentazione istantanea di sé ma incapace di registrare i movimenti reali dell’aereo, che potrebbe anche star precipitando su Giava a causa di un pilota ubriaco mentre a video si vede lo zoom sulle isole Andamane, quell’aerolino si scava un piccolo tunnel più o meno fra le scapole dell’antropologa.

 

Argini, alberi stecchiti.

 

Sharifa Bhanu, l’antropologa sta scrivendo di lei. Due volte sposata, due volte abbandonata dopo poco, madre solitaria, operaia da Fairchild Semiconductors. L’aerolino allontana la sua faccia, la sua storia dello stregone che l’ha fatta ammalare perché la sua migliore amica potesse portarle via il primo marito, tanto poi lui ha lasciato anche lei con due bambini.

 

Una collina dalla punta arrotondata. Terme Euuu… Un cavalcavia di autostrada.

 

L’aerolino all’improvviso sta sorvolando Ankara, o mostra che l’aereo grande a bordo del quale si trova l’antropologa a lungo addormentata con il collo ad angolo acuto ha fatto circa diecimila chilometri. E’ vero, visto che di lì a poco scende e atterra a Roma.

 

Piccole fabbriche rettangolari, villette con la parabola sul tetto.

 

Sharifa? Rohaini? Un frutto tropicale che profuma di rosa e non si trova in vendita, jambu mawar? L’antropologa compie un itinerario per Roma, non uno a caso, e non da sola. Ci sono le colonne (che hanno un’anima di piombo) e i ruderi, c’è il dialogo in italiano con M. e le cose che si vogliono dire. Poi c’è un incontro con uno che le parla di virgole e gerundi, di potenza della scrittura e di postavanguardia.

 

Sharifa?

“Sì? Sono appena andata a prendere mio figlio. Ho tamponato e non so come pagare la riparazione”.

Maledetta, pensa l’antropologa, tu non puoi rispondere. Sei a dodicimila chilometri da qui. Non ti ho inventata.

 

Rohaini ha la divisa di Shanson. Le sue colleghe hanno la testa coperta ma lei no.

“Ciao! Allora quando ci facciamo una laksa in riva al mare?”

Yusri sta finalmente inaugurando il suo nuovo commercio ambulante.

“Ehi ti sei tagliata i capelli” dice, sorridendo. Che, a ben notare, è un gerundio.

postato da: Airid alle ore marzo 02, 2007 12:02 | Permalink | commenti (38)
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martedì, 20 febbraio 2007

Il buon governo

 

“Ci sono ragazze giovani che vogliono il sesso, e il governo non ne tiene conto, capisci?”

“Il governo, Puan?”

“Senti queste vengono da me che hanno già un bambino, o cinque bambini, e il marito non c’è più. E mi dicono, ‘Ka’ Puan, come faccio, ne ho tanta voglia…’ Perché noi musulmani non possiamo fare sesso fuori dal matrimonio. Ma io gli dico, fa’ come vuoi, scopatelo, se resti incinta si vede che Allah vuole così. Non ho peli sulla lingua, io”.

“Va bene, Puan, ma lei con la sua associazione cosa fa per…”

“Ma ti paga il governo? Ti sono venuti a dire che io sono una cattiva musulmana? Che la mia associazione è dissidente?”

“Quando mai, no, Puan, faccio una ricerca, sono una dell’università”.

“E allora ricerca questa cosa: la voglia di sesso. Queste non resistono alla voglia di uomo. Sono giovani, in salute, e vogliono quello. Scusa, io sono una verduraia al mercato, stand numero 42, e parlo come parlo.”

“Ok Puan, ma intendo dire, allora l’associazione…”

“Mi sarei anche stufata, di loro e del governo. E io? Anch’io mi faccio il culo col camion e divento sempre più magra, ma ci ho pensato per tempo”.

“Cioè, Puan?”

“Adesso dopo vent’anni ogni tanto quando gli gira mio marito viene a guidare il camion, ma prima no. Non ha mai fatto un accidenti e ha pure un umore che spesso gli girano. Ma me lo sono tenuta per il sesso. Mi sono chiesta qual era la soluzione migliore, io. Volevo stare peggio o meglio? Tanto comunque lavoravo e i figli erano suoi sì o no? Inutile divorziare”.

“Ma cosa c’entra il governo, Puan?”

“Queste tose, se guardi la busta paga, sono troppo ricche per il welfare, così non hanno diritto a un tubo. Vaglielo a spiegare al Ministero: il calcolo della povertà va fatto caso per caso. Keis bai keis-lah! Se il padre non c’è, il governo le deve aiutare anche se continuano a volere gli uomini e restare incinte! Se è un governo di buoni musulmani. E quando gli hai dato i soldi, devi capire perché queste hanno così voglia”.

“E secondo lei perché, Puan?”

“Devono rinforzare la fede che poi è come dire l’autostima. Non ne hanno abbastanza. Non si fidano di Allah e allora hanno il desiderio e non sanno contenerlo. Rifiutano un uomo e ne vogliono un altro come se fosse tanto diverso, non sanno pensare al proprio interesse”.

Rido.

“Ridi perché anche a te piace il sesso. Ma non sei musulmana, si vede che per te Allah ha deciso così”.

 

 

postato da: Airid alle ore febbraio 20, 2007 16:21 | Permalink | commenti (58)
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sabato, 10 febbraio 2007

Viaggio promozionale

 

Mio marito è entrato e ha detto “corri presto che c’è un’onda gigante”. Beh, ho pensato io, e allora? Mica siamo sulla spiaggia, c’è la statale. Piantala e corri, ha detto lui.

Così, senza neppure il foulard, sono uscita e tutti correvano, ma era strano perché tanti erano bagnati fino all’osso eppure c’era un sole forte, neanche una nuvola. Poi ho visto la seconda ondata frangersi oltre il divisorio della statale, alta come i pali della luce. Un fracasso! L’acqua entrava nelle case e non era come quando straripa il fiume, che sale e si infiltra lentamente. Entrava e continuava a ondeggiare avanti e indietro facendo “sciaf sciaf” fra le pareti e sui mobili.

Eravamo tutti lì sulla collina e nessuno sapeva bene che cosa fosse successo. Sopra le nostre teste giravano gli elicotteri e i cellulari non funzionavano. Volevamo prendere la macchina e scappare, ma la polizia aveva chiuso tutte le vie di uscita. Pare che il Penang Bridge fosse intasato e così l’autostrada per chilometri e chilometri.

Poi giù alla moschea hanno cominciato a portare i corpi. Mio figlio quello piccolo aveva fame e è andato a comprarsi un popiah, ma quando ha visto i cadaveri la fame gli è passata.

L’acqua è stata giorni a scendere completamente. Non era acqua, poi. Era un fango nero mai visto, che non si è mai più potuto lavare via. Guarda qua il segno.

Dalla televisione abbiamo saputo di tutti quei poveretti di Aceh. Voglio dire, per noi musulmani è terribile.

Sarà stato un sei mesi dopo, è venuta una corriera piena di orfanelli, bambini che avevano perso tutto – casa, genitori e qualunque parente al mondo, erano soli senza nessuno. Ci hanno chiamati alla moschea e siamo andati a sentirli. Uno raccontava che il fratellino gli è stato strappato dalle braccia e non ha mai più neppure visto il suo corpo, né quello dei suoi, e tutti piangevamo. Abbiamo dato un sacco di soldi. Molti si sono offerti di adottarne uno ma gli Indonesiani non l’hanno permesso. Si sono fermati due ore e poi sono partiti per la moschea successiva.

Veramente, se mi raccontavano solo la storia senza portarmi i bambini i soldi glieli davo lo stesso

postato da: Airid alle ore febbraio 10, 2007 11:22 | Permalink | commenti (6)
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martedì, 06 febbraio 2007

L’agente

 

L’ho inseguito per telefono per dieci giorni, e alla fine mi ha detto di snidarlo lì. Pensavo che il suo ristorante fosse uno di quei posti lungo il mare con i tavoli di metallo dove si mangiano gamberi e zuppe di pesce servite in vasellame di plastica, non un ambiente con mobilio e infissi in teak nero riciclato, easylistening a volume civile e piante ricercate. Di lui sapevo solo che era un piccolo agente di collocamento di manodopera straniera.

 

E’ uno sobrio, vestito informale. Beve acqua da un bicchiere sempre pieno: una camerierina vietnamita ha cura che non resti mai senza.

Mi spiega molto cautamente il suo lavoro. Dice che ha un’agenzia piccola, circa 2000 operai all’anno. Si informa discretamente su di me, ma gli piace molto parlare e in particolare parlare di sé.

 

Guarda, dice, ci tengo ai miei uomini. Ero operaio anch’io. Li vado a prendere in Vietnam, in Myanmar, in Bangladesh e in Indonesia. Mica mando gli altri, ci vado di persona. Anche perché sai, quando si tratta di ungere a destra e a sinistra… in Myanmar hanno la giunta, non bagigi. Io conosco bene il ministro degli esteri birmano, veniva a pescare qui a Penang e andavamo fuori con la mia vecchia barca poi toh, è diventato ministro.

E ai miei operai ci tengo davvero. Sono esseri umani, anche se io mi faccio i milioni con loro. Quando me li trattano ingiustamente ci sto niente ad andare in tribunale, e i datori di lavoro lo sanno che se si trovano me di fronte… insomma, conosco i miei giudici anch’io.

 

Non fare il mio nome, ovviamente.

 

Io credo ai diritti umani e a quelle cose. Ho tentato di collaborare con le ONG, però preferisco fare da solo. Mi sono fatto da me, quando sono emigrato in Giappone, da giovane. Quelli delle ONG sono anche tanto carini, ma sono pronti a trattarmi male perché sono ricco; sono tutti universitari.

 

E’ rilassato sulla sedia disegnata dal suo architetto. Mentre parla, guarda negli occhi: mi fa servire una birra dopo l’altra e ho paura a rifiutare la sua gentilezza.

Io non chiedo niente a nessuno, dice, per questo con me le minacce non funzionano. Non mi servono altri soldi. Potrei anche andare a vivere in Australia e non lavorare mai più. Avevo una casa a Sydney, sul fronte mare ma l’ho venduta – non ci andavo mai e poi così, il prezzo era troppo buono.

Potrei anche farmi dare il titolo di Datuk, ma io col re ci gioco a golf, mica mi inchino. Datuk, datuk, chi se ne frega. Al sultano non mi inchino.

 

Il potere non sta nei titoli. A me non importa il potere, ma ce l’ho.

Una volta mi hanno trattato male un birmano. Il poliziotto l’ha fermato, gli ha preso il permesso di soggiorno tutto in regola, fatto da me, l’ha appallottolato e buttato per terra. Il birmano per fortuna mi ha chiamato. Sono arrivato subito: io non mando gli altri al mio posto. Già a vedere la targa della mia mercedes, una targa a una cifra (cosa vuoi ho il cuore tenero: il 5 è il giorno di nascita di mia figlia), il poliziotto ha cambiato atteggiamento. Io poi conosco quelli della Speciale, ho i miei tipi. Ho fatto venire fin lì il capo. Il poliziotto era della municipale, figuriamoci: in galera è finito, e ben gli sta.

 

Vedo solo i suoi occhi neri mentre il disgustoso easylistening mi si mescola sempre più inestricabilmente con la birra e con le luci colorate delle fibre ottiche intrecciate alle palme. Non riesco più a prendere appunti, mi concentro a dare risposte simpatiche e a sorridere spesso.

E cosa fai per il Capodanno Cinese, chiedo in quest’ottica.

 

Io sono cinese, risponde secco, ma non la mia ditta. C’è un malese che figura come socio maggioritario, e che non fa un tubo di niente altro che farsi una percentuale, se no non mi davano mai e poi mai la licenza. Ma non ce l’ho coi “figli del suolo”, non sono uno di quelli che dice che è tutta colpa dei malesi. Che facciano i soldi anche loro, non sono egoista. Non mi hanno mai impedito di fare i miei affari. E’ anche giusto, dopotutto sono qui da tanti secoli, la terra è loro. Mio nonno è nato in Cina. Io sarei figlio del suolo lì – meno male va’ che invece sono nato qui.

A proposito, chiede all’improvviso, sei anche tu della chiesa come  Franciscus X?

Nego insistentemente.

 

Aaaah, sorride, bene, perché io alle religioni non ci credo.  Cerco di capire le cose da me. E ci riesco sai? Perché del denaro non mi importa. Quello uno si mette e lo fa. Qui in Malesia ce n’è tanto. E’ un posto fantastico per il commercio. Corrotto, ma questo dappertutto, credo. Non mi venire a parlare degli americani che sarebbero incorruttibili. Ho vissuto alle Hawaii, ho visto bene come funzionano le cose. Ma di tutta l’Asia è la Malesia che è meglio. Qui è un posto sicuro, dove non vengono la notte a portarti in galera solo perché hai fatto qualcosa che dispiace al primo ministro. Peccato che a volte gli affari vadano male per la corruzione. Mi rende triste. La mia gente è corrotta, non c’è niente da fare.

 

La prossima volta che vieni in Malesia chiamami, dice. Ti trovo io un appartamento più vicino alla città. Quello dove stai lo conosco bene, l’ho costruito io con la mia ditta quando ancora avevo l’impresa immobiliare.

 

Intanto vieni da me per il Capodanno cinese. Vedrai, informal dress. Si mangia bene. Ti aspetto.

 

Ondeggio verso casa. Non dubita che andrò e non gli importa.

postato da: Airid alle ore febbraio 06, 2007 11:34 | Permalink | commenti (47)
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domenica, 04 febbraio 2007

coda

In coda per Dio

Dicono che nei rituali si chiariscono alcune modalità di azione e di relazione che sono comunque quotidiane. Dicono, e scrivono, che i rituali servono, a chi li fa, per capire e inquadrare l’esistente. Senz’altro hanno ragione. Nel Tai Pusam di Penang , a dispetto delle leggende colorate, erotiche e mutevoli che ormai sono sconosciute ai più e che strutturano storicamente gli andirivieni delle processioni, di fatto si vedono migliaia di persone sfilare di fronte ai padiglioni delle fabbriche e degli uffici nei quali quotidianamente lavorano e mettersi in coda, sgomitando e sudando per ore, per portare il loro tributo a una divinità in cima alle scale: un vaso di latte che verrà rovesciato su di essa e che contribuirà, una volta recuperato e bevuto, ad aumentare la capacità del singolo devoto di diventare egli stesso divino.

 

Ma si mettono in coda, dunque. Ognuno cammina partendo da casa, o da un tempio a lui caro, o dal padiglione della sua fabbrica, con i piedi ormai poco callosi nudi sull’asfalto, finché si infila su per la scalinata e si incastra nell’ingorgo, un’ora o due sotto il sole, pregustando il momento in cui arriverà alla Dea e consegnerà il suo vaso di latte a bramini efficaci che fra un mantra e l’altro gridano “circolare, circolare!”, infatti non si può interrompere il meccanismo solo perché uno vuole perdersi nella contemplazione della divinità – che diamine.  Nella coda, che solo alla fine viene suddivisa in corsie “vasi di latte” (tanti) e “portatori di palanche” (pochi, ma ingombranti a causa degli spilloni), è lecito spingere e sgomitare. Ma i bambini non piangono e nessuno urla “si metta in fila come gli altri, maleducato!”. Siamo buoni, non fessi ma buoni. Il flusso ci domina ma non ce ne facciamo sommergere. La fine imminente ci sostiene – per non dire di quanto ci dà forza la vicinanza alla dea in un momento così energeticamente attivo. Siamo dediti ma in un corpo a corpo, vinciamo.  

 

Ne usciamo rigenerati.

 

(L’antropologa no).

postato da: Airid alle ore febbraio 04, 2007 16:34 | Permalink | commenti (22)
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