lunedì, 14 luglio 2008

Ecco, questa è la stanza. LA stonsa. Un ridere cretino si diffonde ma le piastrelle restano lucide.

Su dài, sdraiati.

Le suorine vanno a tre per tre e si chiamano Lina, Juli, Yuni, Lili, Nori; cercano le vene ridacchiando mentre l’A. constata che il materasso è di kapok, è una stuoia insomma.

L’hanno girata contro il muro e una televisione spenta. Di notte si sentono solo il cicak e Allah. FA piacere ascoltare le parole del profeta, aiutano a scegliere quale parte dello scheletro ammaccare sul tavolaccio.

L’Ery è preoccupato. Intorno a lui si crea sempre molta comunicazione ma non quella che vorrebbe. Qualcuno dovebbe spiegare la paragmatica della comunicazione agli antropologi, pensa l’A: c’è uno psichiatra qui dentro?

Il polso sinistro si è ingorgato, dice la suorina. Infatti è gonfio e fa male; e durante la notte all’A. viene in mente di tutto, soprattutto la mano gonfia di quasi esattamente un anno fa. La Mano.

Tutto prude e l’agitazione insonne rende il rivoltarsi sul kapok ancora più penoso.
E’ il tuo sangue. Non sei tu che piangi, sono le piastrine che ti spingono a fluidificarti. Non ti preoccupare, con un po’ di paracetamolo passa, l’importante è non prendere l’aspirina.

 

postato da: Airid alle ore luglio 14, 2008 10:04 | Permalink | commenti (10)
categoria:febbre, buchi, la ricerca del nulla
mercoledì, 18 giugno 2008

Qui vicino qui vicino
Sento odore di bambino.

 
Nascono un po’ fuori dal mondo. Incodificati. Imprevisti, o previsti da una Provvidenza difettosa e schizofrenica.
Appena nati, partono.

 “Buongiorno”
“Dipartimento del welfare, buonasera”.
“Ah, scusi sì, buonasera.”
“In che cosa posso aiutarla?”
“Vorrei parlare con quello che si occupa dei bambini, se uno vuole lasciare un bambino…”
“Attenda in linea”.

“Hallo, buonasera”
“Dipartimento del welfare, buongiorno”.
“Vorrei parlare con la persona che si occupa dei bambini…”
“Lei è straniera?”
“Beh sì, ma sono una ricercatrice”
“L-E-I  E’  STRA-NI-E-RA?”
“Sì ma”.
“LEI NON CITTA-DINA MA-LE-SIANA?”
“No, ma ascolti”
“Qui noi prendiamo solo i malesiani”.
“Senta però”
“Come si chiama ehm.. signora o signorina?”
“A-I-RID”
“E’ indonesiana, signorina Did?”
“NO, NO, IT…”

 
Partono allora con un accordo preventivo. Basta giurare. Almeno, se sei malese musulmano basta giurare e la nascita si sdoppia, anzi si triangola: utero, Allah, amorevoli braccia del tutore. Diventi un piccolo senza eredità, un bambino che non potrà ricevere dai genitori adottivi né il nome, né più di un terzo dei beni. Gli altri due terzi vanno alla Provvidenza, sotto forma di Previdenza. Sei partito e sei arrivato solo per un terzo. Ti chiami bin Abdullah. Figlio di Dio. Una variante di Esposito, insomma.

Però vivi.

postato da: Airid alle ore giugno 18, 2008 04:58 | Permalink | commenti (4)
categoria:arrivo, materiale, la ricerca del nulla
mercoledì, 04 giugno 2008

1 L’isola delle trasformazioni

 

Questa volta l’antropologa non è sola.

Il Giovane Antropologo, chiamiamolo Eriberto detto Ery, ha una caratteristica, quella di esserci, che offusca tutte le altre perché è trasformativa: l’A non può far finta di essere sola. E’ uno scandalo.

L’Ery e l’A. sono al tropico da soli due giorni e già il tropico, l’isola del progresso detta Penang, si è trasformato. L’isola ha certo una sua tendenza intrinseca a trasformarsi, non per niente si chiama (l’a. la chiama) “del progresso”, ma quello non c’entra. Sono anni che i condomini, il cemento e il lusso proliferano cancerosamente, ma ora la presenza dell’Ery contribuisce a cambiarne la consistenza percettiva. L’isola sembra più vera e indifferente.  Esserci è meno simile a un delirio individuale e più vicino a un lavoro. L’Ery fa sentire l’A. responsabile di sé e così, la fa diventare davvero il personaggio che lei stessa sotto pseudonimo ha creato in un certo pezzo del suo blog: un’Antropologa. E l’A. è un po’ stufa di diventare personaggio. Voi capite che però è anche una sensazione esilarante, come volare in aliante.

Quindi al solito caffè con la pioggia tropicale (lì fuori) e kind of blues (qui dentro) non c’è molto da dire. Computer e telefonini. Legami con l’Ovest intrattenuti e scongiurati: avere un fido in banca, tessere l’amore e soprattutto, farsi ricordare, ricordare, ricordare..

I poveri sono ciccioni.

Quei due no. Teorizzano di diventarlo per vari motivi. Sono in corso trasformazioni, insomma.

 

postato da: Airid alle ore giugno 04, 2008 06:11 | Permalink | commenti (6)
categoria:arrivo, materiale, la ricerca del nulla
martedì, 16 ottobre 2007

 

Una certezza nella terza Città

 

“Non vado?” sbraita Lara al cellulare, costeggiando il bordo del cratere. Ha certe ballerine di vernice rossa che la spiazzano e una foglia infilata nel calcagno che cerca di scuotere via prima che le venga una vescica.

“Responsabilità?” dice più piano, chinandosi a levare la foglia con un dito. LA ballerina le cade nel cratere. E’ un bordo appena accennato, niente di particolarmente  chiaro ma sufficientemente ripido da far scivolare la scarpa verso il centro e verso il ragazzo esangue.

“Entro febbraio, dici” esala Lara appoggiando il piede nudo sulle foglie.

Un’ambulanza arriva, frena e sconquassa la trasformazione autunnale.

Le polveri sottili non aiutano l’ossigeno a raggiungere i polmoni del ragazzo né la pelle di Lara a sembrare ancora dorata. Mehmet ha l’aria disfatta, la faccia segnata, un vestito elegante e un figlio mezzo morto ai suoi piedi. Il Dodici cigola.

Un barelliere le porge la scarpa.

“Mica cenerentola, eh” commenta.

Ha il piede sporchissimo, questo è chiaro, impastato di foglie e polveri sottili.

“Io vado” dice a Mehmet. “Ma dimmi che vedi il cratere”.

“Ci sentiamo” dice lui senza quasi girare la testa.

Allontanandosi Lara segue le rotaie. Di questo è certa: ci sono le rotaie, le foglie, e in fondo un cratere. Una volta, quando li ha visti per la prima volta, era estate.

 

postato da: Airid alle ore ottobre 16, 2007 00:40 | Permalink | commenti
categoria:buchi, la ricerca del nulla, terza cittĂ 
martedì, 17 aprile 2007

La prima trama

 

 

Una donna poco dotata di senso dell’orientamento si aggira per le strade di una città che conosce piuttosto male. In preda a un senso di smarrimento questa donna, che ogni tanto si esprime in prima persona (e chi non lo fa), e che è l’io narrante ma non sono io, chiede aiuto a un giovane. Questi tuttavia travisa la sua domanda probabilmente a causa di una scarsa conoscenza della lingua predominante nel paese in cui si svolge l’azione, e le propone di acquistare una sostanza che, nel paese, all’epoca dei fatti, viene ritenuta illegale.

Interviene a questo punto un altro uomo che si offre di accompagnare la signora nella piazza da lei smarrita, nel senso che non la trovava più.

 

Passa un po’ di tempo. Una notte, credo.

 

La signora, una donna che può essere designata come “la tipa” perché d’aspetto non signoresco, non borghese come le nostre (vostre, però) mamme (mamma, ti definiresti borghese tu?), riceve in dono un tuttocittà dall’uomo che qualche tempo prima l’ha accompagnata a casa senza insistere a venderle sostanze illecite.

 

Qualche tempo dopo, la tipa passando e ripassando per gli stessi luoghi assiste alla demolizione di un palazzo.

 

Infine, una mattina calda, incontra l’uomo che le ha regalato il tuttocittà mostrando così una delicatezza notevole non priva di ironia (la tipa sembra apprezzare queste doti negli uomini, quando non sfociano in un’imbranataggine che impedisce la relazione; NdA, il superio narrante) in uno stato piuttosto preoccupante. Al posto dell’occhio sinistro l’uomo ha un bozzo nero e rosso; inoltre si commuove, atteggiamento poco in linea con quanto di lui la tipa ha conosciuto fin lì.

 

[Non credo che ci abbia scopato, fra parentesi]

.

Di fronte alla richiesta di entrare in casa con lei a lavarsi, la tipa reagisce in modo – questo sì – poco signorile e forse borghese, pensando che uno così non lo farebbe entrare in casa. Invece poi lo fa salire, dimostrando incoerenza.

 

Una volta lavatosi, l’uomo la saluta e se ne va.

 

[e questo scrivere mi ingenera un senso di oppressione, NdA, Spi).

postato da: Airid alle ore aprile 17, 2007 23:29 | Permalink | commenti (62)
categoria:la ricerca del nulla, terza cittĂ , strappi alle regole
domenica, 15 aprile 2007

La terza città - IV

 

“Scusi, questo va in centro?” chiede la tipa posandogli una mano sulla spalla.

Mehmet si volta e sorride, deformando il cerotto che tira la benda sulla guancia proprio sotto a un nerame striato di rosso – un antico occhio.

“No” dice e prende una biro. “Ti scrivo strada io" e le toglie di mano il tuttocittà.

La tipa ha il piumino rosso legato in vita e i capelli a cresta di gallo. Si leva un paio di occhiali da sole con la montatura bianca, squadrata, e guarda in faccia Mehmet.

“Mamma mia” dice rimettendosi gli occhiali.

Lui ha un nuovo ghigno deformante e una lacrima sprizza dal nerame o dall’altro occhio.

“Posso fare la doccia da te?” le chiede.

 

“Da me” non esiste, penso. E’ molto lontano o non esiste, comunque non è qui. E se ci fosse, non ce lo farei entrare. Sono in ritardo, non ce lo farei entrare.

 

“Dobbiamo chiedere alla signora” dice la tipa. “E’ casa sua, io sono solo una pensionante”.

 

Don’t get settled in this place

The lodger's terms are in disgrace

 

La signora gli fa fare la doccia senza fiatare. Gli dà una maglietta pulita e non chiede niente né alla tipa, né a Mehmet che del resto non ha niente da dire. Prendono l’ascensore in silenzio e fuori fa caldo.

 

“Dove vai?”

“Ciao, grazie” e sale sul tram salutandola anche con la mano.

 

Don’t get settled in this place

She should've stayed away from France

 

Cerco di orientarmi su canzoni che mi piacciono. Sono molto in ritardo, prendo un taxi, ma non c’è.

 

La tipa fruga in borsa. Estrae e posa sul marciapiede fogli, libri, un computerino bianco, chiavi, l’agenda il portafogli etc., e solo quando solleva lo sguardo di pochi centimetri vede sul binario le pagine della città stracciate dalla ruota del tram. Ne recupera una sulla quale sono tracciate in biro blu una freccia e la parola CENTRO.

 

postato da: Airid alle ore aprile 15, 2007 22:28 | Permalink | commenti (42)
categoria:la ricerca del nulla, terza cittĂ 
martedì, 10 aprile 2007

Il culo della cameriera

 

Le chiappe tonde fasciate di grigio della cameriera ricordavano lucidamente la necessità di scrivere commenti sensati, mirati, strutturanti insomma. Struttura, costruzione, operazione trasformativa. Le due sfere turgide inglobate in un pantacalza indicavano la necessità di partecipazione critica assente da questo blog.  

 

Era infatti chiaro che così non si poteva andare avanti.

 

 A.: non c’è futuro. Un conto è se scrivi su carta, ma lì…

B.: si finisce per cazzeggiare anche se poi io non leggo, non ci vengo mai.

A2: dovresti andare su un sito letterario, se è quello che cerchi.

 

Cazzo adesso mi sentono, ha pensato A0. Fisso delle regole e questo sarà di aiuto a tutti. Abbracceremo le regole come un rampicante il suo tutore.

I primi dieci post possono essere di palleggio,  il resto deve prendere posizione rispetto al testo. C’è un testo, per la miseria!

Forse era il contrario: almeno dieci post lucidi e poi facciamo salotto.

 

Parlavo di voi.

Vi insultavo.  

 

And I mean you, you, you.

No, tu no.

 

 A con zero vuole dare battaglia per piantare bandierine nelle pagine del suo tuttocittà. Lo ha rubato a B due anni fa, ma è della città sbagliata.

postato da: Airid alle ore aprile 10, 2007 09:38 | Permalink | commenti (60)
categoria:buchi, transito, la ricerca del nulla, strappi alle regole
mercoledì, 07 marzo 2007

I gerundi e l’uomo della strada

 

Il nome della strada dà il titolo a un romanzo nel quale l’uso a suo tempo innovativo del dialetto e del gergo romano conferiva finalmente consistenza letteraria al margine metropolitano preborghese dell’urbe. Nel limbo del suo anticipo, l’autrice percorre la via esaminandone i negozi, bevendone i succhi di pomodoro per restare lucida a dispetto del viaggio, contandone i numeri raggruppati secondo archetipi di altri mondi, alterandone il significato per abbattere il presagio sfavorevole che le si concretizza in capo e fra le costole. Va a diventare reale, quest’autrice. Ha fame. Ha voglia.

 

Fikri passa uno straccio pulito sull’alluminio del suo tavolino. Fra un po’ gli impiegati del comune vengono per pranzo. Escono dalla torre marron per mangiarsi una salsiccia di pollo e bersi un bicchiere di latte di soya colorato di rosa, di succo d’uva chimico o un caffè. Potessi vendere il caffè, pensa Fikri.

Sorride nel frastuono e inala ossido di carbonio lentamente, con meticolosità yoga.

Gli occhi sono bracci di piovra sui suoi attrezzi: i recipienti quadrati con i succhi, i bicchieri, la bacinella per lavarli, l’insegna obbligatoria per legge che indica il prezzo delle consumazioni, i tre sgabellini pieghevoli, gli strofinacci e il quaderno della contabilità.  

Con quanto resta di questi occhi prensili guarda gli uomini e le donne che a piedi o su un mezzo di trasporto sono mossi dalla fame, dal desiderio e dalla stupidità di chi lavora sotto padrone. Vede una moto allinearsi con una malesina sinuosa che ride al telefono mentre aspetta il verde per attraversare e il motociclista strapparle il cellulare costoso lasciandola per terra urlante e con l’orecchio pieno di sangue. Con questa fanno tre.

 

“I luoghi non sono rilevanti. Perché è così localizzato? E i nomi. Fabio: che nome è, per un protagonista? Non vogliamo fare il minimalismo”.

“Il minimalismo è una questione di temi, non di lingua”.

“Potremmo discuterne per ore! Devi essere più estrema. Innovare, usare il linguaggio di internet”.

“Ma tu ci vai mai, in rete?”

“Cosa c’entra. La lingua è sciatta. Ci sono troppi gerundi. Qui vogliamo fare una cosa ke spakka”.

 

Il mio marciapiede, pensa Fikri, è fantastico. Guarda l’asfalto che dai piedi del suo tavolino di alluminio disegna la carreggiata e con linea spezzata risale fino al sangue della donna. Semaforo rosso, si vede tutto. Semaforo verde, tutto scompare.

 

L’autrice accarezza il gatto poi tira giù la cerniera lampo del giubbetto autoriale, così dissimile dal chiodo dell’editore che non ha letto. Esce un po’ nuda per la celebre via pregustando la cosa che mangerà qualunque essa sia. Poiché non è, stringe il giubbotto di neopralene verde ramarro in un pugno che potrebbe uccidere qualcuno.

 

Per riuscirci, le ha detto Fikri, devi essere fermo e lasciare la gente e le cose passare. La tipa si fa portare in moto. Ha le mani e gli occhi macchiati di verde. Ma il cuscino non è macchiato, constata addormentandosi; si vede che non è ancora abbastanza.

postato da: Airid alle ore marzo 07, 2007 14:43 | Permalink | commenti (103)
categoria:arrivo, febbre, la ricerca del nulla
venerdì, 02 marzo 2007

Troppo lontano

                                                        

Autotrasporti Maiorelli. Castorama. Sedia e sedie. Idraulica Assentilli e figlio. Alberi stecchiti e tetti di coppi sfondati. Un prato già verde.Vietato attraversare i binari. Un prato marrone.  Container tedeschi, polacchi e della cooperativa centese. Container di tutto il mondo. Ditta Pace.

Casolari.

 

Prima che l’antropologa partisse, alcune persone in divisa sono venute a prendere il signor Tang, che ha lasciato un appartamento totalmente vuoto dietro di sé. Forse ha messo anche lui l’aria condizionata a palla per fare le valigie senza doversi rifare la doccia quando tutto era stato già messo via.

I poliziotti non si sono levati le scarpe entrando in casa.

 

Forno. Un edificio industriale rosso dai vetri sfondati. Il Circo Togni. Alcuni campi brulli e il cielo grigio. Ferrara, si informano i signori viaggiatori, vietato attraversare, un campo da tennis coperto.

 

L’antropologa non ha voluto che gli amici indiani e i malesi l’accompagnassero all’aeroporto, uno parte solo e almeno si rilassa, non si chiede fino all’ultimo ma è possibile che gli amici dei miei amici siano amici quando alcuni sono tamil, neri, pelosi e indù e altri malesi, glabri e musulmani. Ha guidato fino all’aeroporto distrattamente, cercando di sentire il pathos della partenza ma attraversando il paesaggio familiare proprio così, come un paesaggio familiare.

Da ultimo si è levata le ciabattine chiedendosi se fosse proprio necessario, se davvero stesse andando in un posto dove tutti hanno i piedi impacchettati altrimenti gli si arrossano dal freddo.

 

Una cava di ghiaia.  Fiume Po.

 

Sono dodicimila chilometri che non si vedono tranne che sulla cartina del piccolo schermo assicurato al soffitto dell’aereo. L’antropologa ha ancora appunti da mettere in chiaro ma il movimento di quell’aerolino che si libra sul mare, simile a una rappresentazione istantanea di sé ma incapace di registrare i movimenti reali dell’aereo, che potrebbe anche star precipitando su Giava a causa di un pilota ubriaco mentre a video si vede lo zoom sulle isole Andamane, quell’aerolino si scava un piccolo tunnel più o meno fra le scapole dell’antropologa.

 

Argini, alberi stecchiti.

 

Sharifa Bhanu, l’antropologa sta scrivendo di lei. Due volte sposata, due volte abbandonata dopo poco, madre solitaria, operaia da Fairchild Semiconductors. L’aerolino allontana la sua faccia, la sua storia dello stregone che l’ha fatta ammalare perché la sua migliore amica potesse portarle via il primo marito, tanto poi lui ha lasciato anche lei con due bambini.

 

Una collina dalla punta arrotondata. Terme Euuu… Un cavalcavia di autostrada.

 

L’aerolino all’improvviso sta sorvolando Ankara, o mostra che l’aereo grande a bordo del quale si trova l’antropologa a lungo addormentata con il collo ad angolo acuto ha fatto circa diecimila chilometri. E’ vero, visto che di lì a poco scende e atterra a Roma.

 

Piccole fabbriche rettangolari, villette con la parabola sul tetto.

 

Sharifa? Rohaini? Un frutto tropicale che profuma di rosa e non si trova in vendita, jambu mawar? L’antropologa compie un itinerario per Roma, non uno a caso, e non da sola. Ci sono le colonne (che hanno un’anima di piombo) e i ruderi, c’è il dialogo in italiano con M. e le cose che si vogliono dire. Poi c’è un incontro con uno che le parla di virgole e gerundi, di potenza della scrittura e di postavanguardia.

 

Sharifa?

“Sì? Sono appena andata a prendere mio figlio. Ho tamponato e non so come pagare la riparazione”.

Maledetta, pensa l’antropologa, tu non puoi rispondere. Sei a dodicimila chilometri da qui. Non ti ho inventata.

 

Rohaini ha la divisa di Shanson. Le sue colleghe hanno la testa coperta ma lei no.

“Ciao! Allora quando ci facciamo una laksa in riva al mare?”

Yusri sta finalmente inaugurando il suo nuovo commercio ambulante.

“Ehi ti sei tagliata i capelli” dice, sorridendo. Che, a ben notare, è un gerundio.

postato da: Airid alle ore marzo 02, 2007 12:02 | Permalink | commenti (38)
categoria:arrivo, materiale, transito, la ricerca del nulla
domenica, 18 febbraio 2007

L’anno del maiale porterà scompensi economici e ambientali, e guerre.

 

Alle finestre degli appartamenti brillano luci rosse. I botti scoppiano per le strade, sulle scale e negli ascensori e i festoni rossi e dorati raffiguranti carpe e ananas baluginano alla luce dei neon.

E’ tutto chiuso. I gemelli hanno chiuso, la parrucchiera ha chiuso, il New Food Paradise ha chiuso. I caseggiati sono immersi in odor di dado e di fritto.

Stamane hanno pregato per gli antenati e stasera mangiano.

 

Il signor Tang ha acceso la televisione e bruciato bastoncini d’incenso ma non ha fritto un solo germoglio di soia. Non esce. Non lo va a trovare nessuno. Fuma al balcone.

 

Al 10/D/10 nulla – neppure televisione, incenso o sigarette.

 

L’antropologa esce. La banda di cani neo-randagi che infesta il parcheggio è rintanata sotto le automobili a ululare ai botti. Il cane-pecora e il cane-tavolino si fanno avanti, scodinzolano all’antropologa e poi tornano sotto i semiassi.

 

Poi piove. Non pioveva da quasi due mesi.

 

Sono quasi due mesi.

 

“Tang, mi dai una siga?”

“Signor Tang, buon anno! Mica mi darebbe una sigaretta?”

“Scusi tanto, signor Tang, saprebbe dirmi dove posso comprare una sigaretta, sciolta dico?”

 

Tang mi sta aspettando sulla soglia.

“Cin cin” dice.

Ha gli occhi rossi e in mano uno spillone lungo e sottile come un ferro da calza. Gli scoppi si moltiplicano per le scale e sul nostro pianerottolo. Tang tende la mano con lo spillone.

 

Armeggio con il lucchetto. Il lucchetto non funziona.

Si apre l’ascensore e ne escono il cane-tavolino, che scodinzola, e il cane-pecora con in bocca un piccolo animale.

La porta di casa mia si apre e una signora grassa, indiana, mi guarda come una che si è appena svegliata.

“Ha bisogno?” dice.

 

L’antropologa sale, a piedi, di un piano, scansando per le scale un mucchietto di ragazzini che fra un botto e l’altro si fumano una canna.  Non sempre riconosce le cose. Quasi mai, a dispetto del suo mestiere.

           
postato da: Airid alle ore febbraio 18, 2007 17:16 | Permalink | commenti (24)
categoria:la ricerca del nulla