lunedì, 14 luglio 2008

Ecco, questa è la stanza. LA stonsa. Un ridere cretino si diffonde ma le piastrelle restano lucide.

Su dài, sdraiati.

Le suorine vanno a tre per tre e si chiamano Lina, Juli, Yuni, Lili, Nori; cercano le vene ridacchiando mentre l’A. constata che il materasso è di kapok, è una stuoia insomma.

L’hanno girata contro il muro e una televisione spenta. Di notte si sentono solo il cicak e Allah. FA piacere ascoltare le parole del profeta, aiutano a scegliere quale parte dello scheletro ammaccare sul tavolaccio.

L’Ery è preoccupato. Intorno a lui si crea sempre molta comunicazione ma non quella che vorrebbe. Qualcuno dovebbe spiegare la paragmatica della comunicazione agli antropologi, pensa l’A: c’è uno psichiatra qui dentro?

Il polso sinistro si è ingorgato, dice la suorina. Infatti è gonfio e fa male; e durante la notte all’A. viene in mente di tutto, soprattutto la mano gonfia di quasi esattamente un anno fa. La Mano.

Tutto prude e l’agitazione insonne rende il rivoltarsi sul kapok ancora più penoso.
E’ il tuo sangue. Non sei tu che piangi, sono le piastrine che ti spingono a fluidificarti. Non ti preoccupare, con un po’ di paracetamolo passa, l’importante è non prendere l’aspirina.

 

postato da: Airid alle ore luglio 14, 2008 10:04 | Permalink | commenti (10)
categoria:febbre, buchi, la ricerca del nulla
mercoledì, 07 marzo 2007

I gerundi e l’uomo della strada

 

Il nome della strada dà il titolo a un romanzo nel quale l’uso a suo tempo innovativo del dialetto e del gergo romano conferiva finalmente consistenza letteraria al margine metropolitano preborghese dell’urbe. Nel limbo del suo anticipo, l’autrice percorre la via esaminandone i negozi, bevendone i succhi di pomodoro per restare lucida a dispetto del viaggio, contandone i numeri raggruppati secondo archetipi di altri mondi, alterandone il significato per abbattere il presagio sfavorevole che le si concretizza in capo e fra le costole. Va a diventare reale, quest’autrice. Ha fame. Ha voglia.

 

Fikri passa uno straccio pulito sull’alluminio del suo tavolino. Fra un po’ gli impiegati del comune vengono per pranzo. Escono dalla torre marron per mangiarsi una salsiccia di pollo e bersi un bicchiere di latte di soya colorato di rosa, di succo d’uva chimico o un caffè. Potessi vendere il caffè, pensa Fikri.

Sorride nel frastuono e inala ossido di carbonio lentamente, con meticolosità yoga.

Gli occhi sono bracci di piovra sui suoi attrezzi: i recipienti quadrati con i succhi, i bicchieri, la bacinella per lavarli, l’insegna obbligatoria per legge che indica il prezzo delle consumazioni, i tre sgabellini pieghevoli, gli strofinacci e il quaderno della contabilità.  

Con quanto resta di questi occhi prensili guarda gli uomini e le donne che a piedi o su un mezzo di trasporto sono mossi dalla fame, dal desiderio e dalla stupidità di chi lavora sotto padrone. Vede una moto allinearsi con una malesina sinuosa che ride al telefono mentre aspetta il verde per attraversare e il motociclista strapparle il cellulare costoso lasciandola per terra urlante e con l’orecchio pieno di sangue. Con questa fanno tre.

 

“I luoghi non sono rilevanti. Perché è così localizzato? E i nomi. Fabio: che nome è, per un protagonista? Non vogliamo fare il minimalismo”.

“Il minimalismo è una questione di temi, non di lingua”.

“Potremmo discuterne per ore! Devi essere più estrema. Innovare, usare il linguaggio di internet”.

“Ma tu ci vai mai, in rete?”

“Cosa c’entra. La lingua è sciatta. Ci sono troppi gerundi. Qui vogliamo fare una cosa ke spakka”.

 

Il mio marciapiede, pensa Fikri, è fantastico. Guarda l’asfalto che dai piedi del suo tavolino di alluminio disegna la carreggiata e con linea spezzata risale fino al sangue della donna. Semaforo rosso, si vede tutto. Semaforo verde, tutto scompare.

 

L’autrice accarezza il gatto poi tira giù la cerniera lampo del giubbetto autoriale, così dissimile dal chiodo dell’editore che non ha letto. Esce un po’ nuda per la celebre via pregustando la cosa che mangerà qualunque essa sia. Poiché non è, stringe il giubbotto di neopralene verde ramarro in un pugno che potrebbe uccidere qualcuno.

 

Per riuscirci, le ha detto Fikri, devi essere fermo e lasciare la gente e le cose passare. La tipa si fa portare in moto. Ha le mani e gli occhi macchiati di verde. Ma il cuscino non è macchiato, constata addormentandosi; si vede che non è ancora abbastanza.

postato da: Airid alle ore marzo 07, 2007 14:43 | Permalink | commenti (103)
categoria:arrivo, febbre, la ricerca del nulla
lunedì, 12 febbraio 2007

Buchi veri

(il tricorno della questione )

 

La telecamera a 6 milioni di terapixel collegata in bluetooth al computer sopperisce allo specchio le cui proprietà analogiche mi abbacinerebbero oltre al limite dei buchi bianchi. La punto su di me, controllo sul monitor la disposizione dei Capelli Bianchi e ne interpreto le deviazioni prima di irreggimentarle con la spazzola.

Mi videopettino, insomma.

Ma non ho la scheda grafica neat sculpture.

La webcam mi personaggizza come Questa Qui (QQ), una che non parla.

QQ è stabile e appare a comando. Si muove lentamente e lascia la scia.

Ehi, QQ.

Non mi chiamo Qq, dice senza l’ombra di una ruga (la bassa definizione è infatti un’alternativa alla chirurgia estetica). Mi chiamo Airid, baby, e ti saluto.

Nel riquadro fa capolino Quello Lì. Faccio in tempo a vederli ondeggiare insieme a bassa definizione mentre diminuiscono le proporzioni del reframing, poi li sento soltanto ridere.

 

Decido che è il neon a creare l’effetto-spettro. Cerco perciò di levare lo specchio dalla sua vite a pressione. Tiro con delicatezza, poi con forza finché sento un crunck e lo specchio viene via con un pezzo di muro. Dall’altra parte appare un occhio. Sono due mesi che il vicino non mi saluta e fa finta di non vedermi, invece ora appare come se non stesse aspettando altro.

“Mi hai rovinato il muro!” dice.

“Buongiorno, dico io. Mi chiamo Airid”.

“Ce le hai le carte dell’assicurazione?”

Metto anch’io un occhio sul buco e l’Altro Occhio si spaventa e arretra, mostrando tutta la faccia del vicino e il suo torso nudo. Nessun pelo.

“Le dispiace se ci parliamo aprendo la porta?” riprendo, cortesemente anche se quelli totalmente senza peli mi suscitano diffidenza.

Appare oltre il cancelletto rivestito di una T-shirt dell’Arsenal.

Gli apro. Si guarda in giro e fa per entrare ma lo blocco. Non mi saluti, sei glabro e vorresti penetrare la mia intimità. Chiamo la padrona di casa al cellulare e le spiego che c’è un buco nel muro poiché lo specchio si è staccato; le passo il vicino che si inabissa in una conversazione cinese con lei. Intanto ho rimesso lo specchio al suo posto con tutto il pezzo di muro, ma non ci resta.

“Grazie” dice il vicino al telefono ma non a me.

Mi faccio restituire il cellulare e chiudo il cancelletto e la porta, visto che il vicino si è spontaneamente allontanato. Mi guardo allo specchio posato a terra fra i calcinacci. Quello che vedo è vero.

 

La bottega da basso vende tutto. Non so come si dica stucco in inglese o in malese così chiedo quella roba molle che serve per tappare i buchi. Il gemello con più capelli bianchi che oggi sta alla cassa mi domanda che cosa devo fare precisamente con questa sostanza; è il più lento dei due fratelli, quello che mastica prugne secche salate e risponde accuratamente a tutti.

“Si è fatto un buco nel muro” spiego.

“I muri, di questi tempi, sono sottili” risponde il gemello.

“Sa, dove è appeso lo specchio” cerco di tergiversare; è un buon amico di Ann, la padrona di casa, e non vorrei che le raccontasse che è colpa mia. C’è folla nel negozio e all’improvviso tutti parlano di buchi nei muri. Con l’indice puntato mimano trapani che giungono dall’altra parte del muro, con pollice e indice indicano quanto grande era il loro buco, quello che hanno praticato o quello che si è aperto all’improvviso sulla loro parete. Un intero caseggiato, dieci piani per dieci appartamenti per tre blocchi, perforato e animato da conversazioni occhio a occhio.

Sono in molti a porgermi un barattolo di stucco e a consigliarmi sulle diverse tipologie di prodotto. Ne compro tre e tutta la simpatia che avevo suscitato svanisce.

“Ricca” dicono, come se dicessero: stupida.

“Lo chiuda bene, il suo buco” dice il gemello gentile porgendomi il resto. “Il signor Tang è ancora sotto accusa per aver ucciso la moglie trapassando la zanzariera con un ferro da calza”.

 

L’antropologa balla come una forsennata in mezzo ai ventenni. Ha posato la telecamera e tutti la guardano. Poi qualcuno le si mette davanti a insegnarle i passi e alla fine se la dimenticano.

Quando si siede, col cocone disfatto e la scollatura lucida, si rende conto che adesso deve fare i conti con quelle fila da tirare, fila scritte, fila digitalizzate, altro che dormire.

postato da: Airid alle ore febbraio 12, 2007 13:37 | Permalink | commenti (37)
categoria:febbre, transito
giovedì, 04 gennaio 2007
Fate l’onda
 
Ieri sera sono arrivata all’appartamento C-5-9, Farlim, dove abita Logan. Lui e i suoi stavano celebrando una preghiera mensile. C’era molta gente.
Fra una cosa e l’altra mi ha chiesto che cosa ero venuta a fare precisamente, questa volta. Precisamente. Era lì, rapato a zero e a torso nudo per ragioni votive, io da parte mia nell’ora fatale del jetlag, pentita di aver scalato i cinque piani di quel postaccio, e questo voleva sapere una cosa precisa.
 
Sto scrivendo un libro su di voi, il tempio, le famiglie, le cose che cambiano, dico. E diventa vero.
“In inglese, questa volta?”
Mi vengono i sudori freddi. Dovrei, dico mentre la coda di paglia mi pizzica la schiena.
 
E poi c’è questa cosa del lavoro, aggiungo. La cosa nuova. I lavoratori della Malesia.
 
“Questa è tosta, dice, perché il tempio e noi siamo qui, è facile. Tu guardi cosa facciamo e ci chiedi le cose, e poi scrivi. Ormai ne sai più di noi. Il lavoro.. che cosa vuoi sapere? Il lavoro, mah, è solo per fare soldi”. Molte teste si girano verso di me.
Lavoro lavoro lavoro sento ripetere dal consesso.
 
Ha ragione lui? Dovrei smettere? Sto indagando il nulla?
 
C’è un continuum fra immaginare la realtà e descriverla: nel primo caso si è deliranti e nel secondo si è irrilevanti, ma in mezzo si riescono a vedere le storie vere.  Così almeno credevo. Poi mi è arrivata una mail dalla Francia  dove mi si dice che un articolo che ho scritto su due lavoratrici malesiane è (strucca strucca) delirante. 
 
Vedo una riga all’orizzonte, sul mare. Con un po’ di fortuna potrebbe essere uno tsunami.
postato da: Airid alle ore gennaio 04, 2007 10:52 | Permalink | commenti (30)
categoria:febbre, la ricerca del nulla
mercoledì, 27 dicembre 2006
Ordini precisi e ordine cosmico.
 
Prima di partire per due mesi di ricerca ai Tropici industriali di questo blog, uno è:
indaffarato;
concentrato;
indifferente agli eventi circostanti – nella fattispecie il Natale etc.;
trepidante;
appassionato;
pregno della sua consapevolezza;
carico di aspettative;
teso verso una meta;
già lievemente assente, tropicalizzato[1].
 
Oppure può anche partire sperando che qualcosa, fosse anche una guerra, il crack finanziario o un lutto inaspettato, all’ultimo impedisca il decollo. Può rimandare l’assemblaggio del bagaglio – gadget tecnologici a parte – all’ultimo giorno, dimenticare di controllare la data di scadenza del passaporto e di fissare l’appuntamento dal parrucchiere[2]. Lo può, pur essendo sincero nelle proprie intenzioni. Può fare finta che il tempo non esista, che lo spazio sia insignificante (dipende da come funziona la connessione) e poi insegnare la spazializzazione del tempo presso gli Huaulu, senza essere ipocrita.
 
Certo uno non si sente molto bene in questa situazione. Uno è un ricercatore. Vorrebbe pensare il metodo, farlo sul serio e davvero per bene questa volta, andare a colpo sicuro e tornare carico di materiale. Uno vorrebbe essere finalmente cresciuto.
 
Tre frasi. Due foto. Qualche cassettina girata male. Un evento rivelatore, se tutto va bene. Ecco che materiale mi aspetto. Come si fa l’etnologia in assenza di un’etnia di cui diventare i portavoce e gli interpreti autorizzati? In questa cazzo di modernità, insomma? Con dieci operaie, due sedi di partito, quattro rituali e – se mi aiutano – una ventina di clandestini? E poi pretendi di scrivere sul lavoro.
Forse sarà il genere ad avere la meglio. Uno studio contemporaneo non può evitare una prospettiva di genere, lo dico e lo sottoscrivo: tradotto in azione, ditemi che cosa vuol dire. Giovedì prossimo dove vado, in una prospettiva di genere?[3]
 
Antrop.: “Ciao F[4]., insomma cosa faccio, vado?”
F.: “No! Che due palle! Ci tocca sempre andare nello stesso posto per scrivere due fregnacce che non si legge nessuno.”.
Antrop.: “F., dici sul serio? Non vado?”
F.: “No” .
Antrop.: “Tanto vado. Volevo solo che mi dicessi che cosa dovevo fare”.
 
Questo voglio: una scaletta millimetrata fatta da una persona che mi garantisca che porterà al successo. Voglio anche quella persona. Allora?
[1]Uno stereotipo è un’idea preconcetta, costruita, cioè, indipendentemente dall’esperienza. Un’idea non verificata, un’idea cieca che fornisce più indicazioni sul suo creatore che sull’oggetto al quale essa si dovrebbe riferire. Uno stereotipo può anche contenere una vita intera.
[2] Partire di bell’aspetto è indispensabile, o quantomeno è indispensabile provarci visto che il parrucchiere bravo non ha più posto il venerdì 29 e quello qui di fronte non sempre collabora.
[3] Probabilmente, in questa prospettiva, al Chinese Swimming Club di cui sono membra onoraria.
[4] F. è un collega molto più esperto di me su temi quali lavoro e dipendenze. Non volevo sostegno morale ma dritte metodologiche e conferme scientifiche.
postato da: Airid alle ore dicembre 27, 2006 23:30 | Permalink | commenti (41)
categoria:febbre, transito