Ecco, questa è la stanza. LA stonsa. Un ridere cretino si diffonde ma le piastrelle restano lucide.
Su dài, sdraiati.
Le suorine vanno a tre per tre e si chiamano Lina, Juli, Yuni, Lili, Nori; cercano le vene ridacchiando mentre l’A. constata che il materasso è di kapok, è una stuoia insomma.
L’hanno girata contro il muro e una televisione spenta. Di notte si sentono solo il cicak e Allah. FA piacere ascoltare le parole del profeta, aiutano a scegliere quale parte dello scheletro ammaccare sul tavolaccio.
L’Ery è preoccupato. Intorno a lui si crea sempre molta comunicazione ma non quella che vorrebbe. Qualcuno dovebbe spiegare la paragmatica della comunicazione agli antropologi, pensa l’A: c’è uno psichiatra qui dentro?
Il polso sinistro si è ingorgato, dice la suorina. Infatti è gonfio e fa male; e durante la notte all’A. viene in mente di tutto, soprattutto la mano gonfia di quasi esattamente un anno fa. La Mano.
Tutto prude e l’agitazione insonne rende il rivoltarsi sul kapok ancora più penoso.
E’ il tuo sangue. Non sei tu che piangi, sono le piastrine che ti spingono a fluidificarti. Non ti preoccupare, con un po’ di paracetamolo passa, l’importante è non prendere l’aspirina.
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