Troppo lontano
Autotrasporti Maiorelli. Castorama. Sedia e sedie. Idraulica Assentilli e figlio. Alberi stecchiti e tetti di coppi sfondati. Un prato già verde.Vietato attraversare i binari. Un prato marrone. Container tedeschi, polacchi e della cooperativa centese. Container di tutto il mondo. Ditta Pace.
Casolari.
Prima che l’antropologa partisse, alcune persone in divisa sono venute a prendere il signor Tang, che ha lasciato un appartamento totalmente vuoto dietro di sé. Forse ha messo anche lui l’aria condizionata a palla per fare le valigie senza doversi rifare la doccia quando tutto era stato già messo via.
I poliziotti non si sono levati le scarpe entrando in casa.
Forno. Un edificio industriale rosso dai vetri sfondati. Il Circo Togni. Alcuni campi brulli e il cielo grigio. Ferrara, si informano i signori viaggiatori, vietato attraversare, un campo da tennis coperto.
L’antropologa non ha voluto che gli amici indiani e i malesi l’accompagnassero all’aeroporto, uno parte solo e almeno si rilassa, non si chiede fino all’ultimo ma è possibile che gli amici dei miei amici siano amici quando alcuni sono tamil, neri, pelosi e indù e altri malesi, glabri e musulmani. Ha guidato fino all’aeroporto distrattamente, cercando di sentire il pathos della partenza ma attraversando il paesaggio familiare proprio così, come un paesaggio familiare.
Da ultimo si è levata le ciabattine chiedendosi se fosse proprio necessario, se davvero stesse andando in un posto dove tutti hanno i piedi impacchettati altrimenti gli si arrossano dal freddo.
Una cava di ghiaia. Fiume Po.
Sono dodicimila chilometri che non si vedono tranne che sulla cartina del piccolo schermo assicurato al soffitto dell’aereo. L’antropologa ha ancora appunti da mettere in chiaro ma il movimento di quell’aerolino che si libra sul mare, simile a una rappresentazione istantanea di sé ma incapace di registrare i movimenti reali dell’aereo, che potrebbe anche star precipitando su Giava a causa di un pilota ubriaco mentre a video si vede lo zoom sulle isole Andamane, quell’aerolino si scava un piccolo tunnel più o meno fra le scapole dell’antropologa.
Argini, alberi stecchiti.
Sharifa Bhanu, l’antropologa sta scrivendo di lei. Due volte sposata, due volte abbandonata dopo poco, madre solitaria, operaia da Fairchild Semiconductors. L’aerolino allontana la sua faccia, la sua storia dello stregone che l’ha fatta ammalare perché la sua migliore amica potesse portarle via il primo marito, tanto poi lui ha lasciato anche lei con due bambini.
Una collina dalla punta arrotondata. Terme Euuu… Un cavalcavia di autostrada.
L’aerolino all’improvviso sta sorvolando Ankara, o mostra che l’aereo grande a bordo del quale si trova l’antropologa a lungo addormentata con il collo ad angolo acuto ha fatto circa diecimila chilometri. E’ vero, visto che di lì a poco scende e atterra a Roma.
Piccole fabbriche rettangolari, villette con la parabola sul tetto.
Sharifa? Rohaini? Un frutto tropicale che profuma di rosa e non si trova in vendita, jambu mawar? L’antropologa compie un itinerario per Roma, non uno a caso, e non da sola. Ci sono le colonne (che hanno un’anima di piombo) e i ruderi, c’è il dialogo in italiano con M. e le cose che si vogliono dire. Poi c’è un incontro con uno che le parla di virgole e gerundi, di potenza della scrittura e di postavanguardia.
Sharifa?
“Sì? Sono appena andata a prendere mio figlio. Ho tamponato e non so come pagare la riparazione”.
Maledetta, pensa l’antropologa, tu non puoi rispondere. Sei a dodicimila chilometri da qui. Non ti ho inventata.
Rohaini ha la divisa di Shanson. Le sue colleghe hanno la testa coperta ma lei no.
“Ciao! Allora quando ci facciamo una laksa in riva al mare?”
Yusri sta finalmente inaugurando il suo nuovo commercio ambulante.
“Ehi ti sei tagliata i capelli” dice, sorridendo. Che, a ben notare, è un gerundio.