mercoledì, 18 giugno 2008

Qui vicino qui vicino
Sento odore di bambino.

 
Nascono un po’ fuori dal mondo. Incodificati. Imprevisti, o previsti da una Provvidenza difettosa e schizofrenica.
Appena nati, partono.

 “Buongiorno”
“Dipartimento del welfare, buonasera”.
“Ah, scusi sì, buonasera.”
“In che cosa posso aiutarla?”
“Vorrei parlare con quello che si occupa dei bambini, se uno vuole lasciare un bambino…”
“Attenda in linea”.

“Hallo, buonasera”
“Dipartimento del welfare, buongiorno”.
“Vorrei parlare con la persona che si occupa dei bambini…”
“Lei è straniera?”
“Beh sì, ma sono una ricercatrice”
“L-E-I  E’  STRA-NI-E-RA?”
“Sì ma”.
“LEI NON CITTA-DINA MA-LE-SIANA?”
“No, ma ascolti”
“Qui noi prendiamo solo i malesiani”.
“Senta però”
“Come si chiama ehm.. signora o signorina?”
“A-I-RID”
“E’ indonesiana, signorina Did?”
“NO, NO, IT…”

 
Partono allora con un accordo preventivo. Basta giurare. Almeno, se sei malese musulmano basta giurare e la nascita si sdoppia, anzi si triangola: utero, Allah, amorevoli braccia del tutore. Diventi un piccolo senza eredità, un bambino che non potrà ricevere dai genitori adottivi né il nome, né più di un terzo dei beni. Gli altri due terzi vanno alla Provvidenza, sotto forma di Previdenza. Sei partito e sei arrivato solo per un terzo. Ti chiami bin Abdullah. Figlio di Dio. Una variante di Esposito, insomma.

Però vivi.

postato da: Airid alle ore giugno 18, 2008 04:58 | Permalink | commenti (4)
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mercoledì, 04 giugno 2008

1 L’isola delle trasformazioni

 

Questa volta l’antropologa non è sola.

Il Giovane Antropologo, chiamiamolo Eriberto detto Ery, ha una caratteristica, quella di esserci, che offusca tutte le altre perché è trasformativa: l’A non può far finta di essere sola. E’ uno scandalo.

L’Ery e l’A. sono al tropico da soli due giorni e già il tropico, l’isola del progresso detta Penang, si è trasformato. L’isola ha certo una sua tendenza intrinseca a trasformarsi, non per niente si chiama (l’a. la chiama) “del progresso”, ma quello non c’entra. Sono anni che i condomini, il cemento e il lusso proliferano cancerosamente, ma ora la presenza dell’Ery contribuisce a cambiarne la consistenza percettiva. L’isola sembra più vera e indifferente.  Esserci è meno simile a un delirio individuale e più vicino a un lavoro. L’Ery fa sentire l’A. responsabile di sé e così, la fa diventare davvero il personaggio che lei stessa sotto pseudonimo ha creato in un certo pezzo del suo blog: un’Antropologa. E l’A. è un po’ stufa di diventare personaggio. Voi capite che però è anche una sensazione esilarante, come volare in aliante.

Quindi al solito caffè con la pioggia tropicale (lì fuori) e kind of blues (qui dentro) non c’è molto da dire. Computer e telefonini. Legami con l’Ovest intrattenuti e scongiurati: avere un fido in banca, tessere l’amore e soprattutto, farsi ricordare, ricordare, ricordare..

I poveri sono ciccioni.

Quei due no. Teorizzano di diventarlo per vari motivi. Sono in corso trasformazioni, insomma.

 

postato da: Airid alle ore giugno 04, 2008 06:11 | Permalink | commenti (6)
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mercoledì, 07 marzo 2007

I gerundi e l’uomo della strada

 

Il nome della strada dà il titolo a un romanzo nel quale l’uso a suo tempo innovativo del dialetto e del gergo romano conferiva finalmente consistenza letteraria al margine metropolitano preborghese dell’urbe. Nel limbo del suo anticipo, l’autrice percorre la via esaminandone i negozi, bevendone i succhi di pomodoro per restare lucida a dispetto del viaggio, contandone i numeri raggruppati secondo archetipi di altri mondi, alterandone il significato per abbattere il presagio sfavorevole che le si concretizza in capo e fra le costole. Va a diventare reale, quest’autrice. Ha fame. Ha voglia.

 

Fikri passa uno straccio pulito sull’alluminio del suo tavolino. Fra un po’ gli impiegati del comune vengono per pranzo. Escono dalla torre marron per mangiarsi una salsiccia di pollo e bersi un bicchiere di latte di soya colorato di rosa, di succo d’uva chimico o un caffè. Potessi vendere il caffè, pensa Fikri.

Sorride nel frastuono e inala ossido di carbonio lentamente, con meticolosità yoga.

Gli occhi sono bracci di piovra sui suoi attrezzi: i recipienti quadrati con i succhi, i bicchieri, la bacinella per lavarli, l’insegna obbligatoria per legge che indica il prezzo delle consumazioni, i tre sgabellini pieghevoli, gli strofinacci e il quaderno della contabilità.  

Con quanto resta di questi occhi prensili guarda gli uomini e le donne che a piedi o su un mezzo di trasporto sono mossi dalla fame, dal desiderio e dalla stupidità di chi lavora sotto padrone. Vede una moto allinearsi con una malesina sinuosa che ride al telefono mentre aspetta il verde per attraversare e il motociclista strapparle il cellulare costoso lasciandola per terra urlante e con l’orecchio pieno di sangue. Con questa fanno tre.

 

“I luoghi non sono rilevanti. Perché è così localizzato? E i nomi. Fabio: che nome è, per un protagonista? Non vogliamo fare il minimalismo”.

“Il minimalismo è una questione di temi, non di lingua”.

“Potremmo discuterne per ore! Devi essere più estrema. Innovare, usare il linguaggio di internet”.

“Ma tu ci vai mai, in rete?”

“Cosa c’entra. La lingua è sciatta. Ci sono troppi gerundi. Qui vogliamo fare una cosa ke spakka”.

 

Il mio marciapiede, pensa Fikri, è fantastico. Guarda l’asfalto che dai piedi del suo tavolino di alluminio disegna la carreggiata e con linea spezzata risale fino al sangue della donna. Semaforo rosso, si vede tutto. Semaforo verde, tutto scompare.

 

L’autrice accarezza il gatto poi tira giù la cerniera lampo del giubbetto autoriale, così dissimile dal chiodo dell’editore che non ha letto. Esce un po’ nuda per la celebre via pregustando la cosa che mangerà qualunque essa sia. Poiché non è, stringe il giubbotto di neopralene verde ramarro in un pugno che potrebbe uccidere qualcuno.

 

Per riuscirci, le ha detto Fikri, devi essere fermo e lasciare la gente e le cose passare. La tipa si fa portare in moto. Ha le mani e gli occhi macchiati di verde. Ma il cuscino non è macchiato, constata addormentandosi; si vede che non è ancora abbastanza.

postato da: Airid alle ore marzo 07, 2007 14:43 | Permalink | commenti (103)
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venerdì, 02 marzo 2007

Troppo lontano

                                                        

Autotrasporti Maiorelli. Castorama. Sedia e sedie. Idraulica Assentilli e figlio. Alberi stecchiti e tetti di coppi sfondati. Un prato già verde.Vietato attraversare i binari. Un prato marrone.  Container tedeschi, polacchi e della cooperativa centese. Container di tutto il mondo. Ditta Pace.

Casolari.

 

Prima che l’antropologa partisse, alcune persone in divisa sono venute a prendere il signor Tang, che ha lasciato un appartamento totalmente vuoto dietro di sé. Forse ha messo anche lui l’aria condizionata a palla per fare le valigie senza doversi rifare la doccia quando tutto era stato già messo via.

I poliziotti non si sono levati le scarpe entrando in casa.

 

Forno. Un edificio industriale rosso dai vetri sfondati. Il Circo Togni. Alcuni campi brulli e il cielo grigio. Ferrara, si informano i signori viaggiatori, vietato attraversare, un campo da tennis coperto.

 

L’antropologa non ha voluto che gli amici indiani e i malesi l’accompagnassero all’aeroporto, uno parte solo e almeno si rilassa, non si chiede fino all’ultimo ma è possibile che gli amici dei miei amici siano amici quando alcuni sono tamil, neri, pelosi e indù e altri malesi, glabri e musulmani. Ha guidato fino all’aeroporto distrattamente, cercando di sentire il pathos della partenza ma attraversando il paesaggio familiare proprio così, come un paesaggio familiare.

Da ultimo si è levata le ciabattine chiedendosi se fosse proprio necessario, se davvero stesse andando in un posto dove tutti hanno i piedi impacchettati altrimenti gli si arrossano dal freddo.

 

Una cava di ghiaia.  Fiume Po.

 

Sono dodicimila chilometri che non si vedono tranne che sulla cartina del piccolo schermo assicurato al soffitto dell’aereo. L’antropologa ha ancora appunti da mettere in chiaro ma il movimento di quell’aerolino che si libra sul mare, simile a una rappresentazione istantanea di sé ma incapace di registrare i movimenti reali dell’aereo, che potrebbe anche star precipitando su Giava a causa di un pilota ubriaco mentre a video si vede lo zoom sulle isole Andamane, quell’aerolino si scava un piccolo tunnel più o meno fra le scapole dell’antropologa.

 

Argini, alberi stecchiti.

 

Sharifa Bhanu, l’antropologa sta scrivendo di lei. Due volte sposata, due volte abbandonata dopo poco, madre solitaria, operaia da Fairchild Semiconductors. L’aerolino allontana la sua faccia, la sua storia dello stregone che l’ha fatta ammalare perché la sua migliore amica potesse portarle via il primo marito, tanto poi lui ha lasciato anche lei con due bambini.

 

Una collina dalla punta arrotondata. Terme Euuu… Un cavalcavia di autostrada.

 

L’aerolino all’improvviso sta sorvolando Ankara, o mostra che l’aereo grande a bordo del quale si trova l’antropologa a lungo addormentata con il collo ad angolo acuto ha fatto circa diecimila chilometri. E’ vero, visto che di lì a poco scende e atterra a Roma.

 

Piccole fabbriche rettangolari, villette con la parabola sul tetto.

 

Sharifa? Rohaini? Un frutto tropicale che profuma di rosa e non si trova in vendita, jambu mawar? L’antropologa compie un itinerario per Roma, non uno a caso, e non da sola. Ci sono le colonne (che hanno un’anima di piombo) e i ruderi, c’è il dialogo in italiano con M. e le cose che si vogliono dire. Poi c’è un incontro con uno che le parla di virgole e gerundi, di potenza della scrittura e di postavanguardia.

 

Sharifa?

“Sì? Sono appena andata a prendere mio figlio. Ho tamponato e non so come pagare la riparazione”.

Maledetta, pensa l’antropologa, tu non puoi rispondere. Sei a dodicimila chilometri da qui. Non ti ho inventata.

 

Rohaini ha la divisa di Shanson. Le sue colleghe hanno la testa coperta ma lei no.

“Ciao! Allora quando ci facciamo una laksa in riva al mare?”

Yusri sta finalmente inaugurando il suo nuovo commercio ambulante.

“Ehi ti sei tagliata i capelli” dice, sorridendo. Che, a ben notare, è un gerundio.

postato da: Airid alle ore marzo 02, 2007 12:02 | Permalink | commenti (38)
categoria:arrivo, materiale, transito, la ricerca del nulla
martedì, 02 gennaio 2007

FACILE

Non una goccia di pioggia. La guida a sinistra della Proton Saga mi è venuta al primo colpo. Ho cambiato numero di telefono, questo sì: 016 4647764 (quest'anno provo DiGi invece di MAxxis). Hanno riannodato le fibre ottiche sotto il mare del Giappone o forse Starbuck's che è wi-fi friendly e americano ha un ponte radio con l'America oltre che un caffè schifoso, fatto sta che ci si collega benissimo.

Addirittura, il tipo di DiGi mi ha parlato delle sue teorie sulla crisi economica della Malesia. Spontaneamente, mi ha messo al corrente delle sue idee politiche, lui lì dentro a un centro commerciale e io pallida che compravo il suo prodotto meno costoso in assoluto. Dice che qui la gente sta prendendo coscienza dei suoi diritti e che la crescita non è 8 % come tutti dichiarano. Dice che tanto qui diventerà come il Giappone, ci sarà solo una lunga città grande come tutta l'isola. Comprati un appartamento, dice. Vedrai che tra qualche anno vale oro. LA mia padrona di casa invece sostiene che si deve comprare una casa col suo terreno; secondo lei, finiranno gli appartamenti così come è finita la povertà. Abiteremo tutti in una casetta col giardino.

Non so se questa sensazione di totale familiarità sia la migliore condizione possibile per una ricerca o l'ostacolo definitivo.

 

 

 

postato da: Airid alle ore gennaio 02, 2007 08:22 | Permalink | commenti (19)
categoria:arrivo