La mano corta del fotografo
Cercando una certa foto da passare allo scanner ne ho riguardate quattrocento. Stampe a colori, non immagini sullo schermo ma oggetti che si sfogliano, si impilano, eventualmente si rovinano. Dal 2001: Malesia, Indonesia, Malesia, India, Malesia. Malesia.
Lo so perché ho quelle foto. Cerco di ricostruire una storia dall’esterno, di tappezzare gli occhi altrui di ciò che ha tappezzato i miei sperando che altri colgano quello che io non ho visto. Altrui cioè degli studenti, che sono obbligati a guardare (e che però quest’anno non ho).
E allora perché non ho fotografato di più?
In parte perché ho filmato, e ho filmato per lo stesso motivo. Purtroppo film e foto sono due universi separati, quando vengono mostrati; e però sono fatti proprio per essere mostrati, per essere visti.
Me li sono guardati io. Sono tentata di tenere per me questa sorta di versione limitata della mia vita. Esporla è estremamente impudico e poi, perché mostrare?
In parte non ho fotografato di più perché molto mi sembrava ovvio. Dopo i primi giorni, o i primi anni, quelli in cui avevo dalla mia una verginità visiva, quando ancora coglievo i dettagli parlanti e le vedute d’insieme che schiudono visioni, mi è venuta la vergogna dell’ovvio che è la morte di ogni descrizione.
Infine non ho fotografato di più perché se tutti sono felici di farsi riprendere e fotografare, molti, la maggior parte, vogliono controllare la propria immagine. Se compiono una devozione, preferiscono avere i capelli pettinati e in ordine; se aprono la porta di casa, vogliono prima aver messo in ordine; se mostrano una divinità, non devi farle fare brutta figura. Certo si può agire di sorpresa, fidandosi del proprio entusiasmo e della propria buona intenzione, ma io non ne sono capace. Ho paura. Vorrei che la mia visione di loro li convincesse, ma ho paura che sia impossibile.
Il peggio, la ragione dominante della mia avarizia fotografica (così come la percepisco io) è infine la pigrizia. Amo i miei strumenti e loro amano me, così sono esigenti, i bastardi. A parte l’ingombro, oggi sempre più inconsistente, per essere usati richiedono attenzione e presenza. Ma anche le persone con cui sto, anche i luoghi e il cibo mi chiedono la stessa, faticosa attenzione e presenza; la guida della macchina; i pensieri fuorvianti. In questa poliversità finisce che miro sempre in basso, alla sopravvivenza. Amatissima bastarda pure lei.








