Non mi piace questa situazione. La Marina non fa niente per proteggersi dal vento e dagli spruzzi, e sotto quella specie di eskimo chic si vedono facilmente pezzi di pelle con le vene in rilievo. Ha troppe vene, questa donna.
Al mio cliente farò pagare anche questa utilizzazione impropria di un professionista come me in quanto autista di motoscafi: fatturo tutto, io, soprattutto il disagio. La Marina a occhio fattura ancora di più. Non ha mica belle mani, sono arrossate e con le pellicine intorno alle unghie, segno che non si fa il manicure. Segno che non ha ancora capito di che pasta è fatto il nostro cliente e che non è molto professionale. La divisione della gente in professioni mi piace e il grado di professionalità dice molto sul tuo interlocutore. Inoltre non distingue fra maschi e femmine.
“Portami a casa, per favore” dice.
Cazzo, nessuno mi dice dov’è che devo portarla e io dovrei vederlo scritto in cielo. Non rispondo. Torno verso la città e poi mi indicherà lei, altrimenti la scarico alla darsenetta e se vuole può dare di piglio alle sue gambe ben tornite.
“Glielo farai, vero?” dice poi.
Il mio cliente parla sempre del progetto al plurale, come se “cliente” fosse anche lei. Evidentemente esistono opinioni discordi sugli stessi argomenti.
“Certo. Lei è la moglie?”
Lo chiedo perché vorrei capire quanto disagio devo fatturare.
Da come la Marina si chiude il bavero e occulta le vene, ho detto una cazzata.
Non sono mica brutto. Ho un brutto accento, sì, rozzo come pochi, ma professionale e con una certa classe. Una domanda così è come se mi puzzassero le ascelle.
Rallento. Il canale è finito, devo prendere una decisione. La Marina mi spiega dov’è casa sua e la porto fino al piccolo imbarcadero privato: le cazzate hanno un prezzo. Ho dovuto chiederle l’indirizzo e lei deve avere capito che io non sapevo se erano sposati o no e che era una domanda ingenua.
Certe cose non le so mai.
So molti segreti, ma non so quello che è sotto gli occhi di tutti. Per questo mi sono scelto un mestiere dove si proteggono i segreti. Io non ne ho. Sono quello che faccio, basta guardare ma guardare bene, perché quello che faccio io è segreto.
In compenso guidare i motoscafi non rientra nel curriculum e con il vento così di traverso lo scafo sbatte e salta sulle onde finché la Marina ride e mi dice di passarle il volante, poi accosta con precisione, lancia la corda che io le passo – dice cima, ovviamente – intorno alla bitta e fissa il motoscafo al muro, per dirla come la dico io.
Se fosse una marinaia sarebbe più professionale che come amante del mio cliente. Tanto per cominciare, ride, anche se ride di me.
“Vieni a prendere un caffè?” dice.








