Lui parla nell’aria umida e lei si guarda intorno distratta. Non giudico i miei clienti, però li devo capire se voglio fare un bel lavoro, pulito, soddisfacente. Non ho una morale, non c’entra. I miei clienti quando non sono soddisfatti me la fanno pagare, a parte che prima di farmela pagare non mi pagano e poi i ragazzi chi li sente. Lei ha gli arti esili, le tette pesanti e il culo a palla. E’ vestita mezzo militare ma tutto questo si vede, si vede anche un pezzo laterale di tetta chiaro, con le vene in rilievo, si vede la caviglia sottile su quei tacchi a spillo con la suola in vibram. Se le vedo io, figuriamoci lui.
Sono abituato a essere sottovalutato. Sono considerato come un servo, un robot. A me importa fare quello che ho da fare e poi andarmene, soprattutto quando si lavora sulle isole e ai limiti delle normative, per dire le cose come stanno. Stanno come le metto su io.
Ma qui ci sono ancora da capire molte cose.
“Accompagna lei a casa Marina?” dice il mio cliente, porgendomi le chiavi del motoscafo. Ha parlato così tanto che si è fatto notte.
L’ho ascoltato tutto il tempo che ci voleva, anche se ogni parola serviva a dire sempre le stesse tre cose: Marina la scopo io, tu lavori per me, guai a te se la tocchi.
Scherzo.
Ho preso Marina e le chiavi del motoscafo. Prima però mi sono chinato e ho lasciato incastrate sotto la catena quattro banconote da cento euro, casomai il tipo con il jack nell’ombelico ne avesse bisogno. Sì, sono finalmente riuscito a convincermi che sapeva senz’altro nuotare.

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