La terza città ...
La fine sull’orlo
“Tu perché gliel’hai detto?” urla Mehmet polmon scoppiante.
LA piazza è vuota a parte i tram. I conducenti e i passeggeri sono nascosti dentro a una piccola pizzeria. Fa un caldo odoroso di foglie e di smog perché a dispetto di tutto è autunno, una stagione processuale.
Lara è restata sul Dodici e osserva questo signore elegante, asciutto, urlare a un ragazzo con la faccia sanguinante. Certo, urla in arabo, e che sarà mai; però ripete le frasi principali in italiano.
A terra ce n’è un altro, che però non sanguina, e intorno moltri altri, un gruppo losco e giovane, a denti stretti.
Poi il gruppo si dirada. Mehmet tende la mano a Lara per aiutarla a superare indenne i passeggeri che recuperano, cellulare all’orecchio, raccontando il simile, i loro tragitti d’origine.
I due si avvicinano al ragazzo grasso e malconcio rannicchiato fra le foglie.
“Secondo te lo devo portare a ospedale?” chiede Mehmet.
“Non sei mica turco” osserva Lara “né io medico”.
Un drappello di persone corre verso di loro sollevando foglie, e Lara percepisce allora con chiarezza i contorni del cratere.
Quello per terra non è un ragazzo.
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