venerdì, 28 settembre 2007

La terza città ...


La fine sull’orlo

 

“Tu perché gliel’hai detto?” urla Mehmet polmon scoppiante.

LA piazza è vuota a parte i tram. I conducenti e i passeggeri sono nascosti dentro a una piccola pizzeria. Fa un caldo odoroso di foglie e di smog perché a dispetto di tutto è autunno, una stagione processuale.

Lara è restata sul Dodici e osserva questo signore elegante, asciutto, urlare a un ragazzo con la faccia sanguinante. Certo, urla in arabo, e che sarà mai; però ripete le frasi principali in italiano.

A terra ce n’è un altro, che però non sanguina, e intorno moltri altri, un gruppo losco e giovane, a denti stretti.

Poi il gruppo si dirada. Mehmet tende la mano a Lara per aiutarla a superare indenne i passeggeri che recuperano, cellulare all’orecchio, raccontando il simile, i loro tragitti d’origine.

I due si avvicinano al ragazzo grasso e malconcio rannicchiato fra le foglie.

“Secondo te lo devo portare a ospedale?” chiede Mehmet.

“Non sei mica turco” osserva Lara “né io medico”.

Un drappello di persone corre verso di loro sollevando foglie, e Lara percepisce allora con chiarezza i contorni del cratere.

Quello per terra non è un ragazzo.

postato da: Airid alle ore settembre 28, 2007 14:40 | Permalink | commenti (26)
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domenica, 02 settembre 2007

La terza città VIII (IIX)

 

 

Lara sente il buio alle sua spalle come a essere sulla linea del cambiamento di data. Un passo indietro un giorno. Un passo avanti niente, solo un po’ di spaziotempo in più consumato. Il cielo ha molti colori diversi ma è vuoto.

Alle sue spalle fa freddo.

Se facesse due passi in avanti, potrebbe scavalcare la balaustra e lanciarsi.

Il sole squaglia la sua pelle d’oca; smette di essere orripilata.

“Cazzo di ora è” articola male una voce dal buio. Lara trasale: una camera chiusa è effettivamente un buio del cazzo pensa, e mente:

“Le nove e mezzo”.

Dentro si sentono movimenti affannosi. Lei si sporge dalla balaustra e guarda di sotto, la strada vuota ei binari dei tram che luccicano; apre la mano e osserva la stoffa cadere, appena disturbata dalla brezza.

L’uomo sporge la testa al sole:

“Hai mica visto la mia cravatta?”

Lara mente di nuovo. Folate di aria fredda escono dalla porta finestra della camera, poi esce lui con lo sguardo truce. Sta per parlare e dire l’ovvio, che sono le 5.45, quando gli uccellini che vivono negli anfratti dei palazzi si scatenano a cantare proprio l’ovvio, che è l’alba di un nuovo giorno in cui l’incravattato è senza cravatta e Lara mente anche lei come uno di loro, senza nido e non per questo senza ugola.

 

postato da: Airid alle ore settembre 02, 2007 19:28 | Permalink | commenti (59)
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