La terza città VII
La tipa osserva il cratere alla sua sinistra. Non pensava che i binari di un tram potessero strapparsi così irregolarmente o fondersi con tanta semplicità. Certo da lì il 12 non passerà più, pensa, e chi lo sa se farà come i neuroni che si industriano a far viaggiare l’impulso elettrico per un’altra via.
Il cratere alle sue spalle è più indecifrabile. Innanzitutto è stato appena attraversato proprio da lei, da lei che si volta a guardarlo. MA come fanno a esserci già erbacce, se è fresco come tutti gli altri?, pensa la tipa.
Inoltre è vasto. Se non si passa di lì, non si passa.
In fondo all’avvallamento c’è acqua. La tipa infatti è bagnata e sembra pure più magra con i vestiti appiccicati addosso. Ha la pelle d’oca e non se n’era accorta.
Sulla strada i pezzi di grandine si sciolgono al sole.
L’uomo in giacca e cravatta che le è accanto ha gli occhi sbarrati ed è fradicio quanto lei. Si porta una mano alle reni e stira la bocca come se soffrisse.
“Ti sei fatto male?” chiede lei.
“No, è una roba vecchia. Ma non me l’aspettavo”.
“No neanch’io”.
Il sole scalda e l’afa guadagna terreno.
“Levati la giacca e la cravatta, tanto mica sei più presentabile così” dice la tipa.
L’uomo sorride.
“Allora tu levati la maglietta e il reggipetto, per lo stesso motivo.
Il 12 rallenta e si ferma precipitando nel silenzio.
“Io però devo andare” dice l’incravattato.
Lei si avvicina e gli sfila la giacca e la cravatta. Ha del sangue sulla camicia. Lo guarda negli occhi.
E il 12 è oltre il piccolo cratere. La tipa, che si chiama Lara, cerca di correre per prenderlo, scivolando sul guano che ricopre ogni cosa; ma ha buoni sandali che fanno presa.
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