La Terza città - VI
“Scusi, non è che sa qualcosa del signor Mehmet, quello che aveva il negozio prima?”
La tipa ammira il braccio del senegalese, un braccio tornito che si restringe fra la fine del bicipite e la spalla.
“Il ragazzo della Siria?” dice il ragazzo negro, spostando il peso da una gamba all’altra più volte e giocherellando con pezzi di cellulare sparpagliati sul bancone.
LA tipa è interdetta. Fa molto caldo per pensare al confine fra la Siria e la Turchia e a quello fra una panzana e un ritocco.
“Il biondo” conferma.
“No, ma meglio così” e sbadatamente fa schizzare una batteria nel passeggino dove dorme un neonato riccio.
Sale sull’ultimo vagone e ascolta il rumore antiquato dei finestrini aperti. Si appoggia con le ascelle al vetro e sporge i gomiti e la testa, aderendo con la pelle all’unto del vetro e del metallo.
Facchiù facchiù facchiù pensa con gli occhi chiusi e i capelli sconvolti. Inala l’odore di treno e conceria e immagina di ricevere uno schiaffone.
“Sono l’unica appesa così” si compiace, apre gli occhi e al finestrino accanto vede appesa una faccia conosciuta.
Non saprei dire quanto può durare la malinconia ma non dura mai abbastanza da essere profonda, mi dico ritirandomi, sperando di non essere vista. Mi avrà vista? Un orribile testimone, poco importante per giunta. Mi avrebbe potuta vedere con Mehmet o con quello che non si è fatto dire facchiù e trasbordare la Terza città nella Seconda o nella Prima, che orrore. Un’inflitrazione incontrollata.
Preferisco lo spazio al tempo anche se sono la stessa cosa.
E’ la faccia del suo ex-compagno di classe che poi si era trasferito nella Seconda città. La tipa ha la faccia calda di adrenalina e calore umido com’ giusto in un treno con l’aria condizionata rotta. Le vibra una coscia ma quando sul diplay appare “Mehmet” entra in una galleria ed è sommersa dal frastuono e dal buio, isolata.







