sabato, 26 maggio 2007

La Terza città - VI

 

“Scusi, non è che sa qualcosa del signor Mehmet, quello che aveva il negozio prima?”

La tipa ammira il braccio del senegalese, un braccio tornito che si restringe fra la fine del bicipite e la spalla.

“Il ragazzo della Siria?” dice il ragazzo negro, spostando il peso da una gamba all’altra più volte e giocherellando con pezzi di cellulare sparpagliati sul bancone.

LA tipa è interdetta. Fa molto caldo per pensare al confine fra la Siria e la Turchia e a quello fra una panzana e un ritocco.

“Il biondo” conferma.

“No, ma meglio così” e sbadatamente fa schizzare una batteria nel passeggino dove dorme un neonato riccio.

 

Sale sull’ultimo vagone e ascolta il rumore antiquato dei finestrini aperti. Si appoggia con le ascelle al vetro e sporge i gomiti e la testa, aderendo con la pelle all’unto del vetro e del metallo.

 

Facchiù facchiù facchiù pensa con gli occhi chiusi e i capelli sconvolti. Inala l’odore di treno e conceria e immagina di ricevere uno schiaffone.

“Sono l’unica appesa così” si compiace, apre gli occhi e al finestrino accanto vede appesa una faccia conosciuta.

 

Non saprei dire quanto può durare la malinconia ma non dura mai abbastanza da essere profonda, mi dico ritirandomi, sperando di non essere vista. Mi avrà vista? Un orribile testimone, poco importante per giunta. Mi avrebbe potuta vedere con Mehmet o con quello che non si è fatto dire facchiù e trasbordare la Terza città nella Seconda o nella Prima, che orrore. Un’inflitrazione incontrollata.

Preferisco lo spazio al tempo anche se sono la stessa cosa.

 

E’ la faccia del suo ex-compagno di classe che poi si era trasferito nella Seconda città. La tipa ha la faccia calda di adrenalina e calore umido com’ giusto in un treno con l’aria condizionata rotta. Le vibra una coscia ma quando sul diplay appare “Mehmet” entra in una galleria ed è sommersa dal frastuono e dal buio, isolata.

 

 

 

 

 

postato da: Airid alle ore maggio 26, 2007 12:01 | Permalink | commenti (70)
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domenica, 06 maggio 2007

La terza città - V

“Ma tu, dove stai andando?”

“Là. Non vedi?”

“Ma là è brutto! Vacci da sola!”

“Cosa c’entra, bello o brutto. E’ un posto.”

“Sei matta. Vai a caso. Quello te lo dico io che cos’è: è un cantiere fangoso, una palude, è uno schifo. Tu… non hai rispetto per te stessa. Come vuoi che ti accompagni, cazzo! Dici di saper guardare la realtà e non sei neppure capace di guardare me. Ho bisogno di tempo e di cose belle”.

 

Dall’alto, la tipa guarda il cantiere. Sarà un grande ospedale, per questo devono scavare profondo tutti quegli albanesi, senegalesi, ivoriani, marocchini, estoni, moldavi, italiani e compagnia. Poi costeggia il cantiere con le scarpe piene di pioggia. Immerge i piedi in vaste pozzanghere e cerca di ridurre le persone alle loro azioni. Azzerare le parole.

 

Subha karman: le azioni felici, quelle cioè con conseguenze felici che danno surga, il paradiso che è una condizione terrena e contestuale.

Asubha karman: le azioni del cazzo, che a conti fatti fanno disastri, che sono irrecuperabili dalle parole. Neraka, l’inferno in terra.

 

L’intenzione non c’entra. Capite, ragazzi?

 

La tipa non ha neppure un piumino rosso (asubha k.), non sa che fine abbia fatto Mehmet, sa che è sola e senza ombrello, asubha asubha asubha. Vicino a un cantiere giallo e marrone, “senza rispetto per se stessa”.

E poi, le parole non sono comunque azioni?

Locutivo, performativo.

Le macchine fanno l’onda. Le masse d’acqua scivolano graziosamente, si frangono sul marciapiedi e sulla pedona e defluiscono nella palude gialla.

 

Get up go to California, go to where the skyes are blue

 

“Ho bisogno di tempo e di cose belle!”

 

Facchiù, pensa la tipa. Uno a cui non puoi neppure dire facchiù, non vale la pena.

postato da: Airid alle ore maggio 06, 2007 11:20 | Permalink | commenti (114)
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