lunedì, 26 marzo 2007

La terza città II

 

La tipa tira giù la zip del piumino rosso. Avvampa per seguire le falcate del marocchino dalla faccia di cavallo che ogni tanto si volta a controllare che lei lo stia seguendo e che quando lei apre la zip infila gli occhi nel suo corpo meno nascosto e si ferma. Le sorride. Anche lei, ma male.

“Non sono mica uno stupratore, neh” dice lui, accendendosi uno svuotino.

“Vuoi?”.

La tipa pensa una bestemmia.

 

Poi, intorno alla mappa della città giacciono il piumino, una felpa, una canottierina azzurra, scarpacce, un reggiseno di sangallo e alcuni libri. La tipa ha ancora caldo. Ha il computer acceso, per terra.

 

Avercelo, un tuttocittà cartaceo, così comodo. Questa cartina ha dei segni intorno che non capisco, vicino alle periferie. E’ della padrona di casa. Periferie, croci, e date di appuntamenti. Nomi, a volte.

Mehmet mi ha dato il suo cellulare.

Io ti chiamo tu mi chiami, ha detto, ma non comprare dai ragazzi.

Ha una bottega di telefonia. Qui. Ma io non voglio comprare fumo, voglio capire dove vado e imparare percorsi a memoria, e comunque lui non è marocchino.

 

La tipa esce nella luce antimeridiana e si guarda attorno per stabilire una strategia e trovare un posto per prendere un caffè. Mehmet le appare accanto.

“Ciao.

“Ciao”

“Ti ho portato questo”.

 

La tipa dal piumino rosso beve il caffè sfogliando il tuttocittà.

 

postato da: Airid alle ore marzo 26, 2007 14:23 | Permalink | commenti (80)
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lunedì, 19 marzo 2007

La terza città

 

La tipa percorre la terza città della sua vita in ordine di grandezza, la quinta in ordine cronologico, e guarda intensamente le cose.

Un percorso è una serie continua di cose disposte una dopo l’altra senza discontinuità. Il tempo è un elemento determinante nella costruzione del percorso, ma scompare quando poi il percorso viene riprodotto e diventa un nastro lungo il quale si organizza un tempo nuovo. La tipa osserva e cerca di fare in modo che alcune cose più grandi e colorate si congiungano le une alle altre in una successione ordinata e orientata e integrino alcuni comandi sonori del tipo “dopo una specie di chiesa con il colonnato si volta a sinistra” o “la porta d’entrata è dalla stessa parte del capolinea del tram piccolo”.

Nel replay, la tipa percorre il nastro con fiducia e arriva di fronte a uno spiazzo con un parcheggio e i binari. La porta di casa non c’è né ci sono case, del resto.

 

Osserva i binari illuminati di verde e i ragazzi appoggiati ai lampioni. Si muovono con grazia spesso frugando in tasca o digitando sui cellulari. Hanno le felpe aperte sul davanti nella serata primaverile. La tipa ha un piumino rosso sformato e un voluminoso zainetto. Si avvicina a uno di loro.

 

Steli di metallo, luci gialle, binari, ristoranti al piano terra di palazzi, semafori, marciapiedi, scale, altri gambi di metallo e fette di metallo dappertutto. Io sono le città che abito e ne abito molte.

 

“Scusi, sa dov’è dov’è la piazza Pompeo Castelli?

Il ragazzo fa cenno di sì, estrae il cellulare e lo usa per un po’.

E’ uno dei molti arabi appoggiati a steli di metallo sotto luci gialle.

 “Quanto?” chiede il ragazzo.

 

Da vent’anni non compro fumo così. Non so neppure se ho venti euro pronti o se dovrei cercare nel portafogli o dargliene cinquanta. E se mi frega, lo stronzo? Chissà se è buono o se mi dà una ciofeca che ti dà la nausea e ti rincoglionisce.

Voglio quel fumo ma non voglio farmi fregare né avere questi pensieri obsoleti. Mi si affolla la testa di cartine e tabacco e strategie per procurarmi questi elementi così semplici. Belle, le cartine. Delicate.

 

Si avvicina uno uomo più vecchio, dà uno strattone al ragazzo e gli dice in arabo qualcosa di aspro, poi sorride alla tipa con denti cavallini dentro a una faccia grigia.

 

Non so se chiedergli venti carte o la piazza Pompeo Castelli. Sono cospicua e il computer mi palpita fra le scapole e a questo non interessano né le venti carte né la piazza, che cosa gli interessa?

“Lui non parla italiano” dice indicando il ragazzo attorno al quale si sono assiepati gli altri.

 “Cercavo la piazza Pompeo Castelli”.

“Aahh” e sorride di nuovo.

Ormai dipendo da lui. 

postato da: Airid alle ore marzo 19, 2007 12:36 | Permalink | commenti (60)
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mercoledì, 07 marzo 2007

I gerundi e l’uomo della strada

 

Il nome della strada dà il titolo a un romanzo nel quale l’uso a suo tempo innovativo del dialetto e del gergo romano conferiva finalmente consistenza letteraria al margine metropolitano preborghese dell’urbe. Nel limbo del suo anticipo, l’autrice percorre la via esaminandone i negozi, bevendone i succhi di pomodoro per restare lucida a dispetto del viaggio, contandone i numeri raggruppati secondo archetipi di altri mondi, alterandone il significato per abbattere il presagio sfavorevole che le si concretizza in capo e fra le costole. Va a diventare reale, quest’autrice. Ha fame. Ha voglia.

 

Fikri passa uno straccio pulito sull’alluminio del suo tavolino. Fra un po’ gli impiegati del comune vengono per pranzo. Escono dalla torre marron per mangiarsi una salsiccia di pollo e bersi un bicchiere di latte di soya colorato di rosa, di succo d’uva chimico o un caffè. Potessi vendere il caffè, pensa Fikri.

Sorride nel frastuono e inala ossido di carbonio lentamente, con meticolosità yoga.

Gli occhi sono bracci di piovra sui suoi attrezzi: i recipienti quadrati con i succhi, i bicchieri, la bacinella per lavarli, l’insegna obbligatoria per legge che indica il prezzo delle consumazioni, i tre sgabellini pieghevoli, gli strofinacci e il quaderno della contabilità.  

Con quanto resta di questi occhi prensili guarda gli uomini e le donne che a piedi o su un mezzo di trasporto sono mossi dalla fame, dal desiderio e dalla stupidità di chi lavora sotto padrone. Vede una moto allinearsi con una malesina sinuosa che ride al telefono mentre aspetta il verde per attraversare e il motociclista strapparle il cellulare costoso lasciandola per terra urlante e con l’orecchio pieno di sangue. Con questa fanno tre.

 

“I luoghi non sono rilevanti. Perché è così localizzato? E i nomi. Fabio: che nome è, per un protagonista? Non vogliamo fare il minimalismo”.

“Il minimalismo è una questione di temi, non di lingua”.

“Potremmo discuterne per ore! Devi essere più estrema. Innovare, usare il linguaggio di internet”.

“Ma tu ci vai mai, in rete?”

“Cosa c’entra. La lingua è sciatta. Ci sono troppi gerundi. Qui vogliamo fare una cosa ke spakka”.

 

Il mio marciapiede, pensa Fikri, è fantastico. Guarda l’asfalto che dai piedi del suo tavolino di alluminio disegna la carreggiata e con linea spezzata risale fino al sangue della donna. Semaforo rosso, si vede tutto. Semaforo verde, tutto scompare.

 

L’autrice accarezza il gatto poi tira giù la cerniera lampo del giubbetto autoriale, così dissimile dal chiodo dell’editore che non ha letto. Esce un po’ nuda per la celebre via pregustando la cosa che mangerà qualunque essa sia. Poiché non è, stringe il giubbotto di neopralene verde ramarro in un pugno che potrebbe uccidere qualcuno.

 

Per riuscirci, le ha detto Fikri, devi essere fermo e lasciare la gente e le cose passare. La tipa si fa portare in moto. Ha le mani e gli occhi macchiati di verde. Ma il cuscino non è macchiato, constata addormentandosi; si vede che non è ancora abbastanza.

postato da: Airid alle ore marzo 07, 2007 14:43 | Permalink | commenti (103)
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venerdì, 02 marzo 2007

Troppo lontano

                                                        

Autotrasporti Maiorelli. Castorama. Sedia e sedie. Idraulica Assentilli e figlio. Alberi stecchiti e tetti di coppi sfondati. Un prato già verde.Vietato attraversare i binari. Un prato marrone.  Container tedeschi, polacchi e della cooperativa centese. Container di tutto il mondo. Ditta Pace.

Casolari.

 

Prima che l’antropologa partisse, alcune persone in divisa sono venute a prendere il signor Tang, che ha lasciato un appartamento totalmente vuoto dietro di sé. Forse ha messo anche lui l’aria condizionata a palla per fare le valigie senza doversi rifare la doccia quando tutto era stato già messo via.

I poliziotti non si sono levati le scarpe entrando in casa.

 

Forno. Un edificio industriale rosso dai vetri sfondati. Il Circo Togni. Alcuni campi brulli e il cielo grigio. Ferrara, si informano i signori viaggiatori, vietato attraversare, un campo da tennis coperto.

 

L’antropologa non ha voluto che gli amici indiani e i malesi l’accompagnassero all’aeroporto, uno parte solo e almeno si rilassa, non si chiede fino all’ultimo ma è possibile che gli amici dei miei amici siano amici quando alcuni sono tamil, neri, pelosi e indù e altri malesi, glabri e musulmani. Ha guidato fino all’aeroporto distrattamente, cercando di sentire il pathos della partenza ma attraversando il paesaggio familiare proprio così, come un paesaggio familiare.

Da ultimo si è levata le ciabattine chiedendosi se fosse proprio necessario, se davvero stesse andando in un posto dove tutti hanno i piedi impacchettati altrimenti gli si arrossano dal freddo.

 

Una cava di ghiaia.  Fiume Po.

 

Sono dodicimila chilometri che non si vedono tranne che sulla cartina del piccolo schermo assicurato al soffitto dell’aereo. L’antropologa ha ancora appunti da mettere in chiaro ma il movimento di quell’aerolino che si libra sul mare, simile a una rappresentazione istantanea di sé ma incapace di registrare i movimenti reali dell’aereo, che potrebbe anche star precipitando su Giava a causa di un pilota ubriaco mentre a video si vede lo zoom sulle isole Andamane, quell’aerolino si scava un piccolo tunnel più o meno fra le scapole dell’antropologa.

 

Argini, alberi stecchiti.

 

Sharifa Bhanu, l’antropologa sta scrivendo di lei. Due volte sposata, due volte abbandonata dopo poco, madre solitaria, operaia da Fairchild Semiconductors. L’aerolino allontana la sua faccia, la sua storia dello stregone che l’ha fatta ammalare perché la sua migliore amica potesse portarle via il primo marito, tanto poi lui ha lasciato anche lei con due bambini.

 

Una collina dalla punta arrotondata. Terme Euuu… Un cavalcavia di autostrada.

 

L’aerolino all’improvviso sta sorvolando Ankara, o mostra che l’aereo grande a bordo del quale si trova l’antropologa a lungo addormentata con il collo ad angolo acuto ha fatto circa diecimila chilometri. E’ vero, visto che di lì a poco scende e atterra a Roma.

 

Piccole fabbriche rettangolari, villette con la parabola sul tetto.

 

Sharifa? Rohaini? Un frutto tropicale che profuma di rosa e non si trova in vendita, jambu mawar? L’antropologa compie un itinerario per Roma, non uno a caso, e non da sola. Ci sono le colonne (che hanno un’anima di piombo) e i ruderi, c’è il dialogo in italiano con M. e le cose che si vogliono dire. Poi c’è un incontro con uno che le parla di virgole e gerundi, di potenza della scrittura e di postavanguardia.

 

Sharifa?

“Sì? Sono appena andata a prendere mio figlio. Ho tamponato e non so come pagare la riparazione”.

Maledetta, pensa l’antropologa, tu non puoi rispondere. Sei a dodicimila chilometri da qui. Non ti ho inventata.

 

Rohaini ha la divisa di Shanson. Le sue colleghe hanno la testa coperta ma lei no.

“Ciao! Allora quando ci facciamo una laksa in riva al mare?”

Yusri sta finalmente inaugurando il suo nuovo commercio ambulante.

“Ehi ti sei tagliata i capelli” dice, sorridendo. Che, a ben notare, è un gerundio.

postato da: Airid alle ore marzo 02, 2007 12:02 | Permalink | commenti (38)
categoria:arrivo, materiale, transito, la ricerca del nulla