martedì, 20 febbraio 2007

Il buon governo

 

“Ci sono ragazze giovani che vogliono il sesso, e il governo non ne tiene conto, capisci?”

“Il governo, Puan?”

“Senti queste vengono da me che hanno già un bambino, o cinque bambini, e il marito non c’è più. E mi dicono, ‘Ka’ Puan, come faccio, ne ho tanta voglia…’ Perché noi musulmani non possiamo fare sesso fuori dal matrimonio. Ma io gli dico, fa’ come vuoi, scopatelo, se resti incinta si vede che Allah vuole così. Non ho peli sulla lingua, io”.

“Va bene, Puan, ma lei con la sua associazione cosa fa per…”

“Ma ti paga il governo? Ti sono venuti a dire che io sono una cattiva musulmana? Che la mia associazione è dissidente?”

“Quando mai, no, Puan, faccio una ricerca, sono una dell’università”.

“E allora ricerca questa cosa: la voglia di sesso. Queste non resistono alla voglia di uomo. Sono giovani, in salute, e vogliono quello. Scusa, io sono una verduraia al mercato, stand numero 42, e parlo come parlo.”

“Ok Puan, ma intendo dire, allora l’associazione…”

“Mi sarei anche stufata, di loro e del governo. E io? Anch’io mi faccio il culo col camion e divento sempre più magra, ma ci ho pensato per tempo”.

“Cioè, Puan?”

“Adesso dopo vent’anni ogni tanto quando gli gira mio marito viene a guidare il camion, ma prima no. Non ha mai fatto un accidenti e ha pure un umore che spesso gli girano. Ma me lo sono tenuta per il sesso. Mi sono chiesta qual era la soluzione migliore, io. Volevo stare peggio o meglio? Tanto comunque lavoravo e i figli erano suoi sì o no? Inutile divorziare”.

“Ma cosa c’entra il governo, Puan?”

“Queste tose, se guardi la busta paga, sono troppo ricche per il welfare, così non hanno diritto a un tubo. Vaglielo a spiegare al Ministero: il calcolo della povertà va fatto caso per caso. Keis bai keis-lah! Se il padre non c’è, il governo le deve aiutare anche se continuano a volere gli uomini e restare incinte! Se è un governo di buoni musulmani. E quando gli hai dato i soldi, devi capire perché queste hanno così voglia”.

“E secondo lei perché, Puan?”

“Devono rinforzare la fede che poi è come dire l’autostima. Non ne hanno abbastanza. Non si fidano di Allah e allora hanno il desiderio e non sanno contenerlo. Rifiutano un uomo e ne vogliono un altro come se fosse tanto diverso, non sanno pensare al proprio interesse”.

Rido.

“Ridi perché anche a te piace il sesso. Ma non sei musulmana, si vede che per te Allah ha deciso così”.

 

 

postato da: Airid alle ore febbraio 20, 2007 16:21 | Permalink | commenti (58)
categoria:materiale
domenica, 18 febbraio 2007

L’anno del maiale porterà scompensi economici e ambientali, e guerre.

 

Alle finestre degli appartamenti brillano luci rosse. I botti scoppiano per le strade, sulle scale e negli ascensori e i festoni rossi e dorati raffiguranti carpe e ananas baluginano alla luce dei neon.

E’ tutto chiuso. I gemelli hanno chiuso, la parrucchiera ha chiuso, il New Food Paradise ha chiuso. I caseggiati sono immersi in odor di dado e di fritto.

Stamane hanno pregato per gli antenati e stasera mangiano.

 

Il signor Tang ha acceso la televisione e bruciato bastoncini d’incenso ma non ha fritto un solo germoglio di soia. Non esce. Non lo va a trovare nessuno. Fuma al balcone.

 

Al 10/D/10 nulla – neppure televisione, incenso o sigarette.

 

L’antropologa esce. La banda di cani neo-randagi che infesta il parcheggio è rintanata sotto le automobili a ululare ai botti. Il cane-pecora e il cane-tavolino si fanno avanti, scodinzolano all’antropologa e poi tornano sotto i semiassi.

 

Poi piove. Non pioveva da quasi due mesi.

 

Sono quasi due mesi.

 

“Tang, mi dai una siga?”

“Signor Tang, buon anno! Mica mi darebbe una sigaretta?”

“Scusi tanto, signor Tang, saprebbe dirmi dove posso comprare una sigaretta, sciolta dico?”

 

Tang mi sta aspettando sulla soglia.

“Cin cin” dice.

Ha gli occhi rossi e in mano uno spillone lungo e sottile come un ferro da calza. Gli scoppi si moltiplicano per le scale e sul nostro pianerottolo. Tang tende la mano con lo spillone.

 

Armeggio con il lucchetto. Il lucchetto non funziona.

Si apre l’ascensore e ne escono il cane-tavolino, che scodinzola, e il cane-pecora con in bocca un piccolo animale.

La porta di casa mia si apre e una signora grassa, indiana, mi guarda come una che si è appena svegliata.

“Ha bisogno?” dice.

 

L’antropologa sale, a piedi, di un piano, scansando per le scale un mucchietto di ragazzini che fra un botto e l’altro si fumano una canna.  Non sempre riconosce le cose. Quasi mai, a dispetto del suo mestiere.

           
postato da: Airid alle ore febbraio 18, 2007 17:16 | Permalink | commenti (24)
categoria:la ricerca del nulla
lunedì, 12 febbraio 2007

Buchi veri

(il tricorno della questione )

 

La telecamera a 6 milioni di terapixel collegata in bluetooth al computer sopperisce allo specchio le cui proprietà analogiche mi abbacinerebbero oltre al limite dei buchi bianchi. La punto su di me, controllo sul monitor la disposizione dei Capelli Bianchi e ne interpreto le deviazioni prima di irreggimentarle con la spazzola.

Mi videopettino, insomma.

Ma non ho la scheda grafica neat sculpture.

La webcam mi personaggizza come Questa Qui (QQ), una che non parla.

QQ è stabile e appare a comando. Si muove lentamente e lascia la scia.

Ehi, QQ.

Non mi chiamo Qq, dice senza l’ombra di una ruga (la bassa definizione è infatti un’alternativa alla chirurgia estetica). Mi chiamo Airid, baby, e ti saluto.

Nel riquadro fa capolino Quello Lì. Faccio in tempo a vederli ondeggiare insieme a bassa definizione mentre diminuiscono le proporzioni del reframing, poi li sento soltanto ridere.

 

Decido che è il neon a creare l’effetto-spettro. Cerco perciò di levare lo specchio dalla sua vite a pressione. Tiro con delicatezza, poi con forza finché sento un crunck e lo specchio viene via con un pezzo di muro. Dall’altra parte appare un occhio. Sono due mesi che il vicino non mi saluta e fa finta di non vedermi, invece ora appare come se non stesse aspettando altro.

“Mi hai rovinato il muro!” dice.

“Buongiorno, dico io. Mi chiamo Airid”.

“Ce le hai le carte dell’assicurazione?”

Metto anch’io un occhio sul buco e l’Altro Occhio si spaventa e arretra, mostrando tutta la faccia del vicino e il suo torso nudo. Nessun pelo.

“Le dispiace se ci parliamo aprendo la porta?” riprendo, cortesemente anche se quelli totalmente senza peli mi suscitano diffidenza.

Appare oltre il cancelletto rivestito di una T-shirt dell’Arsenal.

Gli apro. Si guarda in giro e fa per entrare ma lo blocco. Non mi saluti, sei glabro e vorresti penetrare la mia intimità. Chiamo la padrona di casa al cellulare e le spiego che c’è un buco nel muro poiché lo specchio si è staccato; le passo il vicino che si inabissa in una conversazione cinese con lei. Intanto ho rimesso lo specchio al suo posto con tutto il pezzo di muro, ma non ci resta.

“Grazie” dice il vicino al telefono ma non a me.

Mi faccio restituire il cellulare e chiudo il cancelletto e la porta, visto che il vicino si è spontaneamente allontanato. Mi guardo allo specchio posato a terra fra i calcinacci. Quello che vedo è vero.

 

La bottega da basso vende tutto. Non so come si dica stucco in inglese o in malese così chiedo quella roba molle che serve per tappare i buchi. Il gemello con più capelli bianchi che oggi sta alla cassa mi domanda che cosa devo fare precisamente con questa sostanza; è il più lento dei due fratelli, quello che mastica prugne secche salate e risponde accuratamente a tutti.

“Si è fatto un buco nel muro” spiego.

“I muri, di questi tempi, sono sottili” risponde il gemello.

“Sa, dove è appeso lo specchio” cerco di tergiversare; è un buon amico di Ann, la padrona di casa, e non vorrei che le raccontasse che è colpa mia. C’è folla nel negozio e all’improvviso tutti parlano di buchi nei muri. Con l’indice puntato mimano trapani che giungono dall’altra parte del muro, con pollice e indice indicano quanto grande era il loro buco, quello che hanno praticato o quello che si è aperto all’improvviso sulla loro parete. Un intero caseggiato, dieci piani per dieci appartamenti per tre blocchi, perforato e animato da conversazioni occhio a occhio.

Sono in molti a porgermi un barattolo di stucco e a consigliarmi sulle diverse tipologie di prodotto. Ne compro tre e tutta la simpatia che avevo suscitato svanisce.

“Ricca” dicono, come se dicessero: stupida.

“Lo chiuda bene, il suo buco” dice il gemello gentile porgendomi il resto. “Il signor Tang è ancora sotto accusa per aver ucciso la moglie trapassando la zanzariera con un ferro da calza”.

 

L’antropologa balla come una forsennata in mezzo ai ventenni. Ha posato la telecamera e tutti la guardano. Poi qualcuno le si mette davanti a insegnarle i passi e alla fine se la dimenticano.

Quando si siede, col cocone disfatto e la scollatura lucida, si rende conto che adesso deve fare i conti con quelle fila da tirare, fila scritte, fila digitalizzate, altro che dormire.

postato da: Airid alle ore febbraio 12, 2007 13:37 | Permalink | commenti (37)
categoria:febbre, transito
sabato, 10 febbraio 2007

Viaggio promozionale

 

Mio marito è entrato e ha detto “corri presto che c’è un’onda gigante”. Beh, ho pensato io, e allora? Mica siamo sulla spiaggia, c’è la statale. Piantala e corri, ha detto lui.

Così, senza neppure il foulard, sono uscita e tutti correvano, ma era strano perché tanti erano bagnati fino all’osso eppure c’era un sole forte, neanche una nuvola. Poi ho visto la seconda ondata frangersi oltre il divisorio della statale, alta come i pali della luce. Un fracasso! L’acqua entrava nelle case e non era come quando straripa il fiume, che sale e si infiltra lentamente. Entrava e continuava a ondeggiare avanti e indietro facendo “sciaf sciaf” fra le pareti e sui mobili.

Eravamo tutti lì sulla collina e nessuno sapeva bene che cosa fosse successo. Sopra le nostre teste giravano gli elicotteri e i cellulari non funzionavano. Volevamo prendere la macchina e scappare, ma la polizia aveva chiuso tutte le vie di uscita. Pare che il Penang Bridge fosse intasato e così l’autostrada per chilometri e chilometri.

Poi giù alla moschea hanno cominciato a portare i corpi. Mio figlio quello piccolo aveva fame e è andato a comprarsi un popiah, ma quando ha visto i cadaveri la fame gli è passata.

L’acqua è stata giorni a scendere completamente. Non era acqua, poi. Era un fango nero mai visto, che non si è mai più potuto lavare via. Guarda qua il segno.

Dalla televisione abbiamo saputo di tutti quei poveretti di Aceh. Voglio dire, per noi musulmani è terribile.

Sarà stato un sei mesi dopo, è venuta una corriera piena di orfanelli, bambini che avevano perso tutto – casa, genitori e qualunque parente al mondo, erano soli senza nessuno. Ci hanno chiamati alla moschea e siamo andati a sentirli. Uno raccontava che il fratellino gli è stato strappato dalle braccia e non ha mai più neppure visto il suo corpo, né quello dei suoi, e tutti piangevamo. Abbiamo dato un sacco di soldi. Molti si sono offerti di adottarne uno ma gli Indonesiani non l’hanno permesso. Si sono fermati due ore e poi sono partiti per la moschea successiva.

Veramente, se mi raccontavano solo la storia senza portarmi i bambini i soldi glieli davo lo stesso

postato da: Airid alle ore febbraio 10, 2007 11:22 | Permalink | commenti (6)
categoria:materiale
martedì, 06 febbraio 2007

L’agente

 

L’ho inseguito per telefono per dieci giorni, e alla fine mi ha detto di snidarlo lì. Pensavo che il suo ristorante fosse uno di quei posti lungo il mare con i tavoli di metallo dove si mangiano gamberi e zuppe di pesce servite in vasellame di plastica, non un ambiente con mobilio e infissi in teak nero riciclato, easylistening a volume civile e piante ricercate. Di lui sapevo solo che era un piccolo agente di collocamento di manodopera straniera.

 

E’ uno sobrio, vestito informale. Beve acqua da un bicchiere sempre pieno: una camerierina vietnamita ha cura che non resti mai senza.

Mi spiega molto cautamente il suo lavoro. Dice che ha un’agenzia piccola, circa 2000 operai all’anno. Si informa discretamente su di me, ma gli piace molto parlare e in particolare parlare di sé.

 

Guarda, dice, ci tengo ai miei uomini. Ero operaio anch’io. Li vado a prendere in Vietnam, in Myanmar, in Bangladesh e in Indonesia. Mica mando gli altri, ci vado di persona. Anche perché sai, quando si tratta di ungere a destra e a sinistra… in Myanmar hanno la giunta, non bagigi. Io conosco bene il ministro degli esteri birmano, veniva a pescare qui a Penang e andavamo fuori con la mia vecchia barca poi toh, è diventato ministro.

E ai miei operai ci tengo davvero. Sono esseri umani, anche se io mi faccio i milioni con loro. Quando me li trattano ingiustamente ci sto niente ad andare in tribunale, e i datori di lavoro lo sanno che se si trovano me di fronte… insomma, conosco i miei giudici anch’io.

 

Non fare il mio nome, ovviamente.

 

Io credo ai diritti umani e a quelle cose. Ho tentato di collaborare con le ONG, però preferisco fare da solo. Mi sono fatto da me, quando sono emigrato in Giappone, da giovane. Quelli delle ONG sono anche tanto carini, ma sono pronti a trattarmi male perché sono ricco; sono tutti universitari.

 

E’ rilassato sulla sedia disegnata dal suo architetto. Mentre parla, guarda negli occhi: mi fa servire una birra dopo l’altra e ho paura a rifiutare la sua gentilezza.

Io non chiedo niente a nessuno, dice, per questo con me le minacce non funzionano. Non mi servono altri soldi. Potrei anche andare a vivere in Australia e non lavorare mai più. Avevo una casa a Sydney, sul fronte mare ma l’ho venduta – non ci andavo mai e poi così, il prezzo era troppo buono.

Potrei anche farmi dare il titolo di Datuk, ma io col re ci gioco a golf, mica mi inchino. Datuk, datuk, chi se ne frega. Al sultano non mi inchino.

 

Il potere non sta nei titoli. A me non importa il potere, ma ce l’ho.

Una volta mi hanno trattato male un birmano. Il poliziotto l’ha fermato, gli ha preso il permesso di soggiorno tutto in regola, fatto da me, l’ha appallottolato e buttato per terra. Il birmano per fortuna mi ha chiamato. Sono arrivato subito: io non mando gli altri al mio posto. Già a vedere la targa della mia mercedes, una targa a una cifra (cosa vuoi ho il cuore tenero: il 5 è il giorno di nascita di mia figlia), il poliziotto ha cambiato atteggiamento. Io poi conosco quelli della Speciale, ho i miei tipi. Ho fatto venire fin lì il capo. Il poliziotto era della municipale, figuriamoci: in galera è finito, e ben gli sta.

 

Vedo solo i suoi occhi neri mentre il disgustoso easylistening mi si mescola sempre più inestricabilmente con la birra e con le luci colorate delle fibre ottiche intrecciate alle palme. Non riesco più a prendere appunti, mi concentro a dare risposte simpatiche e a sorridere spesso.

E cosa fai per il Capodanno Cinese, chiedo in quest’ottica.

 

Io sono cinese, risponde secco, ma non la mia ditta. C’è un malese che figura come socio maggioritario, e che non fa un tubo di niente altro che farsi una percentuale, se no non mi davano mai e poi mai la licenza. Ma non ce l’ho coi “figli del suolo”, non sono uno di quelli che dice che è tutta colpa dei malesi. Che facciano i soldi anche loro, non sono egoista. Non mi hanno mai impedito di fare i miei affari. E’ anche giusto, dopotutto sono qui da tanti secoli, la terra è loro. Mio nonno è nato in Cina. Io sarei figlio del suolo lì – meno male va’ che invece sono nato qui.

A proposito, chiede all’improvviso, sei anche tu della chiesa come  Franciscus X?

Nego insistentemente.

 

Aaaah, sorride, bene, perché io alle religioni non ci credo.  Cerco di capire le cose da me. E ci riesco sai? Perché del denaro non mi importa. Quello uno si mette e lo fa. Qui in Malesia ce n’è tanto. E’ un posto fantastico per il commercio. Corrotto, ma questo dappertutto, credo. Non mi venire a parlare degli americani che sarebbero incorruttibili. Ho vissuto alle Hawaii, ho visto bene come funzionano le cose. Ma di tutta l’Asia è la Malesia che è meglio. Qui è un posto sicuro, dove non vengono la notte a portarti in galera solo perché hai fatto qualcosa che dispiace al primo ministro. Peccato che a volte gli affari vadano male per la corruzione. Mi rende triste. La mia gente è corrotta, non c’è niente da fare.

 

La prossima volta che vieni in Malesia chiamami, dice. Ti trovo io un appartamento più vicino alla città. Quello dove stai lo conosco bene, l’ho costruito io con la mia ditta quando ancora avevo l’impresa immobiliare.

 

Intanto vieni da me per il Capodanno cinese. Vedrai, informal dress. Si mangia bene. Ti aspetto.

 

Ondeggio verso casa. Non dubita che andrò e non gli importa.

postato da: Airid alle ore febbraio 06, 2007 11:34 | Permalink | commenti (47)
categoria:materiale
domenica, 04 febbraio 2007

coda

In coda per Dio

Dicono che nei rituali si chiariscono alcune modalità di azione e di relazione che sono comunque quotidiane. Dicono, e scrivono, che i rituali servono, a chi li fa, per capire e inquadrare l’esistente. Senz’altro hanno ragione. Nel Tai Pusam di Penang , a dispetto delle leggende colorate, erotiche e mutevoli che ormai sono sconosciute ai più e che strutturano storicamente gli andirivieni delle processioni, di fatto si vedono migliaia di persone sfilare di fronte ai padiglioni delle fabbriche e degli uffici nei quali quotidianamente lavorano e mettersi in coda, sgomitando e sudando per ore, per portare il loro tributo a una divinità in cima alle scale: un vaso di latte che verrà rovesciato su di essa e che contribuirà, una volta recuperato e bevuto, ad aumentare la capacità del singolo devoto di diventare egli stesso divino.

 

Ma si mettono in coda, dunque. Ognuno cammina partendo da casa, o da un tempio a lui caro, o dal padiglione della sua fabbrica, con i piedi ormai poco callosi nudi sull’asfalto, finché si infila su per la scalinata e si incastra nell’ingorgo, un’ora o due sotto il sole, pregustando il momento in cui arriverà alla Dea e consegnerà il suo vaso di latte a bramini efficaci che fra un mantra e l’altro gridano “circolare, circolare!”, infatti non si può interrompere il meccanismo solo perché uno vuole perdersi nella contemplazione della divinità – che diamine.  Nella coda, che solo alla fine viene suddivisa in corsie “vasi di latte” (tanti) e “portatori di palanche” (pochi, ma ingombranti a causa degli spilloni), è lecito spingere e sgomitare. Ma i bambini non piangono e nessuno urla “si metta in fila come gli altri, maleducato!”. Siamo buoni, non fessi ma buoni. Il flusso ci domina ma non ce ne facciamo sommergere. La fine imminente ci sostiene – per non dire di quanto ci dà forza la vicinanza alla dea in un momento così energeticamente attivo. Siamo dediti ma in un corpo a corpo, vinciamo.  

 

Ne usciamo rigenerati.

 

(L’antropologa no).

postato da: Airid alle ore febbraio 04, 2007 16:34 | Permalink | commenti (22)
categoria:materiale, la ricerca del nulla