lunedì, 29 gennaio 2007

Frullata

 

C’è l’antropologa e c’è il mondo nel quale è caduta, il mondo un po’ più in là che le è parso legato al suo destino.

Un’operazione di risucchio lento si dipana negli anni, durante la quale l’antropologa comincia a dire “io”in modo sempre più modificato dal mondo nel quale è caduta e dal fatto di esserci caduta. E’ aiutata in questa operazione dall’assoluta libertà di cui gode fintantoché resta nel mondo un po’ più in là (o in qua). Un’assoluta solitudine fittizia.

Insomma l’antropologa sul campo fa il cazzo che le pare e si riserva di capire solo in un tempo futuro, quando dovrà scrivere qualcosa, perché quello che fa ha un senso.

 

All’improvviso c’è il Visitatore. Linguisticamente potente, parla sin dal mattino e dice cose su su quello che vede compresa l’antropologa. Le chiede che cosa pensa di fare a tale ora o a tale altra ora. Perché fa una cosa o l’altra.

 

Inoltre gli abitanti del mondo un po’ più in là accolgono festosi il Visitatore escludendo l’antropologa che ne dovrebbe essere la sola esclusiva proprietaria, per Allah. Infatti il Visitatore è maschio e finalmente la rimette un po’ al suo posto ai loro occhi. E mangia i cetrioli.

 

L’antropologa non ha parole. Due mondi le parlano. Fanno chiasso e la obbligano a chiarire tutte quelle visioni di mezzo che di solito, depositandosi strato su strato, contribuiscono con un po’ di fortuna a creare un’immagine colorata e instabile, ma con un certo spessore, che costituisce poi la fonte di ogni sua pur labile conoscenza e giustificano il fatto che riceva uno stipendio mensile. In presenza del Visitatore, le visioni di mezzo scompaiono, sostituite da un’ansia terribile che obbliga l’antropologa a bere grandi quantità di melone verde frullato con banana.

postato da: Airid alle ore gennaio 29, 2007 10:19 | Permalink | commenti (43)
categoria:transito, la ricerca del nulla
mercoledì, 24 gennaio 2007

Ucci ucci

 

Va bene che si chiama Franciscus X, ma non mi aspettavo che il posto dove mi ha dato appuntamento, un indirizzo in una parte bellissima della città fra alberi plurisecolari e dimore di ricchi, fosse il vescovado. Non avevo capito che lavorava per i preti.

Il centro di accoglienza e sostegno per migranti che ha organizzato è l’unica istituzione in tutto il Nord della Malesia che dia una mano a questi sfigati. Alcuni vogliono semplicemente essere pagati. Altri vogliono tornare a casa ma non riescono a ottenere il checkout dall’immigrazione, indispensabile per uscire dal paese, né a farsi restituire il passaporto dall’agente che li ha importati, o addirittura a uscire dalle baracche interne ai cortili delle fabbriche dove vengono alloggiati. Altri subiscono abusi o si ammalano. Sono birmani, bangladeshi, indonesiani, vietnamiti, cambogiani, indiani. Si indebitano; lavorano gratis. La solita storia, insomma.

 

La buona volontà ricopre la pelle indiana di Franciscus e gli brilla negli occhi. Noi, dice; intende la Chiesa.

Un’associazione musulmana di servizio sociale non c’è. Ho cercato. Buddisti, quelli sì, un pochino anche hindu, ma musulmani no. Franciscus dice che è perché sono troppo frammentati. Un ulama dice una cosa, un mufti ne sbraita un’altra, i veri capi religiosi sarebbero i sultani ma quelli stanno nei loro palazzi.

 

Una santa cattolica e apostolica, eccola qua. E gerarchica e organizzata. Internazionale, comunicante. Asiatica, poliglotta e informata.

 

E’ cominciata la stagione dei durian. Nel mio condominio tutto bucherellato come sono i condomini qui, a finestre tutte sempre aperte e porte protette da grate perché possano in permanenza restare spalancate, gli odori circolano. Qualcuno sta sempre friggendo. Da ieri qualcuno sta anche sempre mangiando durian. Io rispetto i durian ma preferisco i manggis, per via dell’odore.

postato da: Airid alle ore gennaio 24, 2007 13:02 | Permalink | commenti (27)
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domenica, 21 gennaio 2007

Bitter fruit

mucca guarda devoti

 “Certe cose si vivono una volta sola nella vita” mi dice Subramaniam sognante.

Domenica notte il marito di sua figlia ha portato in processione fino al tempio di Ayappan lo scrigno coi gioielli offerti dai devoti. E’ la prima volta nella storia della Malesia che il dio riceve i gioielli. Grandi, il genero e la figlia. 300 grammi di oro e pietre tutti pagati da loro.

Quasi tutti.

 

Quando Subramaniam è andato in pensione, i colleghi gli hanno chiesto che cosa volesse per ricordo: trent’anni di servizio alla Scuola Odontotecnica (Sekolah Pergigian), nessun avanzamento concreto di carriera – mentre i malesi, ah i malesi gli passavano davanti come frecce – e quegli stessi malesi dunque gli chiedono che cosa vuole. Un anello dice lui.

Subra, sei matto, siamo impiegati mica nababbi!

Non importa, dice Subramaniam, la differenza la metto io.

Così si fa fare questo anello con su scritto SP come Subramaniam Pillai, ma ai colleghi dice che sta per Sekolah Pergigian.

 

“Hai capito? Solo io sapevo che li stavo prendendo in giro. Loro erano commossi. Trent’anni di servizio e in cambio io mi compro un anello e loro credono che sia per quello.”

 

Poi è diventato devoto di Ayappan – sua figlia e il marito, cioè – e quando ha visto che stavano preparando la cassa coi gioielli da portare in processione per addobbarne il dio ha detto toh, ecco dove deve stare questo anello. SP.

 

Domenica c’è stato il rituale con il pellegrinaggio. Quindi ora che è giovedì SP sta in banca. Una volta all’anno, potrà essere visto appeso al dito di una statua.

(grazie Ame.

Subramaniam è quello coi capelli bianchi)

 

postato da: Airid alle ore gennaio 21, 2007 10:11 | Permalink | commenti (18)
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mercoledì, 17 gennaio 2007

Hocus focus group

 

Senti, dice Ray. Il contatto chiede se la paghi per il suo aiuto; e se le persone intervistate sarebbero a loro volta compensate per il tempo che ti dedicano.

 

What?

Ma come gli salta in mente?

 

A Ray non sembra molto strano. Dice che stanno rischiando forse anche il posto di lavoro, che insomma se a me serve per il mio lavoro non vedono perché non dovrebbero essere pagate.

Non sono l’Alto Commissariato per i Diritti Umani, dico a Ray, che denuncia gli scandali, e nessuno mi paga a risultato per questa ricerca. Non ho soldi a palate dall’International Labour Organization (UN), quindi se uno lavora per me lo pago, ma non se uno mi parla, rischiando zero – casomai chi rischia di farsi sbattere fuori sono io. Non pago uno che mi parla.

E poi come mi fido di uno che vuole essere pagato per parlarmi?

 

Insomma come gli salta in mente?

 

Mi chiedo se sia il controllo effettuato dalla polizia etica con i relativi sistemi di evitamento a colpi di bustarelle a far pensare di chiedere un compenso. Sarebbe una bella etnotrovata.

 

Ma no, dice Ray, no. E’ che ogni tanto viene qualcuno di occidentale e paga alcune persone perché parlino del loro detersivo preferito, o di quello che si aspettano da uno shampoo per capelli neri o quanto zucchero mettono nel tè, e questi occidentali pagano anche bene.

 

Saluto Ray, vado a fare la spesa, e quando torno la batteria è a terra. Ho lasciato i fari della proton accesi dallo stupore e una macchina col cambio automatico non si mette in moto a spinta. Sono le dieci di sera. Un signore gentile riesce a trovarmi uno coi cavetti che mi fa partire la macchina e controlla anche l’alternatore (?) ma accetta in cambio solo un caffè.  

postato da: Airid alle ore gennaio 17, 2007 16:53 | Permalink | commenti (19)
categoria:materiale, la ricerca del nulla
giovedì, 11 gennaio 2007
REPLAY
 
 “Il rituale è sempre identico. Vuoi vedere il video di quest’anno?” dice Logan.
E’ il dvd fatto da un suo amico. Il tempio infatti non commissiona più un video ufficiale della cerimonia annuale perché ormai in tanti hanno la telecamera e nessuno si compra più la cassetta.
 
Non male, il video dell’amico. E’spesso meglio del mio documentario.
Però che due palle, sia il rituale che il filmato.
 
Guardo la cerimonia senza fregarmene di come si svolge.
Vedo decine di ciccioni mezzo nudi che scendono a camminare nella buca dei tizzoni ardenti. I torsi nudi ridondano di maniglie. I pancioni ballonzolano. I giovani hanno ginocchia fasciate di adipe sui lati. Le facce sono tonde, non si vede uno zigomo.
 
Rispetto a dodici anni fa sono grassi e ognuno si fa il suo video. Ha ragione Logan, il rito è lo stesso, ma per trovarlo bisogna oltrepassare molti strati e forse ricoprirsi di grasso.
postato da: Airid alle ore gennaio 11, 2007 10:39 | Permalink | commenti (42)
categoria:materiale, la ricerca del nulla
lunedì, 08 gennaio 2007

Brother Ray

Quando le filande sembravano il futuro del paese, prima cioe' delle delocalizzazioni in Viet-Nam e in Cina, Ray e' diventato sindacalista. Era il 1982, aveva 27 anni, si era appena sposato ed era ateo.

Lavorava in un cotonificio quindi entro' nel sindacato dei tessili (da poco erano state vietate le confederazioni) e da allora e' stato brother Ray, brother come si chiamano fra loro i sindacalisti e i monaci, questi persino piu' rari di quelli in Malesia.

Essere atei dichiarati qui e' come essere omosessuali: nessuno ha teoricamente niente da ridire, ma la gente non si fida.

"Se non e' Dio a guidarti, allora che cosa ti guida? Perche' mi dovrei fidare?" dice che gli hanno sempre chiesto.

Per fortuna, Ray non e' cinese o sarebbe stato troppo in odore di comunismo per restare al sindacato. E' un sanguimisto incrociato su piu' generazioni, una sorta di anglo-sino-malese che da bambino festeggiava sia il Natale che i Fantasmi Affamati.

Come tutti i marginali in questo paese, brother Ray puo' prendere posizione senza risultare un rinnegato agli occhi di qualcuno. In cambio e' un solitario. Va a correre nella foresta tre volte alla settimana e crede che che il lavoro possa anche rendere liberi.

Non fuma ma beve birra, e penso che potro' fidarmi di lui.

postato da: Airid alle ore gennaio 08, 2007 16:22 | Permalink | commenti (32)
categoria:materiale
giovedì, 04 gennaio 2007
Fate l’onda
 
Ieri sera sono arrivata all’appartamento C-5-9, Farlim, dove abita Logan. Lui e i suoi stavano celebrando una preghiera mensile. C’era molta gente.
Fra una cosa e l’altra mi ha chiesto che cosa ero venuta a fare precisamente, questa volta. Precisamente. Era lì, rapato a zero e a torso nudo per ragioni votive, io da parte mia nell’ora fatale del jetlag, pentita di aver scalato i cinque piani di quel postaccio, e questo voleva sapere una cosa precisa.
 
Sto scrivendo un libro su di voi, il tempio, le famiglie, le cose che cambiano, dico. E diventa vero.
“In inglese, questa volta?”
Mi vengono i sudori freddi. Dovrei, dico mentre la coda di paglia mi pizzica la schiena.
 
E poi c’è questa cosa del lavoro, aggiungo. La cosa nuova. I lavoratori della Malesia.
 
“Questa è tosta, dice, perché il tempio e noi siamo qui, è facile. Tu guardi cosa facciamo e ci chiedi le cose, e poi scrivi. Ormai ne sai più di noi. Il lavoro.. che cosa vuoi sapere? Il lavoro, mah, è solo per fare soldi”. Molte teste si girano verso di me.
Lavoro lavoro lavoro sento ripetere dal consesso.
 
Ha ragione lui? Dovrei smettere? Sto indagando il nulla?
 
C’è un continuum fra immaginare la realtà e descriverla: nel primo caso si è deliranti e nel secondo si è irrilevanti, ma in mezzo si riescono a vedere le storie vere.  Così almeno credevo. Poi mi è arrivata una mail dalla Francia  dove mi si dice che un articolo che ho scritto su due lavoratrici malesiane è (strucca strucca) delirante. 
 
Vedo una riga all’orizzonte, sul mare. Con un po’ di fortuna potrebbe essere uno tsunami.
postato da: Airid alle ore gennaio 04, 2007 10:52 | Permalink | commenti (30)
categoria:febbre, la ricerca del nulla
martedì, 02 gennaio 2007

FACILE

Non una goccia di pioggia. La guida a sinistra della Proton Saga mi è venuta al primo colpo. Ho cambiato numero di telefono, questo sì: 016 4647764 (quest'anno provo DiGi invece di MAxxis). Hanno riannodato le fibre ottiche sotto il mare del Giappone o forse Starbuck's che è wi-fi friendly e americano ha un ponte radio con l'America oltre che un caffè schifoso, fatto sta che ci si collega benissimo.

Addirittura, il tipo di DiGi mi ha parlato delle sue teorie sulla crisi economica della Malesia. Spontaneamente, mi ha messo al corrente delle sue idee politiche, lui lì dentro a un centro commerciale e io pallida che compravo il suo prodotto meno costoso in assoluto. Dice che qui la gente sta prendendo coscienza dei suoi diritti e che la crescita non è 8 % come tutti dichiarano. Dice che tanto qui diventerà come il Giappone, ci sarà solo una lunga città grande come tutta l'isola. Comprati un appartamento, dice. Vedrai che tra qualche anno vale oro. LA mia padrona di casa invece sostiene che si deve comprare una casa col suo terreno; secondo lei, finiranno gli appartamenti così come è finita la povertà. Abiteremo tutti in una casetta col giardino.

Non so se questa sensazione di totale familiarità sia la migliore condizione possibile per una ricerca o l'ostacolo definitivo.

 

 

 

postato da: Airid alle ore gennaio 02, 2007 08:22 | Permalink | commenti (19)
categoria:arrivo