venerdì, 24 novembre 2006
Per tutti gli dei!   LEGGI IL RIASSUNTO! SCARDINA GLI STEREOTIPI!
 
Mi chiamo Gobi. Sono il proprietario della Proton. Mi è stata rubata a… vicino a Ipoh. Non so chi sia stato: mi hanno dato una botta in testa e mi hanno sbattuto giù.
Ecco la carta d’identità. Nithyananda d/o Selvasami è mia moglie, la macchina è a nome suo. La signora qui è un’amica di mia moglie. La telecamera è sua. E’ una Betacam, sa? Costa come un appartamento. E’ professionale. La signora è una professoressa, e ha fatto un film su di me. Andrà in televisione.
Rottamiamo, certo. Vorrei solo prendere alcune cose che ci sono nel baule. Gli attrezzi da cerimonia, se ce li hanno lasciati, per esempio. Il tamburo a due facce. Lo suono nelle cerimonie, non si trova mica facilmente: il mio viene dall’India. Se permette mi terrei anche il volante. E’ da corsa, ce l’avevo cambiato apposta.
 
Camminano fino alla moto con i piedi immersi nella strada inondata. L’antropologa tiene la Beta a spalla, come per girare; Gobi ha sottobraccio il tamburo avvolto in un sarong e a tracolla una sacca piena di cose metalliche da cui spunta il piccolo volante da corsa avvolto nella sua pelliccetta ormai vintage.
Gobi guida piano. La motoretta fa la scia come un motoscafo. L’antropologa se ne sta sul sellino rigida, tenendosi con la mano al portapacchi dietro. Sente la schiena di lui emanare calore. E’ pur sempre una schiena forte, pensa l’antropologa con la spalla indolenzita dalla beta. Inoltre è una schiena che non chiede niente. Ma è la schiena di Gobi.
 
“Ecco, è venuta abbastanza bene!” esclama l’antropologa strizzando la pelliccetta e appendendola sotto il ventilatore. Gobi tace, serio.
“La Beta funziona, hai visto?” continua lei passando una magliettina pulita sull’ordigno elettronico per ripulirlo e asciugarlo fino all’ultima goccia. Inserisce la presa nella corrente e gira il piccolo visore in modo che lui lo veda.
Gobi non reagisce. Sta in piedi sulla soglia della camera e guarda. La guarda.
“La corriera per Penang è fra un’ora e mezzo” dice l’antropologa spegnendo tutto.
“Mi faccio una doccia e vado.”
Chiude la porta, prende un asciugamani già umidiccio e scompare nel bagnetto.
Gobi accarezza la pelliccetta scossa dal vento del ventilatore. Guarda la Beta e il volante. Si alza, raggiunge la portina di lamiera dietro alla quale è scomparsa lei, che ci respira dietro, asciutta, cioè non ancora in processo di lavaggio, ma svestita.
“Sei lì?” dice Gobi.
L’antropologa si rovescia addosso una secchiata d’acqua.
“Ci sei?” chiede di nuovo lui.
L’antropologa si insapona. I due grossi scarafaggi sforbiciano le antenne a due centimetri dal suo piede. Uccidili, pensa. Prendili. A te non fanno schifo. Tu sei nero e uomo e pure invasato, sta a te.
Si sciacqua. Gli apre. Non siamo mai stati così seri, pensa, così in silenzio, eppure non abbiamo dubbi, anche se siamo peccatori rispetto a tutti gli dei di tutti gli universi.
 
Mi chiamo Gobi. Sono il sacerdote che dirige questo culto. Sì, il culto di Ambalakaliyamman. Durante il culto la dea mi possiede. Non mi lascia mai completamente. Io so alcune cose. Non ne so altre, mica sono un bramino.
Vado bene così?
 
L’antropologa annuisce, spegne la telecamera, ripone tutto e lascia la stanza.
 
 
Riassunto delle conseguenze
 
Dopo la partenza del produttore, trascinato fuori dall’appartamento di Sara dall’antropologa che ha pagato il conto dell’albergo dopo aver restituito tutti gli acquisti e l’ha ficcato sull’aereo con la sua betacam al seguito, e purtroppo anche con le cassette che infatti non ha mai più rivisto, o riviste, dopo questa partenza dunque Sara callipigia ha perso quindici chili dal dispiacere, o dalla solitudine, ma questo fa piacere al suo medico e alle bambine che non si vergognano più di lei e persino all’antropologa che cerca di insegnarle a nuotare. Ora se n’è andata anche lei.
Il figlio di Gobi è diventato una star dell’asian dub ma ora la sera addossato ai tronchi odorosi di lattice si fa di eroina, paga lui per tutti tanto a cosa serve tutto questo, dovrebbe andare in India per sfondare e se suo padre lo becca gli fa un culo così, lo mette in ammollo, e chissà, vedrebbe ancora la dea bianca, nuda, tornerebbe a scuola, studierebbe da medico e avrebbe un appartamento sul cocuzzolo delle torri gemelle.
Il mese dei grandi rituali per la Dea si avvicina, un mese di castità dove la moglie non giace col marito e la moglie di Gobi ne è molto dispiaciuta perché da quando è stato via con l’antropologa e gli hanno rubato la proton, Gobi è cambiato. Si faranno in ogni piantagione i grandi rituali dove si cammina sul fuoco, e suo cugino Kes, cugino anche del marito, verrà a trovarli perché lui è bravo a fabbricare le pire che poi diventano carboni ardenti. Lei camminerà sul fuoco per ringraziare di aver trovato un nuovo lavoro. Peccato, dice una sera a suo marito, che non ci sia qui l’antropologa a filmare.
Gobi pensa, sa che l’antropologa tornerà, perché una volta che uno è stato preso dalla Shakti è marchiato per sempre, ognuno a suo modo, l’antropologa è come la Dea, fa quello che vuole, e ne paga le conseguenze come la Dea, le paga e torna e ti possiede.
Questo, l’antropologa non lo sa ancora. Nulla è ancora scritto, non esiste.
 
 
 
postato da: Airid alle ore novembre 24, 2006 10:51 | Permalink | commenti (180)
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giovedì, 09 novembre 2006
La fine del silenzio
In memoria di Clifford Geertz
 
Da ormai due mesi scorazzava su e giù per la città di Medan. Le avevano detto che “certe cose”, intendendo le cerimonie di sacrificio e di possessione, erano vecchiume vietato dal governo e che ormai non si facevano più. Gliel’avevano detto tutti, proprio tutti. Era stata ore a farsene raccontare lo svolgimento – come se fossero successe l’altroieri – e ad ascoltare giovani e vecchi rimpiangerne la forza, la magnificenza, il divertimento, l’emozione, la musica. L’alcool, la danza.
Diceva che lei stessa ci era stata due anni prima, in tale posto, con tali persone: le spiegavano che era stata davvero l’ultima volta. Ma perché? Chiedeva; roba passata, dicevano. Non ci piace più.
Una sera, un uomo ubriaco con uno sguardo malizioso le disse di andare a trovare il vecchio Supiah. Abitava in un quartiere a nord, verso il porto, in un lotto ora urbano ma ancora designato con il nome della piantagione presso la quale fino a una decina di anni prima lavoravano tutti i suoi abitanti: PTP 9. Vai là e chiedi disse il giovane ubriaco. Lei si fidò per disperazione.
Quando arrivò da quelle parti cominciò a chiedere ai passanti e tutti sapevano dove stava Supiah il macellaio ma era come se non riuscissero a farcela arrivare, solo a farla svoltare di qua e di là con la moto per le stradine male illuminate fra giardinetti e rigagnoli puzzolenti.
Si fece buio. Le moschee chiamavano per la sera. Non lo trovava. Si era persa. Forse era pericoloso.
Mancò la corrente.
Restò così, sperduta, nell’oscurità totale che cominciava ad animarsi di fiammelle di candele e lampade a petrolio.
Scese dalla motoretta e si levò il casco.
Un bambino venne verso di lei e le disse:
“Cerca Pak Supiah, giusto?” Si inerpicò sul sellino e aggiunse:
“Andiamo”.
Supiah se ne stava in una specie di tempietto dietro casa sua. La fece sedere, le offrì un tè e fece un po’ di conversazione formale. Le si chiudevano gli occhi.
Rispettosamente, due giovani si fecero sulla soglia.
“Allora per domani tutto a posto, Pak” gli dissero. “Abbiamo sei polli, alla capra ci pensate voi”.
La ragazza sobbalzò. Capre, polli…Gli animali da sacrificare!
“Per Lei?” disse, indicando la statua nera della dea alle sue spalle.
I due risero. Vieni domani le dissero. Certo! Rispose. Guarda che ci vuol fegato per guardare, disse uno dei due. Non vedo l’ora rispose lei.
Supiah si rivolse a loro secchissimamente in Tamil. Abbassarono gli occhi entrambi. Ci fu silenzio.
“Tu” le disse infine Supiah “sei un’amica di Narayan, che ti manda a spiarci per raccontare tutto alla polizia. Ti prego, non dire quello che hai sentito”.
“Io, amica di Narayan? Perché dice?”
“Ti ho vista un giorno a casa sua”.
Un equivoco, dunque. Narayan, l’ufficiale del ministero delle religioni, era stato il suo primo interlocutore; l’unico giorno che era andata a casa sua, due mesi prima, qualcuno l’aveva vista e l’avevano presa per una spiona.
Si spiegarono. Risero. Supiah la invitò alla cerimonia dell’indomani. Le parlò a lungo. Continuò a parlarle per otto mesi.
Le parla ancora, a volte, anche se probabilmente la cirrosi epatica gli ha già sigillato la bocca per sempre. 
 
Clifford Geertz, antropologo, 1926-2006
Bibliografia essenziale:
The Religion of Java, (Free Press,1960), Chicago,University of Chicago Press, 1976
Peddlers and princes : social change and economic modernization in two Indonesian towns,Chicago : University of Chicago Press, 1963.
Islam Observed, Religious Development in Morocco and Indonesia (1968) Chicago ; London : University of Chicago Press, 1971
Meaning and order in Moroccan society : three essays in cultural analysis (with Hildred Geertz, Lawrence Rosen) Cambridge : Cambridge University Press, 1979
The Interpretation of CulturesNew York : Basic Books, 1973
Negara: The Theater State in Nineteenth Century BaliPrinceton, N.J. : Princeton University Press, 1980
Local Knowledge: further essays in interpretive anthropology (1983) New York : Basic Books, c1983
Works and Lives: the anthropologist as an authorCambridge : Polity, 1988
V.anche
Shweder, Richard A. and Good, Byron, Clifford Geertz by his colleagues Chicago : University of Chicago Press, 2005
postato da: Airid alle ore novembre 09, 2006 10:32 | Permalink | commenti (28)
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mercoledì, 01 novembre 2006
 
RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRETENDENTI
 
Erano in corso numerosi scandali che i cittadini della Malesia facevano rimbalzare per canali informali o desumevano decriptando i codici della loro stampa sottomessa a censura.
Anwar era in prigione per sodomia.
Bande di giovani indiani di piantagione coi capelli a zero e l’orecchino, alterati dall’ingestione di droghe sintetiche o anche naturali che li esponevano al rischio di incarcerazione istantanea incombevano ai margini delle città.
Nel quartieraccio di Chow Kit i travestiti e i transessuali della capitale celebravano il compleanno della figlia del primo ministro, Marina Mahathir, con grande dispiegamento di ONG e nastrini rossi anti-aids con relativi preservativi di cui la Malesia è il primo produttore mondiale.
Sui giornali e nelle moschee gli ulema tuonavano sull'epidemia come meritato castigo dell’indissolutezza, mentre in Australia il ministro della cultura non faceva mistero della sua inclinazione sessuale.
Nelle autostrade informatiche mydotcom – no, queste erano solo un progetto.
I muratori venivano licenziati ancora con lo scalpello in mano.
Irene Fernandez penetrava in un CPT e ne denunciava le condizioni ma veniva prontamente denunciata a sua volta.
Si ritiravano le borse di studio elargite ai malesi per effettuare studi a Cornell, al MIT, alla Australian National University e all’università di Perugia.
L’investigatore tailandese si trovava a sua volta licenziato, aveva lavorato per un pugno di bhat (e per qualcos’altro, ma era terrorizzato dalla sharyah e dalla sig.ra sua moglie quindi non ci pensava neppure) (ci pensava, ci pensava, ma a un livello più sotterraneo) e decideva di rientrare in Tailandia via Bukit Kayu Hitam, dove fra un bordello e l’altro nessuno gli avrebbe chiesto niente.
A Kuala Lumpur, svettavano le Torri Gemelle più celebri del mondo.
postato da: Airid alle ore novembre 01, 2006 12:41 | Permalink | commenti (18)
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