Ti piglia
“Ha mangiato?” chiede la bambina più piccola quando la sorella esce dalla stanza degli dei con il piatto e il bicchiere.
“Solo il riso, e poco”.
“Uau! Una settimana solo riso!”
“Secondo me è un po’ santo” riprende la maggiore crollando il capo.
“Santo come?”
“So io come”.
“Dimmelo”.
“Se lavi tu i piatti”.
Torva, la piccola considera il lavello. Poi ha un’idea.
“Perché non mangia niente e sta sempre seduto di fronte alla dea, ecco perché!”
“Fosse solo quello” fa la grande tirando fuori la sua bambola da una scatola.
“Allora cos’è?”
“Comincia a lavare che te lo dico”.
La piccola avvicina uno sgabello al lavello, ci sale e apre il rubinetto. Sono solo quattro piatti, dopotutto. Li lava, li asciuga e va a sedersi per terra di fronte alla sorella.
“Beh?”
“La notte balla. Lo sento che si muove contro il muro. Secondo me ha le possessioni da una divinità e magari una volta che hai fatto qualcosa viene e ti piglia”.
La bambina più piccola accenna un sorriso.
Alle quattro del mattino Bebelka sente scattare il lucchetto di entrata. E’ lei che torna. La sente muoversi nel salotto poi nel bagnetto in un rumore di acqua, splash spash. Come ogni notte, dopo doccia, verrà nella stanzetta a rivolgere una preghiera alla dea prima di andare a dormire. Entrerà avvolta solo in un vecchio asciugamani e lui, sdraiato a terra, fingerà il sonno.
Eccola. Appaiono nella penombra i piedini arcuati poi, in prospettiva, i coni rovesciati delle grosse cosce e la massa del culone sporgente. Riempie tutta la sua visione.
Sara si china verso l’altare e accende un piccolo braciere. La fiamma rossa la illumina a baluginii: denti bianchi e labbra lucide, goccioline d’acqua scintillanti sul collo in ombra, sulle spalle nude e rotonde e nell'incavo del seno.
Prende il braciere e muovendolo per aria disegna una figura – la o di om – incurante se nel movimento l’asciugamani le scivola più in basso.
Bebelka trattiene il fiato. Trattiene ogni cosa di sé, che balzerebbe in su ad afferrarla se non temesse di essere cacciato dalla sola casa della Malesia dove qualcuno si occupa di lui.
Sara sta lì di fronte alle statue, discinta, in un respiro tranquillo che le alza e abbassa le grandi poppe e le spalle, l'asciugamani lasco sui fianchi.
Poi spegne il braciere e si china fino a mettersi carponi, prostrandosi alla dea. Repentino, Bebelka solleva la testa e la guarda fra le cosce, da dietro, chirurgicamente, al massimo.
E poi è uscita: clac! Il vuoto.
Il buio.
I lumini intermittenti sulla statua della dea.
Quell'ultima, chirurgica visione è la dea. Ora lo sa.
Dal fondo della sua solitudine ascetica il produttore invoca la shakti. Che a certe condizioni, non ha mai deluso nessuno.
Tunc tunc tunc.
Di là dal muro, la piccola è sveglia, terrorizzata.
“Mi piglia!” sta ancora urlando quando sua madre irrompe nella stanza, la solleva e la porta, accese tutte le luci, a vedere che nella stanza degli dei c’è solo Bebelka che dorme.
Non dormiva.
Nel frattempo si è svegliato anche il marito di Sara che urla che lui lavora e non lo lasciano mai riposare.
Poi bisogna sgridare quell’altra deficiente che terrorizza sua sorella più piccola e che si mette a piangere anche lei.
E poi è mattina, Sara è sfinita e pensa allo sguardo di Bebelka poco prima. Pensa all’odore preciso che c’era nella stanza degli dei fra l'incenso e il profumo di biancheria piegata. Le viene da sorridere, e da rabbrividire.







