domenica, 22 ottobre 2006
Ti piglia
 
“Ha mangiato?” chiede la bambina più piccola quando la sorella esce dalla stanza degli dei con il piatto e il bicchiere.
“Solo il riso, e poco”.
“Uau! Una settimana solo riso!”
“Secondo me è un po’ santo”  riprende la maggiore crollando il capo.
“Santo come?”
“So io come”.
“Dimmelo”.
“Se lavi tu i piatti”.
Torva, la piccola considera il lavello. Poi ha un’idea.
“Perché non mangia niente e sta sempre seduto di fronte alla dea, ecco perché!”
“Fosse solo quello” fa la grande tirando fuori la sua bambola da una scatola.
“Allora cos’è?”
“Comincia a lavare che te lo dico”.
La piccola avvicina uno sgabello al lavello, ci sale e apre il rubinetto. Sono solo quattro piatti, dopotutto. Li lava, li asciuga e va a sedersi per terra di fronte alla sorella.
“Beh?”
“La notte balla. Lo sento che si muove contro il muro. Secondo me ha le possessioni da una divinità e magari una volta che hai fatto qualcosa viene e ti piglia”.  
La bambina più piccola accenna un sorriso.
                                                               
Alle quattro del mattino Bebelka sente scattare il lucchetto di entrata. E’ lei che torna. La sente muoversi nel salotto poi nel bagnetto in un rumore di acqua, splash spash. Come ogni notte, dopo doccia, verrà nella stanzetta a rivolgere una preghiera alla dea prima di andare a dormire. Entrerà avvolta solo in un vecchio asciugamani e lui, sdraiato a terra, fingerà il sonno.
Eccola. Appaiono nella penombra i piedini arcuati poi, in prospettiva,  i coni rovesciati delle grosse cosce e la massa del culone sporgente. Riempie tutta la sua visione.
Sara si china verso l’altare e accende un piccolo braciere. La fiamma rossa la illumina a baluginii: denti bianchi e labbra lucide, goccioline d’acqua scintillanti sul collo in ombra, sulle spalle nude e rotonde e nell'incavo del seno.
Prende il braciere e muovendolo per aria disegna una figura – la o di om – incurante se nel movimento l’asciugamani le scivola più in basso.
Bebelka trattiene il fiato. Trattiene ogni cosa di sé, che balzerebbe in su ad afferrarla se non temesse di essere cacciato dalla sola casa  della Malesia dove qualcuno si occupa di lui.
Sara sta lì di fronte alle statue,  discinta, in un respiro tranquillo che le alza  e abbassa le grandi poppe e le spalle, l'asciugamani lasco sui fianchi.
Poi spegne il braciere e si china fino a mettersi carponi, prostrandosi alla dea. Repentino, Bebelka solleva la testa e la guarda fra le cosce, da dietro, chirurgicamente, al massimo.
E poi è uscita: clac! Il vuoto.
Il buio.
I lumini intermittenti sulla statua della dea.
Quell'ultima, chirurgica visione è la dea. Ora lo sa.
Dal fondo della sua solitudine ascetica il produttore invoca la shakti.  Che a certe condizioni, non ha mai deluso nessuno.
 
Tunc tunc tunc.
Di là dal muro, la piccola è sveglia, terrorizzata.
“Mi piglia!” sta ancora urlando quando sua madre irrompe nella stanza, la solleva e la porta, accese tutte le luci, a vedere che nella stanza degli dei c’è solo Bebelka che dorme.
 
Non dormiva.
Nel frattempo si è svegliato anche il marito di Sara che urla che lui lavora e non lo lasciano mai riposare.
Poi bisogna sgridare quell’altra deficiente che terrorizza sua sorella più piccola e che si mette a piangere anche lei.
 
E poi è mattina, Sara è sfinita e pensa allo sguardo di Bebelka poco prima. Pensa all’odore preciso che c’era nella stanza degli dei fra l'incenso e il profumo di biancheria piegata. Le viene da sorridere, e da rabbrividire.
postato da: Airid alle ore ottobre 22, 2006 00:15 | Permalink | commenti (57)
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venerdì, 06 ottobre 2006
Un viluppo di ferraglia fra sputi
 
Nel cortile dell’officina scorazzano grossi topi che si tuffano e rituffano nel rigagnolo adiacente, gonfio di monsone.
L’antropologa è arrivata all’officina a furia di chiedere ma ha trovato la porta dell’ufficetto chiusa a chiave perciò ha fatto il giro da dietro. Ha picchiato il lucchetto contro il portone di metallo e una voce ha gridato “entra! E’ aperto!” , lei è entrata ma ora i topi la trattengono.
La viene a prendere una vecchia malese .
“Hai paura di quelli, eh?” dice e sghignazza lanciando di lato uno scravacchione rosso di betel.
Tutto il cemento del cortile è tinto di quel rosso. In mezzo sta la proton. Il catorcio dal volante punk. E' tutta rincagnita sul davanti e infangata, ma il retrotreno è intatto.
“E’ tua?” le chiede la signora.
“Del mio fidanzato” risponde l’antropologa.
“Oh, poverino, era lui allora il morto?”
Sta per piovere di nuovo. L’antropologa si avvicina al catorcio. Una fine così orrenda, può mai essere?, si chiede.
 
Riassunto delle puntate precedenti (per la parte vecchia vedi prima) (la parte nuova è in rosso)
Mentre numerose multinazionali prima impiantate a Penang decidono di delocalizzare la produzione in Cina lasciando senza lavoro sia la moglie di Gobi che l’amica dell’antropologa (si chiama Sara), l’antropologa, che ha preso alloggio in una cittadina a metà strada fra Alor Setar e Penang (Sungai Petani) ha una rapida visione della proton dal volante di pelo trascinata da un carro attrezzi. Nel frattempo il produttore Bebelka, ospite dell’amica ormai disoccupata dell’antropologa, Sara insomma, stabilisce una relazione morbosa con la statua della dea presente nella stanzetta dove lo fanno dormire e concupisce l’amica disoccupata dell’antropologa, Sara callipigia, sentendosi preda, da quando dorme in quella stanzetta, di una virilità inusitata di cui lascia traccia alla moglie in numerosi messaggi registrati sulla di lei segreteria telefonica.
Tornato in famiglia, Gobi litiga furiosamente con il figlio quattordicenne che, pensando che il padre se ne fosse andato per sempre, l’ha sostituito in due rituali importanti abbandonando così la scuola superiore in cui del resto non eccelleva; questo in parte per rivalità con il padre, tipica di molti adolescenti, e in parte per ovviare al problema economico familiare  creatosi dopo il licenziamento della madre, operaia da Bosch. Gobi osserva con particolare disappunto la familiarità con cui un investigatore tailandese, assoldato dalla sig.ra Gobi per ritrovare il marito, tratta i membri della famiglia, e lei in particolare. Il sacerdote stabilisce così di fare oblazioni speciali alla Dea e rituali di purificazione per calmare questo garbuglio e ritrovare la sua proton, la sua antropologa e pure sua moglie (infatti non è scemo ma sta zitto perché poteva pure essere peggio; inoltre l'investigatore millanta una cintura nera di Thai Box). Alle abluzioni rituali nel fiume porta con sé il figlio: pensa infatti che se, invece di studiare ingegneria,  il ragazzo decide davvero di fare il sacerdote, è bene che sappia che è un mestiere duro per il fisico oltre che per l'anima. Inoltre un ammollo di un’ora nel fiumiciattolo dietro casa quando fa ancora buio e i galli cantano sovrastati dai claxon dei camion cinesi gli farà passare certe impertinenze. Una mattina il  figlio di Gobi , mentre recita mantra immerso fino alla cintola nell’acqua freddina e inquinata,  vede apparire nell’acqua una donna nuda dalla pelle bianchissima che gli canta: I left my heart in Sungai Petani. Strano, pensa il ragazzo: la nostra dea non ha mai cantato in inglese; poi si dedica all’osservazione di alcuni dettagli anatomici che non ha l’occasione di vedere spesso. Infine racconta la visione al padre e, la sera stessa, gli annuncia che torna a scuola e che fonda un gruppo indian-dub-rock. Gobi parte per Sungai Petani in scooter.
postato da: Airid alle ore ottobre 06, 2006 23:17 | Permalink | commenti (61)
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