venerdì, 29 settembre 2006

 

Pessima comunicazione

 

 

Dall'atrio dell’Oriental Hotel, Bebelka vede Sara attraversare il parcheggio, bella, grassa e sudata. E' venuta. Era l’unico numero di telefono locale che il produttore aveva: l'ha chiamata e le ha passato il direttore dell'albergo. L'infido cinese in giacca e cravatta ha messo sottochiave  valigie nuove, accessori della beta (tre microfoni, cavi, cuffie, quarzina, cavalletto idraulico e set di batterie), biglietto aereo e passaporto. Per restituirglieli vuole 1830 dollari americani pari a 10 notti con colazione (TVA esclusa) e non gli importa come lui sopravvive nel frattempo. Questa è violazione dei diritti umani! mugugna il produttore. I diritti del consumatore!

Segue Sara nel parcheggio.

Stronzi, i cinesi, questo lo dicono tutti e nei detti c’è verità. Gli interessano solo i soldi. Con rispetto per la differenza etnica – ma questi non sono i Veri Cinesi con la loro nobile tradizione. Sono predatori, commercianti e usurai che si sposano fra di loro, avari come ebr... - come genovesi.

Stronze anche le donne, opina pensando alla moglie. 

Poi vede Sara che sta issando il suo poderoso culo su uno scooter.

Stronze e stupide, si corregge. Con quello è venuta a prendermi?, non poteva trovare una cazzo di macchina?

Cerca di salire dietro di lei, ma sul poco sedile rimasto libero ci sta solo la pancia e per il resto finisce completamente seduto sul portapacchi sbilanciando la moto all'indietro. Sara scende e gli fa cenno di passare lui in posizione di guida.

Ma io non ho mai guidato una cazzo di moto, cerca di spiegarle lui a gesti, in questo cazzo di traffico sulla sinistra e con un elefante per passeggero!

Tutto quello che lei capisce sono le sue lacrime.

 

Il produttore ha migliori ragioni di piangere dopo venti chilometri di portapacchi.

 

Il marito e i bambini di Sara lo guardano entrare nell'appartamentino.

“Shoes!” gli sbraita Sara, vedendolo marciare con i sandali lerci sul suo pavimento – dentro, con le scarpe!, racconterà poi inorridita a sua sorella – e mostrando l’evidenza, che tutte le scarpe di tutti i presenti sono ammucchiate in ingresso e tutti sono scalzi com’è normale in casa, sant’iddìo.

Bebelka considera con orrore l’idea di mettere i suoi piedi nudi dove li mettono tutti quelli lì. Finge di non capire, muove un altro passo.

Allegramente, la piccola Dini gli mostra un sandalo e gli dice:

“Shoe! Chappaal, sepatu!”

Stronze fin da bambine.  

 

Lo guardano rifiutare il cibo, persino il riso, e bere solo coca cola.

 

La notte non lo vedono mentre sdraiato a terra sul giaciglio pulito che gli hanno preparato nella stanzetta con l’altare degli dei, illuminato da lucine multicolori intermittenti, digita all’infinito sul loro cordless il numero intercontinentale della moglie lasciando in segreteria sempre lo stesso messaggio:

“Mon amour, ne m’abandonne pas!”, e se lo vedessero forse penserebbero che sta parlando con la dea la cui statua nera troneggia su di lui.

La dea invece non è mica scema.

Riassunto delle puntate precedenti I-XXII (in blu la parte nuova)
 
L’antropologa, conosciuto un sacerdote-sciamano proprietario di un’automobile di fabbricazione locale, parte in viaggio con lui. Per filmare le sue performance, porta con sé una telecamera formato betacam che sottrae al produttore del documentario per girare il quale si trovava in Malesia. Fra l’antropologa e il sacerdote si sviluppa un’attrazione. Mentre il produttore, rimasto sull’isola in preda a una forte bronchite, trama di vendicarsi dell’affronto subito, i due passano di cerimonia in cerimonia ospitati di volta in volta  da qualche amico musicista del sacerdote. Un pomeriggio piovoso, mentre i due riposano, qualcuno si insinua nell'automobile dal volante di pelo e ne provoca la caduta nel fiume. Qualche giorno dopo Sara, l'amica dell'antropologa che le ha presentato il sacerdote, viene ad avvertirli che la polizia sta cercando la telecamera e che la moglie del sacerdote, preoccupatissima, ha lanciato un investigatore privato thailandese sulle sue tracce, proprio mentre il candidato primo ministro Anwar Ibrahim viene imprigionato con l'accusa di omosessualità. Dopo esser stata vittima un brutale assalto organizzato da alcuni amici del sacerdote nel cuore della piantagione, l'antropologa scopre di essere invischiata nel VPA, e di essere perciò passibile di arresto preventivo e non motivato in caso di denuncia degli assalitori. Il clima politico generale spinge le ambasciate a considerare la Malesia un luogo poco sicuro mentre scoppia il caso Irene Fernandez sui campi di prigionia per gli immigrati clandestini, si mobilitano le NGO locali e vengono dichiarati i primi casi di Aids. La Grande Crisi Economica si annuncia con una prima fluttuazione del Bhat, che motiva ulteriormente il detective thailandese, che si fa chiamare Chulalonkorn XVI, a insistere nel suo caso di persona scomparsa pur di essere pagato in dollari. All’improvviso, qualcuno si dilegua con l’automobile del sacerdote Gobi dopo avervi caricato la costosa telcamera Betacam. L’intervento dell’investigatore tailandese non aiuta a ritrovare le tracce dei due attrezzi scomparsi, tanto più che nel frattempo sono scomparsi anche l’antropologa e il sacerdote Gobi.
L’ambasciata neozelandese nel frattempo denuncia la scomparsa in Indonesia di un gruppo di cittadini NZ,anch’essi a bordo di un’automobile dal volante di pelo e dotati di telecamera, benché, in questo caso, si tratti di un prodotto meno costoso. 
 Mentre numerose multinazionali prima impiantate a Penang decidono di delocalizzare la produzione in Cina lasciando senza lavoro sia la moglie di Gobi che l’amica dell’antropologa (si chiama Sara), l’antropologa, che ha preso alloggio in una cittadina a metà strada fra Alor Setar e Penang (Sungai Petani) ha una rapida visione della proton dal volante di pelo trascinata da un carro attrezzi. Nel frattempo il produttore Bebelka, ospite dell’amica ormai disoccupata dell’antropologa, Sara insomma, stabilisce una relazione morbosa con la statua della dea presente nella stanzetta dove lo fanno dormire e concupisce l’amica disoccupata dell’antropologa, Sara callipigia, sentendosi preda, da quando dorme in quella stanzetta, di una virilità inusitata di cui lascia traccia alla moglie in numerosi messaggi registrati sulla di lei segreteria telefonica.
postato da: Airid alle ore settembre 29, 2006 12:54 | Permalink | commenti (40)
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giovedì, 14 settembre 2006
Scherza coi santi
 
Le cassette sono sparse sul lettino di ferro.
In tutto, fanno otto ore di riprese. Se metà hanno il bianco sbagliato, restano quattro ore. Se metà sono fuori fuoco, due ore; se metà hanno le inquadrature troppo corte o troppi piani sequenza alla cazzo, resta un’ora, che poi diviso sei al montaggio fa dieci minuti.
Mi porto dietro tre chili di cassette per dieci minuti di documentario, pensa l’antropologa.
Che tanto non si finirà mai. Ho perso la betacam, ho perso il protagonista, ho perso pure la fiducia nella mia incolumità. Insomma ho perso.
 
Un grosso scarafaggio nero si arrampica su una cassetta agitando delicatamente le antenne. La notte l’antropologa ha più volte sentito sbattere contro le pale del ventilatore i suoi cugini più tozzi e marroni, certamente parenti delle cimici matte, visto come volano e cadono.
 
Chiude la porta e si accende un’ottima kretek. Finita la sigaretta è finita l’ultima occupazione possibile e sono ancora le sette e mezzo del mattino.
Scende per strada.
Ha con sé una scheda Telekom e più volte pensa di telefonare. Ma senza la telecamera, che cosa dice?
Scansando le pozzanghere e facendo attenzione alle buche e ai motorini percorre la strada fumante nel sole fino a una chiesa: Santus Antonius, c’è scritto. Dentro è un franchising del Vaticano in aria condizionata. Madonne azzurre dalla faccia pia, cristi truculenti che mostrano il cuore sanguinante circondato di raggi d’oro, pecorelle, santi, vergini.
Le viene da ridere.
Invece piange ma non perché ha nostalgia di Gobi, ha nostalgia della shakti. Di shivashakti. Sì, di quello.
 
Un carroattrezzi sferragliante barrisce di un claxon disumano e centra la pozzanghera accanto a lei ma non lei, che è balzata di lato. Il carro sta trascinando una proton fangosa e contorta il cui volante di pelo sembra un punk spiovuto.  
L’antropologa lo rincorre.
 
postato da: Airid alle ore settembre 14, 2006 10:14 | Permalink | commenti (26)
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venerdì, 01 settembre 2006
Le ore
 
“Pejabat Polis” è scritto in blu e rosso accanto all'orologio che segna le nove. Sotto il portico, malesi con cospicui manganelli alla cintola fissano il produttore che da ormai un’ora suda nel piazzale. Dentro all’ufficio di polizia alcune persone sono molto agitate e l’aria condizionata soffia sui colli sudati: tutti sembrano capire molte lingue eppure non circola aria di comprensione. 
Certo non capisce Abdelkarim "Bebelka" Benfiksa. Il produttore ha contemporaneamente l’aria smunta e la faccia più grassa di quando è arrivato, 22 giorni prima. Si è comprato un foulard di seta in batik multicolore che ora porta intorno al collo, intriso di sudore e umidità, a testimoniare la passata malattia.
Un biondino arriva nel parcheggio a bordo di una DS: a occhio e croce il tipo del consolato .
 
“Sono preoccupato per lei, sparita con quell’oggetto costoso e con quel tipo inaffidabile” spiega il produttore al biondo, che sembra appena uscito da un lungo sonno e non lo ascolta.
 
Due ore dopo il poliziotto Anwar Zulfikir Hansuddin pesca da un mucchietto il passaporto del produttore.
“Mon-siuuur Abdelkarim Benfiksa” sillaba sorridendo mentre il produttore e il biondo si avvicinano. “Muslim?”
“E’ musulmano, signor Benfiksa?” traduce il biondo.
“Ateo!” esclama Bebelka, piccato. “Gli dica che sono ateo!”.
Il biondino riferisce e il poliziotto sgrana gli occhi:
“Ma questo è un nome musulmano!”
 
"Mài fazer no islam, comunìst!" sbraita il produttore facendo il pugno.
 
“Mio padre” insiste veemente rivolto al biondo “era socialista dell’esercito di liberazione e con i barbuti sgozzabambini non ha niente a che vedere, glielo dica!”.
 
Il biondo tira una sorsata di cocacola.
"Gli hanno rubato una telecamera", dice al poliziotto.
 
Bebelka porge la documentazione della Beta: fattura d’acquisto, libretto di assicurazione, garanzia, numero di serie, e il poliziotto Anwar Zulfikir Hansuddin trascrive tutto con cura su moduli di carta carbonata.
 
“Dove l’hanno rubata?” chiede poi.
Bebelka stringe gli occhi da rana. Gli batte un po’ il cuore e all’improvviso ha più caldo.
Ci siamo, pensa: sarà la certificazione di stronzaggine della stronza e del suo amante sposato. L’adulterio innegabile fra la grande ricercatrice videoequipaggiata e il santone dai capelli lunghi e il cazzo grosso.
Perché senz’altro ce l’ha grosso, pensa il produttore. E’chiaro che la stronza non apprezza altro degli uomini. Non la raffinatezza, la cultura, una certa aria vissuta – no, solo quello. Beh, pensa con eleganza, adesso sa dove può prenderselo.
 
Spiega al biondo la situazione mostrandosi compunto e costernato e il biondo traduce senza uscire dal coma.
  
Il poliziotto alza gli occhi dai fogli:
“La sua socia manca da tre settimane e lei si preoccupa solo adesso?”
 
Verso le sei di sera, Bebelka racconta tutto daccapo questa volta a un addetto consolare venuto appositamente in aereo da Kuala Lumpur, che traduce al capo della polizia, che si consulta con il vicegovernatore, che li manda a farsi fottere in malese ma l’addetto consolare capisce benissimo il malese e del resto è d’accordo. La denuncia della scomparsa della beta è restata, non firmata, nell’ufficetto al piano terra.
 
“Senta” dice alle 21.20 l’addetto consolare, senza fretta benché sia di fretta, che non vorrebbe perdere l’ultimo aereo per la capitale.
“Senta, non vorrà davvero tornarsene in Francia domani? La sua amica è probabilmente in un guaio. Quelli che scompaiono per così tanto tempo mica li ritroviamo interi” e se ne va a bordo della DS di quell’altro.
 
In albergo, Bebelka guarda le valigie pronte. Sono belle, di cuoio, un po’ coloniali. Nuove di zecca e non si vede: un attributo non da turista, ma da viaggiatore. Eh sì, ripete mentre fuma nella stanza tutta moquette e tende: viaggiatore, e spiega la differenza alla cinesina della reception che ha maldestramente invitato a seguirlo in camera e che per poco non chiamava il direttore per denunciarlo. Miracolosamente, ora lei è in camera, capisce il francese e gli sorride.
 Svanisce allo squillo del telefono.
“Arrivo domani alle 19.42 ora locale, tesoro”  urla il produttore nella cornetta. “Nel paese la tensione è forte ma io non posso certo essere d’aiuto. La crisi si sente, io non capisco la lingua ma certe cose sono a fior di pelle. Per la ragazza ho fatto quello che potevo ma la polizia mi sembra totalmente incompetente. La modernità è tutta esteriore, qui”.
 
Ascolta la moglie per un po’.
Stronza pure lei, pensa guardandosi allo specchio, anzi peggio dell’altra. Non le importa della crisi asiatica, della scomparsa misteriosa della socia, del disastro che il mancato documentario costituisce per la produzione.
“Te la sei trombata?” gli ha chiesto. Solo quello vuole sapere. Solo quello vogliono le donne: prima glielo dài e prima si calmano. Ecco cosa devo fare con mia moglie, pensa.
Scende a pagare con la carta di credito di lei. Già si immagina la scena all’aeroporto: inutile fare le persone di classe, pensa. Azione.
La carta di credito non passa; è stata bloccata dalla titolare alle 11.39, ora locale. 
 
 
 
 
 
postato da: Airid alle ore settembre 01, 2006 12:59 | Permalink | commenti (45)
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