sabato, 24 giugno 2006

 Riassunto delle puntate precedenti (I-XII)



L’antropologa, conosciuto un sacerdote-sciamano proprietario di un’automobile di fabbricazione locale, parte in viaggio con lui. Per filmare le sue performance, porta con sé una telecamera formato betacam che sottrae al produttore del documentario per girare il quale si trovava in Malesia. Fra l’antropologa e il sacerdote si sviluppa un’attrazione. Mentre il produttore, rimasto sull’isola in preda a una forte bronchite, trama di vendicarsi dell’affronto subito, i due passano di cerimonia in cerimonia ospitati di volta in volta  da qualche amico musicista del sacerdote. Un pomeriggio piovoso, mentre i due riposano, qualcuno si insinua nell'automobile dal volante di pelo e ne provoca la caduta nel fiume. Qualche giorno dopo Sara, l'amica dell'antropologa che le ha presentato il sacerdote, viene ad avvertirli che la polizia sta cercando la telecamera e che la moglie del sacerdote, preoccupatissima, ha lanciato un investigatore privato thailandese sulle sue tracce, proprio mentre il candidato primo ministro Anwar Ibrahim viene imprigionato con l'accusa di omosessualità. Dopo esser stata vittima un brutale assalto organizzato da alcuni amici del sacerdote nel cuore della piantagione, l'antropologa scopre di essere invischiata nel VPA, e di essere perciò passibile di arresto preventivo e non motivato in caso di denuncia degli assalitori. Il clima politico generale spinge le ambasciate a considerare la Malesia un luogo poco sicuro mentre scoppia il caso Irene Fernandez sui campi di prigionia per gli immigrati clandestini, si mobilitano le NGO locali e vengono dichiarati i primi casi di Aids. La Grande Crisi Economica si annuncia con una prima fluttuazione del Bhat, che motiva ulteriormente il detective thailandese, che si fa chiamare Chulalonkorn XVI, a insistere nel suo caso di persona scomparsa pur di essere pagato in dollari..


La paralisi da ragno

L’antropologa guarda nel visore della grossa telecamera. Il cugino di Kes sapeva il fatto suo e la Beta funziona a meraviglia. Neppure le cassette sono rovinate, anzi a guardarle ora, che è passato un po' di tempo, sembrano buone: solo qualche volta ha sbagliato a fare il bilanciamento del bianco così Gobi ha la faccia verde.

Fuma.

Il documentario si può fare, il materiale non è professionale ma utilizzabile. Spesso durante la danza le belle labbra di Gobi lasciano intravvedere i suoi denti con un contrasto al neon mentre lo sguardo è vigile e nero: un uomo fatto apposta per essere guardato e goduto.

E chi se ne frega, pensa l’antropologa.

L’uomo che aveva considerato di sposare  è restato immobile a guardare mentre tre buontemponi ubriachi e con gli occhi rossi la strapazzavano e quasi se la facevano.

Il potere di un uomo è la sua energia femminile, le ha detto lui tante volte. Ma un uomo con molta energia femminile non può essere violento, dice Gobi ora. Kes è un musicista, dice, tutta un’altra pasta: gli piace bere e a sua moglie dà solo ordini. Può avere sulle nocche il sangue altrui.

E’ così?, pensa l’antropologa con ciò che crede essere lucidità.

Ripone la Beta nella sua bara foderata di velluto. I cavi sono ordinati, le batterie un po’ arrangiate ma funzionanti, gli spinotti lucidi, le cassette portano scritti su tutti i lati la data di registrazione e i contenuti principali. La telecamera sarà consegnata al produttore in ottimo stato; non verrà mai venduta per comprare un appartamento.

Se il suo potere è la shakti, il mio che cosa sarebbero, i soldi?, pensa l’antropologa con le lacrime agli occhi. Se lui è pieno di energia femminile io che cosa sono, Shiva reloaded? L’androgino autosufficiente, a parte scopare?

E' uscito al mattino presto e le ha comprato gelsomini da mettersi nei capelli ma lei non ne ha voglia. Li ha sentiti litigare, lui e Kes, tutta la notte. Capiva solo un’unica parola, kalyanam, “matrimonio”; ma di chi, come, perché, non lo sapeva e non lo voleva sapere.

Esce in cortile nella giornata umida e lattiginosa, caldissima, e si dirige verso la casa principale per chiedere in prestito lo specchio e guardare di nuovo il segno blu che ha sul collo. In casa non c’è nessuno: chiamando “permesso” arriva in fondo al corridoio ed entra nella camera matrimoniale. E' una camera povera e fronzoluta, con un mucchio di vestiti piegati ordinatamente posati su una sedia e sul letto, cuscini a forma di cuore. C'è una mensoletta con uno specchio.
 Ha graffi sulle gambe e lividi sulle braccia dove i due la tenevano stretta; e poi il blu scuro sul collo. E’ orribile e le piace; come un’etichetta “io c’ero”.  Le dà forza. Adesso vorrebbe incontrarli di nuovo e fargliela pagare. Vorrebbe andare lungo lo stradone la notte con Kes, e con altri musicisti, e fargliela pagare. 

Invece torna in camera con le gambe un po’ tremanti, si addobba di gelsomini e pensa che lo sposa sì, lo sposa.

Poi si accorge che non ci sono più né la Beta, né la Proton Saga.

 

 

postato da: Airid alle ore giugno 24, 2006 13:27 | Permalink | commenti (78)
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lunedì, 12 giugno 2006
Riassunto delle puntate precedenti (I-X)



L’antropologa, conosciuto un sacerdote-sciamano proprietario di un’automobile di fabbricazione locale, parte in viaggio con lui. Per filmare le sue performance, porta con sé una telecamera formato betacam che sottrae al produttore del documentario per girare il quale si trovava in Malesia. Fra l’antropologa e il sacerdote si sviluppa un’attrazione. Mentre il produttore, rimasto sull’isola in preda a una forte bronchite, trama di vendicarsi dell’affronto subito, i due passano di cerimonia in cerimonia ospitati di volta in volta  da qualche amico musicista del sacerdote. Un pomeriggio piovoso, mentre i due riposano, qualcuno si insinua nell'automobile dal volante di pelo e ne provoca la caduta nel fiume. Qualche giorno dopo Sara, l'amica dell'antropologa che le ha presentato il sacerdote, viene ad avvertirli che la polizia sta cercando la telecamera e che la moglie del sacerdote, preoccupatissima, ha lanciato un investigatore privato thailandese sulle sue tracce, proprio mentre il candidato primo ministro Anwar Ibrahim viene imprigionato con l'accusa di omosessualità.

Boys meet girl

Tu sei capace di mantenerti da sola e non hai paura. Vai dove vuoi, fai quello che vuoi. Io sono legato alla Dea. Qui mi sto giocando la vita, e tu no.

Ti sposo. Facciamo una cerimonia piccola, e poi continuiamo come adesso, ma tu sei mia moglie giovane: bini muda, la chiamano i Malesi. Si può, anzi si deve. Cominciano a sparlare. Sara dice che suo marito non vuole più che voi due vi vediate, che non sta bene. Tu fai paura. No, non a me. Anzi un po’, e se ti sposo non avrei più paura.

Ma non ti posso mantenere.

E non posso mantenere un figlio. Anche perché vorrei cambiare la Saga, mi piacerebbe una Wira, capisci? Usata, certo. Non sono mica più un teppista da circo di piantagione, mi rispettano tutti perché so fare le cose per bene, e anche perché sono bello.

Possiamo vendere la telecamera, dici che costa come un appartamento.

Ti insegnerei a metterti il sari, che come lo fai tu è brutto, e a sederti in modo conveniente. E tu continueresti a insegnarmi il resto; magari anche un po’ d’inglese. E se fai un film, magari possiamo mandarlo in giro anche in Indonesia e in Thailandia. Stanno facendo un sacco di cerimonie per nuovi templi e far venire i sacerdoti dall’India costa un sacco di soldi, magari troverei delle buone occasioni, e tu potresti venire con me.

 

 

L’antropologa ci pensa.

Intanto ha chiesto al cugino dell’amico musicista se riesce a riparare le batterie che ha ripescato dal fiume, e deve andare a controllare giù al negozio. Esce nella notte umida e cammina lungo lo stradone mal illuminato nello strepitio degli insetti notturni. Dicono che nelle piantagioni ci siano dei ragni immensi che escono la sera insieme agli scarafaggi, innocui ma grossi e pelosissimi. Tiene lo sguardo puntato verso il basso e cammina veloce per arrivare al crocevia il più in fretta possibile: lì ci sono dei negozi compreso quello del cugino e niente alberi quindi niente ragni.

Vede i due solo all’ultimo momento e li saluta frettolosamente, riconoscendo forse uno di quelli che hanno tirato su la proton dal fiume. Il bianco dei loro occhi è rosso.

La bloccano. La chiamano con nomi lascivi prima in tamil, poi in malese. Arriva un terzo in bici e tutti e tre la trascinano fra gli alberi di heveas, tenendole la mano premuta sulla bocca: sono fortissimi, hanno muscoli nodosi e aliti putrescenti.

 

“Sami!” riesce finalmente a gridare lei. “Sami aiuto!”.

Non le importa del sudore della loro pelle che si struscia sulla sua ma solo di quella forza inopponibile.

Un grido risponde al grido e il fogliame tutto intorno crocchia. Gobi appare e resta immobile. L’amico musicista , Kes, si precipita su quello che la sta ancora tenendo per il collo e lo lascia a terra dopo un corpo a corpo di pugni e rotolamenti. Cola sangue dal naso e da molti graffi, cola anche su di lei quando le afferra la mano per condurla fuori dai filari, sulla strada. Gobi è pallido – grigio, piuttosto. Gli altri due assalitori fuggono nell’oscurità, fra gli alberi leggiadri che secernono lattice dai loro tagli diagonali.

 

Kes la scuote e le urla addosso e solo allora Gobi interviene con un filo di voce.

“Vieni” le dice, “muoviti”.

L’antropologa pensa ostinatamente alle batterie e ai meccanismi di trascinamento del nastro analogico, alla loro metallicità argentea e pulita. Guai se anche un piccolo granello di polvere si insinua in quelle cose al centro che leggono e scrivono le informazioni, come si chiamano? Ma come si chiamano? Le puntine, no, le manine, le cartine, o le zampette pelose dei ragni acquattati nella stanza dove Gobi la sta lavando a secchiate di acqua fredda.

 

postato da: Airid alle ore giugno 12, 2006 16:48 | Permalink | commenti (37)
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giovedì, 08 giugno 2006
Riassunto delle puntate precedenti (I-V)


L’antropologa, conosciuto un sacerdote-sciamano proprietario di un’automobile di fabbricazione locale, parte in viaggio con lui. Per filmare le sue performance, porta con sé una telecamera formato betacam che sottrae al produttore del documentario per girare il quale si trovava in Malesia. Fra l’antropologa e il sacerdote si sviluppa un’attrazione. Mentre il produttore, rimasto sull’isola in preda a una forte bronchite, trama di vendicarsi dell’affronto subito, i due passano di cerimonia in cerimonia ospitati di volta in volta  da qualche amico musicista del sacerdote. Un pomeriggio piovoso, mentre i due riposano, qualcuno si insinua nell'automobile dal volante di pelo e ne provoca la caduta nel fiume.


Ghiaccioli e scintille

L’antropologa guarda Sara, bellissima e grassa, mentre mescola il ghiaccio nel bicchiere di chokomilk. Osserva i cubetti diminuire di volume e il latte annacquarsi cercando di fissare il limite in cui la densità del latte cede alla trasparenza dell’acqua.

“A proposito, il tuo amico ti sta cercando!”

“Bebelka?”

“Quello del film. E’ stato malato, poi è venuto al tempio con la polizia; dice che gli hanno rubato la telecamera.”

 La Sara è venuta fino a questa oscura piantagione dietro alle scogliere di Ipoh per dirle che c’è la polizia di mezzo.

Tirata a lustro su e giù dalle corriere, solo per questo?

Dice che vorrebbe vedere le riprese, ma da quando le batterie sono precipitate nel fiume non si può guardare né riprendere più niente: la beta è un testimone amnesico; un pesante, grosso, visibile salvacondotto.

“Te le faccio vedere una volta che abbiamo più tempo” mente l’antropologa bevendo la sua limonata e individuando la silhouette del suo sant’uomo fra la folla indaffarata di sacerdoti simili a lui.

Gobi sorride a Sara, e lei a lui. Si parlano veloci e ammiccanti, lei inclinando la testa da una parte e lui tracciando delicati segni in aria con le mani sottili, ma callose.

L’antropologa tenta di seguire la conversazione: marito, marito; litigato; la dea Kaliyamman; e bla bla bla.

La blusa del sari di Sara è tesa all’inverosimile e la scollatura magnificente. Il piccolo diamante incastonato sul naso scintilla secondo le inclinazioni della testa. Anche i denti di Gobi scintillano.

L’antropologa prende la beta e si dirige verso la macchina. Bisognerà dirlo a Gobi, di questo fatto del sospetto del furto e del possibile arrivo della polizia. Vaglielo a spiegare a quelli che è stato un incidente, che se no starebbe davvero facendo un film, che è davvero una ricercatrice. Non gli parrebbe vero, ai pulotti malesi, di beccare un indù in fallo. Zina. Fornicazione.

Si guarda la faccia affilata dentro allo specchietto esterno e cerca di rassettarsi: si passa il rossetto e un po’ di rimmel e si appiccica un nuovo puntino rosso fra le sopracciglia.

Un musicista passa e la saluta, un altro paio di ragazzi la salutano, l’astrologo di Johor Bahru la saluta e tutti le danno del tu.

Torna al tavolo del bar sempre con la telecamera appresso. E’ pesante. Io più beta più luce uguale Sara, pensa, ma sbaglia. Il fatto è che lei ha al collo un amuleto di rame bagnato nel sangue del capro sgozzato, Sara un gioiello d’oro appeso a una cordicella di cotone: mangalam, il simbolo del matrimonio.

 

 

 

                                                                                                               

                          

 

 

postato da: Airid alle ore giugno 08, 2006 09:28 | Permalink | commenti (14)
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