mercoledì, 31 maggio 2006
Riassunto delle puntate precedenti (I-IV)


L’antropologa, conosciuto un sacerdote-sciamano proprietario di un’automobile di fabbricazione locale, parte in viaggio con lui. Per filmare le sue performance, porta con sé una telecamera formato betacam che sottrae al produttore del documentario per girare il quale si trovava in Malesia. Fra l’antropologa e il sacerdote si sviluppa un’attrazione. Mentre il produttore, rimasto sull’isola in preda a una forte bronchite, trama di vendicarsi dell’affronto subito, i due passano di cerimonia in cerimonia ospitati di volta in volta  da qualche amico musicista del sacerdote.

                                                                                          


Una discesa al fiume 




Sul tetto di ondulato scroscia l’acquazzone monsonico.

 

Le pale del ventilatore vanno a velocità uno.

Il cuore dell’antropologa ormai anche.

Quello del sant’uomo è a scalare.




All’improvviso c’è una grande quiete. Niente radio, televisioni e anche le pale piano piano diventano immobili. Non c’è più corrente, solo rumore di pioggia.





-         Non ti sei slacciata l’amuleto…


-
         Ah è vero.
-
         Non hai paura?
-
         Non hai paura tu, Sami?

-         Sì, ho paura.

 

Gliela si legge negli occhi e l’antropologa ha un moto di tenerezza.


- Tu hai paura che la gente sappia.

Gobi sospira, poi si alza, si annoda un asciugamani sui fianchi e socchiude guardingo la porta.


-
         Vado a lavarmi. Qualunque cosa, non rispondere.


Lei si slega l’amuleto dal polso e lo posa sul comodino insieme a quelli di lui. Così, a mucchietto, sembrano proprio paccottiglia; invece ciascuno di loro ha al cuore una lamella di rame con su inciso uno yantiram, è stato bagnato con il sangue della vittima ed è stato esposto a molte ore di recitazione di mantra. Insomma è ad alto valore aggiunto.


Se li allaccia tutti al collo. Si marchia di rosso la fronte e mette il rossetto, poi torna a sdraiarsi sul letto e si addormenta senza neppure un sarong a coprirla.

Gobi la guarda con gli occhi pieni di lacrime. Amma, la chiama. Apre un fagotto e ne estrae il suo tamburello:

 

Amma, valliyamma

Sono venuto su questa montagna
Tu shakti figlia del fulmine

Ascoltami
Vieni

Vieni Amma

Lei apre gli occhi e sorride. Lui allunga una mano, reverenziale; poi sorride anche lui.




Il ventilatore si rianima solo al calar del buio; subito dopo qualcuno scuote la porta di lamiera.




-         Sami!, Sami! La macchina!

 

Gobi si veste alla velocità della luce e schizza fuori. La proton è scivolata in fondo alla discesa, nel fiumiciattolo.



Dopo un poco anche lei si azzarda a uscire: l’amico musicista, Gobi e qualche altro stanno tirando fuori la macchina dal fango. “Paaakin brek,” ripetono in una marea di tamil. Freno a mano: quella cosa che lei non ha tirato per la fretta di scendere, di essere, finalmente, al sicuro. Dentro, dietro a una porta chiusa; al buio, con una finestra piccola e le tende polverose tirate. Talmente al sicuro da poter lasciare la beta nel bagagliaio.


 


Si avvicina. Otto amuleti al collo, capelli scarmigliati, tracce di rosso sulle labbra e sulla fronte. Gli uomini la guardano. Gobi abbassa gli occhi; lei si schiaccia una zanzara sul polso.
postato da: Airid alle ore maggio 31, 2006 09:04 | Permalink | commenti (36)
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sabato, 27 maggio 2006

Riassunto delle puntate precedenti (Shakti I-III)


 


L’antropologa, conosciuto un sacerdote-sciamano proprietario di un’automobile di fabbricazione locale, parte in viaggio con lui. Per filmare le sue performance, porta con sé una telecamera formato betacam che sottrae al produttore del documentario per girare il quale si trovava in Malesia. Fra l’antropologa e il sacerdote si sviluppa un’attrazione.


 



Improduttivo


 


Passa le giornate nel giardino dell’hotel Shangri-La, all’ombra, a bere birra e guardare le ragazze bionde dei viaggi organizzati cospargersi di creme solari. Ha gli occhi sporgenti; ha la pancia; non parla una parola di inglese. E’ francese.


 


Le bionde lo guardano con sospetto.



Si è fatto un amico, un libanese maronita francofono a con cui può parlare delle sue prodezze di cinematografaro, nella fattispecie di produttore-cameraman del documentario ideato dall’antropologa. Peccato che la stronza e la beta siano scomparse da tre giorni. Centomila franchi[1] di attrezzatura scomparsi in questo caldo porco.


Le ha detto che non ha mai odiato qualcuno in modo così totale e completo.


 


Al maronita racconta dell’idea brillante di produrre non un banale documentario bensì un vero film etnografico, dove lui stesso oltre a produrre fungeva da cameraman. Un mestiere duro, secondo il produttore. Cambiare cassetta con questi che ti strisciano fra i piedi in guisa di serpenti; correre in moto per precedere la processione; non dormire mai, mai, continuare portato dall’energia del lavoro.


 


La stronza gli aveva urlato che o cominciava a inquadrare dove diceva lei e la piantava di voler usare il cavalletto nella massa di gente invasata o lei prendeva la telecamera e filmava da sola; il che poco dopo aveva fatto.


 


Ma lui aveva già i crampi. Non ce la feceva più.


 


L’antropologa gli aveva lasciato la moto per tornare dal tempio alla città ma lui l’aveva abbandonata sul ciglio della strada perché non sapeva portare una moto e ovviamente non aveva voluto dirglielo per non darle la soddisfazione. Così l’ultima volta che l’aveva vista erano le quattro del mattino: chiedeva in giro se qualcuno aveva visto la moto, o lui, che se ne stava invece rintanato in un baretto già aperto.


 


Vacillava. Alla fine si era stancata anche lei, la stronza.


 


Il maronita è medico. Lo sente tossire e lo guarda con preoccupazione: devi curarti, gli dice, e non fumare così tanto. Gli propone di salire in camera e visitarlo, ma il produttore non ha una camera allo Shangri-La, ce l’ha nella bettola dove l’ha portato la stronza – e per forza che faceva i microbudget, con quella topaia. Avevano di fatto due camere separate.


 


         -  Russi? 


-          Mah, no, a volte.


-          Allora è inutile prendere due stanze.



Non aveva avuto altri pensieri, la zoccola: poteva anche dividere un letto, se lui non russava, senonché lui si era addormentato in aereo e aveva russato così forte che la hostess l’aveva svegliato perché gli altri passeggeri si lamentavano. Poi, la prima notte passata nella sua stanza da solo nella topaia e in quel caldo equatoriale si era schiaffato nudo sotto il ventilatore e gli era venuta la bronchite.


Convince il maronita a visitarlo lì per lì, sul lettino da spiaggia dell’hotel Shangri-La.


 


Brutta bronchite; un fischio ancora peggiore all’altezza del polmone, come un inizio di enfisema.


                 
Si sente repentinamente felice. Ecco cos’era! Non ce l’ha fatta a filmare perché era già malato. Sente improvvisa fiducia nel suo nuovo amico, al punto che, con qualche correzione, gli racconta della scomparsa della sua socia con la telecamera; e quello, sogghignando e schermandosi gli occhi verdi, insinua che questi hindu sono tutti dei gran mandrilli.


 


L’accesso di tosse gli fa strabuzzare gli occhi. Con quello?  La zoccola se ne sarebbe andata con quella specie di invasato alto un metro e un cazzo per…  Il produttore è puro odio vibrante.





Poi increspa gli occhi da rana, alzandosi dal lettino e tracannando birra Carslberg gelata. Sorride. Gliel’ha spegato lei, no? In Malesia c’è il reato di Zina, fornicazione. Si può andare in galera. Basta una parola del produttore e il sant’uomo ha finito di campare – e chi lo vuole un sacerdote fedifrago e bugiardo – e lei di ricercare – tutti la conoscerebbero per la zoccola che è.



Brindiamo! dice rivolto all’amico, uscendo dal cono d’ombra dell’ombrellone di paglia.


Si risveglia in clinica con una flebo nel braccio. Accanto a sé ha il maronita che gli parla gentilmente.


 


-          Ovviamente sei assicurato? – sta dicendo, mentre compila una cartella clinica.


 


Il produttore finge di tornare incosciente. Non è assicurato, no: la stronza gliel’aveva consigliato ma lui aveva pensato che stesse esagerando


 






[1] Circa 15.000



postato da: Airid alle ore maggio 27, 2006 19:04 | Permalink | commenti (24)
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giovedì, 25 maggio 2006

Improduttivissimi



 Passa le giornate allo Shangri-La, all’ombra, a bere birra e guardare le bionde dei package tour cospargersi di creme solari. E’ esoftalmico; ha la pancia; non parla una parola di inglese.

Le bionde lo guardano con sospetto.



Si è fatto un amico, un libanese maronita francofono a cui sta facendo una capa tanta sul documentario. Peccato che la stronza e la beta siano scomparse da tre giorni. Centomila franchi di attrezzatura scomparsi in questo caldo porco.


Le ha detto che non ha mai odiato qualcuno in modo così totale e completo.


Al maronita racconta dell’idea brillante di produrre non un documentario bensì un vero film etnografico, con lui stesso come cameraman . Un mestiere duro. Cambiare cassetta con questi che ti strisciano fra i piedi in guisa di serpenti; correre in moto per precedere la processione; non dormire mai, mai, continuare portato dall’energia del lavoro.

La stronza gli aveva urlato che o cominciava a inquadrare dove diceva lei e la piantava di voler usare il cavalletto nella massa invasata o lei prendeva la telecamera e filmava da sola; e l’aveva fatto.



Ma lui aveva i crampi.

Gli aveva lasciato la moto per tornare indietro ma lui l’aveva abbandonata sul ciglio della strada perché non sapeva portare una moto e ovviamente non aveva voluto dirglielo per non darle la soddisfazione. Così l’ultima volta che l’aveva vista erano le quattro del mattino: chiedeva in giro se qualcuno aveva visto la moto, o lui.

Vacillava. Alla fine si era stancata anche lei, la stronza.

Il maronita è medico. Lo sente tossire e lo guarda con preoccupazione: devi curarti, gli dice, e non fumare così tanto. Gli propone di salire in camera e visitarlo, ma il produttore non ha una camera allo Shangri-La, ce l’ha nella bettola dove l’ha portato la stronza – e per forza che faceva i microbudget, con quella topaia. Due camere separate.

-         -  Russi? 

          - Mah, no, a volte.



Non aveva avuto altri pensieri, la zoccola: poteva anche dividere una stanza, se lui non russava, senonché lui si era addormentato in aereo e aveva russato così forte che la hostess l’aveva svegliato perché i passeggeri si lamentavano. Poi, la prima notte passata in quel caldo equatoriale si era schiaffato nudo sotto il ventilatore e gli era venuta la bronchite.

Convince il maronita a visitarlo lì per lì, sul lettino da spiaggia.

Brutta bronchite; un fischio ancora peggiore all’altezza del polmone, come un inizio di enfisema.


Ha un lampo di felicità. Ecco cos’era! Non ce l’ha fatta filmare perché era già malato. Sente improvvisa fiducia nel suo nuovo amico, al punto che, con qualche correzione, gli racconta della scomparsa della sua socia con la telecamera; e quello, sogghignando e schermandosi gli occhi verdi, insinua che questi hindu sono tutti dei gran mandrilli.

L’accesso di tosse gli fa strabuzzare gli occhi. Con quello?  La zoccola se ne sarebbe andata con quella specie di invasato alto un metro e un cazzo per…  Il produttore è puro odio vibrante.



Poi increspa gli occhi da rana, alzandosi dal lettino e tracannando Carslberg gelata. Sorride. Gliel’ha spegato lei, no? Zina, fornicazione. Si può andare in galera. Basta una parola e il sant’uomo ha finito di campare – e chi lo vuole un sacerdote fedifrago e bugiardo – e lei di ricercare – tutti la conoscerebbero per la zoccola che è.



Brindiamo! dice rivolto all’amico, uscendo dal cono dell’ombrellone di paglia.


Si risveglia in clinica con una flebo nel braccio e il maronita che gli parla gentilmente.

- Ovviamente sei assicurato? – sta dicendo, mentre compila una cartella clinica.



 Il produttore finge di tornare incosciente. Non è assicurato, no: la stronza gliel’aveva consigliato ma lui aveva pensato che stesse esagerando.

postato da: Airid alle ore maggio 25, 2006 18:29 | Permalink | commenti (17)
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giovedì, 25 maggio 2006
Git off my cloud (no no no)

 

Le cose sono essenzialmente andate così, ma non veramente andate così.

Allo stesso modo è stato scritto il seguito di Shakti.

Chi l’ha scritto?

Che cosa è nato?

Datemi il cinquepermille e solleverò il mondo che ho inventato io; perchè da solo, resta dov'è, a mezza strada. Dai il cinque permille a Airid. Non se ne farà assolutamente niente, né nel bene né nel male.

  

Eppure è bastato che Casey indicasse il produttore per inchiavardarla qui; e perché, poi, per una volta che era concentrata solo e unicamente su due personaggi, meno ancora: due e l’oggetto che li lega, perché l’avete fatto?

Qualcosa fa sì che lei evochi un poligono. Che cosa?
postato da: Airid alle ore maggio 25, 2006 11:13 | Permalink | commenti (13)
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venerdì, 19 maggio 2006
Alfa, beta.
 
Una Betacam è un grosso oggetto che pesa una quindicina di chili. L’antropologa filma Gobi che danza roteando la testa dopo aver incollato una miccia accesa a una ciocca dei suoi lunghissimi capelli. Se si ferma, si brucia. E’ vestito di colori sgargianti, lustrini e campanelli alle caviglie.
In mezzo all’arena ci sono solo loro due e i musicisti non smettono di suonare mentre la testa del sant’uomo gira a ritmo con le anche e l’antropologa segue il movimento con fare rallentato, da steadycam vivente.
Il suonatore di mridangam ricomincia ogni volta daccapo. Il sant’uomo guarda fisso nell’occhio aperto dell’antropologa dietro al mirino mentre tutto il suo corpo mantiene a ritmo la forza centrifuga dei capelli infocati.
 
Al tavolino della buvette della sagra stappa le due Carlsberg con un morso e gliene porge una. Le dà del tu davanti all’amico. Quando va a cambiarsi, anche l’amico le offre una birra e le dà del tu.
L’antropologa pensa al produttore che è restato all’albergo perché, diceva, faceva troppo caldo.
 
Gobi è stanchissimo. Prima di ripartire, vanno entrambi a porgere omaggio alla dea del tempietto della piantagione, Kaliyamman dalla collana di teschi. Lei si segna la fronte con la cenere bianca e lui ci stampa con il dito impiastricciato di sandalo e kungumam un punto rosso e giallo – i colori della shakti. Segna così anche se stesso e la telecamera.
 
…..
 
- Ma… sei musulmano?
- Ma… non ti vergogni a guardare?
 
Le slega lo spaghetto che tiene attaccato al suo polso un piccolo amuleto di metallo. Fa lo stesso con i suoi.
Fuori starnazzano i galli, che non sanno mai che ore sono.
 
…..
 
- Andiamo. Sono quasi le cinque.
- Dormiamo un po', ci sono solo cinquanta chilometri.
- Ho preso un impegno – me l’hanno offerto ieri. Una cerimonia grande.
- Ehi, sami, vuoi dire che fra due ore sei in vesti bianco a fare Om Sakti?
- Non mi chiamare sami!
 
 
Gobi dorme e lei guida maledicendo il volante piccolo e peloso e la leva del cambio dalla parte sbagliata. Lui ha telefonato a casa e ha detto che restava fuori per quasi una settimana, che aveva tutta una serie di cerimonie, una pacchia, un sacco di soldi. Lei ha telefonato al produttore e gli ha chiesto di lasciarle la betacam ancora un po'. Senza, non sarebbe possibile niente.
 
[Cliccando su play si ascolta una composizione di Mauro Massaro ispirata a questo blog]  
 
 
 
 
 
postato da: Airid alle ore maggio 19, 2006 08:29 | Permalink | commenti (25)
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venerdì, 12 maggio 2006

Pavoni

 

Si tiene aggrappata al portapacchi dietro, discosta dalla schiena di lui: un casco non ci starebbe male, pensa, perché il sant’uomo in moto è uno spericolato.

Vedi, quando la Dea scende in me, io sono lei ma sono anche me. Poi non mi ricordo niente di quello che succede, ma mentre dura sono lucido: quando stabilisco chi può camminare sui tizzoni mica posso sbagliare. Cioè, è lei che mi fa immediatamente sapere chi sì e chi no, ma poi io devo fare le cose giuste.

E’ assolutamente indispensabile che io sia puro, per questo. Devo controllare dentro di me di esserlo davvero. Prima della cerimonia non posso andare a una veglia funebre o… come lo chiamate voi, sex. Io sul fuoco ci cammino tante volte, sempre con l'anfora sulla testa e a volte anche con un bambino in braccio. Non posso certo rischiare.

Per questo, capisci, non posso accettare di fare queste cerimonie troppo spesso, anche se mi pagano bene. Ha ragione Sara, è shakti. Tenere la shakti non è facile. Ma io non ho scelta. Mi è toccata.

 

La casa dove Gobi abita con moglie e quattro figli è dentro il recinto del tempio consacrato a Madurai Viran, ai margini della cittadina. La famiglia l'aspettava e lei si è sottoposta al primo contatto con professionalità. Poi ha chiesto di filmare e lui ha voluto cambiarsi, mettersi il vesti bianco, il cordoncino bramanico e le ghirlande di gelsomini. E’ abituato a farsi guardare. E’ la sua grandezza.

                    

L'ha portata a vedere i pavoni. Sono volati lì per caso, dice: raccoglie un po’ di piume e gliele regala. I pavoni sono la cavalcatura del dio Murugan.

 

Potresti camminare sul fuoco anche tu. Sono solo sette passi, e io lo so che tu sei cara alla Dea. E’ la shakti: una donna deve essere più forte per tenerla in sé. Tu puoi.

 

Con l’indice e il medio cammina sette passi sulla mano e sul braccio scarno di lei.

 

In corriera l’antropologa pensa che forse hanno ragione loro. Shakti esiste: e lei ce l’ha.

postato da: Airid alle ore maggio 12, 2006 16:15 | Permalink | commenti (20)
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sabato, 06 maggio 2006

Tu hai il potere

Mi chiamo Gobi. Mi può chiamare Gobi anche lei. Anche tu: voi americani vi date sempre del tu, giusto?

Scusa se ti parlo in malese, il mio inglese è misero e quando ti parlo tamil capisci una parola su dieci. Senti però, adesso sono esausto e devo guidare ancora per un’ottantina di chilometri. Perché non mi vieni a trovare a casa mia a Alor Star? In corriera ci si sta un’oretta, poi mi telefoni dalla stazione e ti vengo a prendere e ti porto a casa. Mia moglie sarà contenta di conoscerti. Poi ti faccio vedere il tempio. Se vuoi parliamo adesso, ma sono stanco. Certo che non sento la fatica quando la dea scende dentro di me e mi guida, però poi mi vengono i crampi.

Così sei amica di Sara. E’ una bravissima persona e una mia cara amica. Potresti venire con lei, non devi avere paura. La divinità ti protegge, devi esserle molto cara se stai tutto questo tempo al tempio qui di Kampung Baharu.

Mia moglie è meno bella di te.

A te certe cose si possono dire, vero?

Se poi giovedì ci sei, vieni a Sungai Petani che lì non faccio il prete, lì ballo. Karagattam, si dice. Lì mia moglie non ci viene e io non lo faccio sapere in giro. E’ il mio amico musicista che mi procura gli ingaggi, ci divertiamo. Beviamo anche la birra quando nessuno vede. Non molta, solo una o due Carlsberg.

Tu bevi birra?

Scusa, devo andare. Questo è il mio numero di telefono. Senti, il tuo me lo scrivi tu? Io a scrivere in inglese ho qualche problema. In Tamil sì, sono andato a scuola fino alla fine anche se già aiutavo mio padre – era prete anche lui, dove avrei imparato, se no?

 

Sale a bordo della sua Proton Saga dal volante da corsa foderato di pelo e parte con stridio di pneumatici. Sono le due del mattino. Per  ventiquattro ore ha condotto la parte non bramanica della cerimonia, camminando sotto il sole con un’anfora di metallo da trenta chili sulla testa, ha danzato per farsi possedere dalla divinità e camminato sul fuoco più e più volte ma soprattutto, ha diretto gli altri camminatori: tu sì, tu no, tu vieni per mano con me, etc.

E’ basso, scuro di carnagione e durante la cerimonia scioglie i capelli che gli arrivano alla vita. Con i denti bianchi stappa le bottiglie. Suona un tamburo bipelle e quando canta l’invito alla divinità a scendere in lui fa venire le lacrime agli occhi. Lo sa. Ha guardato l’antropologa durante tutta la cerimonia con occhi poco santi: è il potere, dice Sara. Power. Shakti.

L'antropologa non la contraddice.

 

 

postato da: Airid alle ore maggio 06, 2006 23:56 | Permalink | commenti (38)
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