giovedì, 20 aprile 2006
La mano corta del fotografo          
 
Cercando una certa foto da passare allo scanner ne ho riguardate quattrocento. Stampe a colori, non immagini sullo schermo ma oggetti che si sfogliano, si impilano, eventualmente si rovinano. Dal 2001: Malesia, Indonesia, Malesia, India, Malesia. Malesia.
Lo so perché ho quelle foto. Cerco di ricostruire una storia dall’esterno, di tappezzare gli occhi altrui di ciò che ha tappezzato i miei sperando che altri colgano quello che io non ho visto. Altrui cioè degli studenti, che sono obbligati a guardare (e che però quest’anno non ho).
E allora perché non ho fotografato di più?
In parte perché ho filmato, e ho filmato per lo stesso motivo. Purtroppo film e foto sono due universi separati, quando vengono mostrati; e però sono fatti proprio per essere mostrati, per essere visti.
Me li sono guardati io. Sono tentata di tenere per me questa sorta di versione limitata della mia vita. Esporla è estremamente impudico e poi, perché mostrare?
In parte non ho fotografato di più perché molto mi sembrava ovvio. Dopo i primi giorni, o i primi anni, quelli in cui avevo dalla mia una verginità visiva, quando ancora coglievo i dettagli parlanti e le vedute d’insieme che schiudono visioni, mi è venuta la vergogna dell’ovvio che è la morte di ogni descrizione.
Infine non ho fotografato di più perché se tutti sono felici di farsi riprendere e fotografare, molti, la maggior parte, vogliono controllare la propria immagine. Se compiono una devozione, preferiscono avere i capelli pettinati e in ordine; se aprono la porta di casa, vogliono prima aver messo in ordine; se mostrano una divinità, non devi farle fare brutta figura. Certo si può agire di sorpresa, fidandosi del proprio entusiasmo e della propria buona intenzione, ma io non ne sono capace. Ho paura. Vorrei che la mia visione di loro li convincesse, ma ho paura che sia impossibile.
Il peggio, la ragione dominante della mia avarizia fotografica (così come la percepisco io) è infine la pigrizia. Amo i miei strumenti e loro amano me, così sono esigenti, i bastardi. A parte l’ingombro, oggi sempre più inconsistente, per essere usati richiedono attenzione e presenza. Ma anche le persone con cui sto, anche i luoghi e il cibo mi chiedono la stessa, faticosa attenzione e presenza; la guida della macchina; i pensieri fuorvianti. In questa poliversità finisce che miro sempre in basso, alla sopravvivenza. Amatissima bastarda pure lei.
 
 
postato da: Airid alle ore aprile 20, 2006 10:54 | Permalink | commenti (54)
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sabato, 15 aprile 2006
 
Darshan
 
 
Durante le cerimonie degli indù, cioè di quelle persone indiane o di origine indiana che più o meno spesso praticano i culti legati al panteon di Shiva e Vishnu (un po’ anche Brahma) anche quando sono indirizzati a simpatici demoniucci del riso o mostri fumiganti, anche quando sono rivolti a streghe sterili mangiatrici di feti, o zoroastrianamente al fuoco, anche quando sono detti buddisti o eseguiti la notte dopo aver seppellito la placenta - durante le cerimonie indù dicevo, il culmine e l’unico momento al quale tutti vogliono partecipare – e sono pronti a star lì ore pur di acchiapparlo – è il momento in cui si vede la divinità. Darshan.
Occhio che divinità non vuol dire per forza San Tizio o Shri Caio o Semproniyamman. In un matrimonio è la sposa, quando il marito le lega al collo la cordicella con il gioiellone (mangalam) che gliela sottomette a vita; a volte è una pietra, o una persona che sta compiendo una devozione, o l’”albero” che sta come un pilastro al centro dei templi, o un albero, o un vaso pieno d’acqua, polveri e metallo, o il capretto nel momento in cui gli viene mozzata la testa con un fendente.
Di per sé, la forza divina (shakti) è invisibile, è una qualità che può essere presente in misura variabile in corpi viventi, cose, luoghi, suoni e parole. Gli occhi di chi guarda questi coaguli di divinità sono una porta d'entrata di quella stessa qualità divina dentro alla persona: se guardi, ricevi qualche cosa. Sembri separato, ma non lo sei. Sei in un campo elettrico e ne vieni modificato. Se poi sei un buon conduttore e i tuoi accumulatori sono belli puliti, potrai immagazzinare molta shakti  in te. Se sei lercio, ossidato (per esempio) da una morte, da attività sessuali o da qualche schifezza che hai fatto, meglio che tu non stia lì tanto a guardare finché non ti sei purificato.
Quando poi il ricettacolo del potere divino può anch'esso (lei/lui) guardare te, cioè è in qualche modo personificato (il cazzone Lingam ha gli occhi)  le cose si fanno più serie. I due dischi rigidi entrano in contatto: diventa una vera e propria relazione dove tu sei, però, immensamente inferiore a chi ti guarda. E’ un rischio: potresti restarci secco. Devi saltare e morire. Se tutto va bene, quando ti abbandoni nello sguardo del dio quello ti restituisce la tua fiducia con un po’ di interessi, e tu ne esci ben più potente. Prima, però, ti deve risucchiare completamente, devi scomparire in lui. Se qualcosa va storto, potresti non riprenderti mai più - in realtà ne esci solo un po' bruciacchiato.
Anche guardare riproduzioni vale. Ecco perché in tutte le cerimonie (tutte: dal Tai Pusam al primo compleanno) è ammessa anzi desiderata una telecamera o una macchina fotografica. Riguardarle vuol dire ripetere un po' di quello scambio energetico.
Mi è sempre sembrato un sistema di grande buon senso. Niente è divino per sempre: lo sguardo dà e prende, e se non stai attento, chi è più forte di te ti si piglia tutto e ti lascia scarico.  
Inoltre, in larga misura, corrisponde a dati di realtà.
Tu prova a mettere sopra il comodino la foto di una persona a cui sei molto grato, di cui ti fideresti. Una foto con la faccia in vista e gli occhi puntati. Scegli una persona che non hai occasione di vedere spesso o che è morta, una nonna o un vecchio compagno di scuola che ammiravi a sette anni, o Annie Besant o persino Felice Gimondi, se per te significa che ti puoi fidare. Poi senti com’è starci vicino e guardarla o esserne guardati, rispetto a starne più lontano o a pensarci solamente.
Per me è diverso: fisicamente, dico, non è la stessa cosa.
Credo che sia per questo che non guardo la televisione.
Non altrettanto dicasi degli indù.
           
postato da: Airid alle ore aprile 15, 2006 16:25 | Permalink | commenti (31)
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sabato, 08 aprile 2006
L’ormone astrale che guarisce
 
Nella famiglia circola un’aria di buoni sentimenti e allegra devozione che non mi sembrava ci fosse neppure dieci anni fa, con le bambine piccole e fuori dalle tentazioni. La zia Spudorata, del resto, non viene più consultata, ma informata e nutrita.
Distanza.
 
Subha è molto indaffarata perché è stata estratta a sorte per il Servizio Nazionale (che sfiga), tre mesi in un campo di lavoro a una trentina di chilometri da Penang: con l'elargizione ottenuta dal padre via SMS si è comprata la crema solare per non diventare ancora più scura, una medaglietta con su raffigurato il dio Ayappan, molti numeri di Indian Beauty e un’immagine plastificata di Murugan e Devayanai che si fanno gli occhi dolci.
 
E’ che Ragu non ha più la sua cattiva influenza sulla ragazza. Ragu è un pianeta umorale, quasi un ormone. Quando ti piglia, sei al peggio di te stesso e non ci puoi fare niente, così almeno sostiene la Mamma e con lei la Nonna e la maggior parte dei miei amici Tamil.
 
La Mamma ha infatti consultato i jatakam, testi “vedici” di astrologia, rivolgendosi a un sami e portandosi dietro Subha.
“Sono proprio cattiva d’animo?” ha chiesto Subha al sami. Non era molto contenta di covare risentimento e ribellione contro uno stile di vita che lei stessa poi approva. Prima di andare dal sami l’aveva chiesto anche a me, antropologa donna bianca che non crede a niente, e io le avevo risposto “Ma va’”, e che è normale e bello desiderare gli uomini.
Non se ne era fatta niente.
 
Il sami le ha annunciato che per forza si sente cattiva, con Ragu perfettamente allineato col sole (o che ne so, con Marte o altro) sta subendo influenze nefaste che tirano le sue sostanze sottili di qua e di là, portandola a litigare con tutti e a scambiare i sentimenti, a credere per esempio che chi la ama la odia e viceversa. Subha è stata subito meglio.
Inoltre, il sami ha detto che ormai Ragu sta per andarsene dalla sua casa lunare. Ancora due giorni, che è bene passare in casa a fare piccoli lavori manuali e offrire un bel po’ di rituali agli dei domestici, e poi se ne andrà a nuocere altrove.
 
“Sono stata una stupida” dice la Mamma. “Ci dovevo pensare prima”.
Il fatto è che proprio durante la festa di Murugan, mentre Subha e Dan scivolavano verso l'Irreparabile, Ragu attraversava precisamente anche le stelle dell’appartamento al 15° piano del block 18. Nessuno ci poteva pensare proprio perché erano tutti sotto la sua influenza. Persino io mi ero ammalata nei giorni peggiori - una testimonianza dell'imparzialità degli astri e del mio legame con la famiglia.
 
E le stelle del Tesoro?
 
A ognuno le sue, dice la Mamma mia amica. Solo al matrimonio si combinano le stelle di entrambi.
Sta pensando di licenziarsi e con il TFR avviare un salone di bellezza nel quale potrebbe lavorare anche Subha una volta tornata dal Servizio Nazionale. Anzi, prima fa un prestito, chiede i turni di notte e fa il salone di giorno, etc.
 
Varu, la sorella minore, mi accompagna all’ascensore.
“Io non credo alle stelle” dice.
E’ bravissima a far arrivare un ascensore in meno di dieci minuti: mi ci ficca dentro e si allontana con le spalle dritte e la treccia che le lambisce il culo da ginnasta.
postato da: Airid alle ore aprile 08, 2006 23:43 | Permalink | commenti (19)
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mercoledì, 05 aprile 2006
Comunità immaginate nella giungla
 
 
“Se allora una certa tentazione estetizzante può ancora essere in agguato, essa può forse essere scongiurata attraverso un forte ancoraggio alla dimensione concreta della location.”
(Stefania de Petris, “Tra agency e differenze”, Studi culturali, 2, 2005).
 
 
Non c’è una casa, ma un appartamento angusto e affollato che di una casa ha solo le barriere. Il neon in soggiorno è sempre acceso perché l’unica finestra, la portafinestra d’entrata, dà su un ballatoio che dà sul cortile chiuso dal block 20, il palazzone di fronte. Il “fuori” entra solo tramite la televisione: un’illusione perfetta ma di poca durata.
Ognuno dei 6000 appartamenti del condominio è un focolaio domestico etnico. Chiaramente l’idea di etnia è connaturata alla nascita, alla famiglia, alla filiazione e alle origini riconosciute: ma mentre tutto ciò in un villaggio (kampung) era esplicito, nel palazzone muffoso è diventato implicito. Porta a porta abitano malesi, indiani  e cinesi (o antropologhe spudorate) che si salutano cortesemente ma non si sposerebbero gli uni gli altri (lo fanno raramente). Il telefono è quindi una necessità primaria per mantenere l’etnia, tantopiù che coi ritmi di lavoro non sincronizzati della maggior parte dei lavoratori industriali i membri delle famiglie spesso si incontrano poco.
Il kampung si è rarefatto e virtualizzato.
Eppure è una struttura primaria, fondamentale. Al di fuori di essa la vita è praticamente intollerabile. In Malesia non si vive soli, nulla è previsto a questo scopo. All’ospedale si deve essere accuditi da un parente (per il cibo, per esempio). Uno stipendio non basta a sostentare una persona sola. Un lavoro si costruisce all’interno del kampung virtuale.
Niente e nessuno dice o pensa che le cose debbano stare altrimenti. Ora, uscire allo scoperto con un atto che rinnega l’etnia (contro la sua religione; contro la sua morale; contro la sua pratica matrimoniale; etc) vuol dire essere soli non tanto in senso affettivo e di sostentamento, ma proprio in senso globale: stai solo e contro di te soffia il vento delle multinazionali, del mercato mors tua vita mea, e nessuno o quasi pensa che debba essere altrimenti. Se non sei eccezionalmente forte ti spazza via in un baleno.
Quale illusione romantica televisiva può resistere a tutto ciò?
 
"Finally, it is imagined as a community, because, regardless of the actual inequality and exploitation that may prevail in each, the nation is always conceived as a deep, horizontal comradeship".
(Ben Anderson, Imagined Communities, Londra e N.Y., Verso 1991 - ed. or. 1983 - pag. 22).
 
"Regardless": non mi sembra vero.
postato da: Airid alle ore aprile 05, 2006 12:57 | Permalink | commenti (16)
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lunedì, 03 aprile 2006

La delusione. Etnografia di un'incongruenza romantica.  

Viene mattina, sera, notte e poi daccapo. La stagione è particolarmente poco piovosa e la gente langue sotto le pale dei ventilatori o in cubicoli refrigerati. 

Subha non si muove.

La Mamma ha richiesto i turni di notte per poter essere di guardia e di conforto di giorno. Il Tesoro non telefona più; Subha esce solo per andare a scuola guida.

Altri giorni passano.

 La piscinetta è incastrata in un pianoro di cemento circondato dai palazzoni. Le tre cugine ci sguazzano dentro in maglietta e bermuda. La Nonna le guarda orgogliosa dall’angolo della piscina, ammollo in sarong e camicia (l’antropologa è in bikini; nudissima, cioè). Subha esce dall’acqua e si affaccenda a piegare i vestiti suoi e della sorella. Ha l’aria contenta. E’ scesa senza telefonino.  

All’arrivo di alcuni ragazzini saliamo di nuovo al quindicesimo.

 “Noi non parliamo con loro” spiega Subha in ascensore.

 Tu non ci parli, grassona!” fa la sorella bruscamente, beccandosi una sventola dalla Nonna.

 Subha mi sorride: è suo dovere di sorella maggiore, dice, di impedire alla minore di fare sciocchezze. Ora va tutto molto meglio, aggiunge. E’ tutto risolto.

 Ha parlato per sms col padre e ora va molto d’accordo con sua madre. E l’anno prossimo? Riprepara l’esame seguendo anche una formazione di computer. La Nonna , la cuginetta e la Sorella (a muso duro) ascoltano e annuiscono.

Ora, Subha è negata per i computer. Sa solo copiare i cd. Neppure MSN è riuscita a far funzionare prima che glielo spiegasse sua sorella.

 Voleva andare a spupazzarsi il morosetto in albergo.

 Sosteneva che augurava a sua sorella una maggiore libertà che per sé.

 E il Tesoro? Le chiedo riparandomi dalla televisione, sottovoce.

 Chi? E scompare nel bagnuccio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

postato da: Airid alle ore aprile 03, 2006 00:05 | Permalink | commenti (16)
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