giovedì, 30 marzo 2006

Scomunicata

 

Subha sta abbandonata sulla poltrona in scai, sotto il ventilatore. E’ stata beccata dai nonni mentre se ne andava via dalla festa di Murugan con Dan; ed è stata bocciata.

Questo vuol dire che non andrà all’università e che il suo futuro flessibile è in fabbrica.

 

La Mamma tace, la Sorella fa finta di fare i compiti. La zia Spudorata si ripara la gola fragile con un foulard: questa della bocciatura non la sapeva.

Il Padre di Subha esce dalla camera-cubicolo e scaraventa a terra un groviglio di vestiti e di cose e un enorme coniglio di peluche. E' furibondo, realistico e teatrale insieme. Vomita accuse puntando l'indice e battendosi il petto. 

Una ragazza che vive in un tale lerciume. Che non dà una mano in casa. Che si lamenta solo di non poter uscire e nasconde le pagelle invece di studiare.

Una bugiarda, che inventa palle a ogni respiro.                   

Una stupida, che non capisce che quel ragazzino figlio di chissacchì (si sa, chi: è ben lì il problema) vuole solo i suoi soldi. I soldi non suoi, di suo padre!

Una stupida che parla di questo love, love e intanto si fotte il futuro.

Una stupida!

Bodoh!

 

 “Ci sei stata insieme? Solo di quello ti importa. E allora vacci. E vattene. Stupida!”.

 

 “Non ci sono stata” risponde debolmente Subha.

 

Il Padre è tagliente, furioso e sanguinante e Subha lo subisce senza ascoltarlo. Il problema è che ha finito la ricarica.

postato da: Airid alle ore marzo 30, 2006 01:48 | Permalink | commenti (23)
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lunedì, 27 marzo 2006

Consumazioni

 

 

 

Ho proposto a Subha di farmi da aiutante. Sua Mamma mia amica è contenta che stia con la Professoressa Bianca : chissà che non si svegli, dice. Chissà che non la smetta di pensare a quell’imbecille.

Come primo aiuto la mia aiutante mi propone di andare a trovare il Tesoro là dove lavora. Top secret. Attraversiamo il Penang Bridge con la sua mitologia da rotocalco (il ponte più lungo del mondo, la maratona, il tramonto e gli spot televisivi con una giovane attrice che corre controvento). Subha è tirata a lustro e mal sopporta la sosta per fare qualche foto. Vuole solo arrivare, e arrivare senza essersi sciupata la pettinatura e la cipria. Non è tonta, ma il suo orizzonte è a cono e in fondo al cono c’è lui.

L’appuntamento è nel centro commerciale Perai Mall dove il Tesoro lavora come bigliettaio del cinema. Lui è già nella hall ma lei passeggia su e giù prima di smessaggiarlo: non si sa mai ci fossero spie.

Danesh mi si presenta educatamente. E’ un ragazzino rispettoso e lamentoso, che gioca a fare l'arguto. Sotto il tavolino sta gamba contro gamba con Subha. Lei lo rimprovera per alcuni fatterelli e lui le mostra il suo nuovo cellulare mentre oltre la stoffa dei vestiti le loro arterie femorali si scambiano ioni ad alta velocità.

Mangiano un hamburger. Parlano di studi e carriere, di responsabilità reciproche, di affitti, dottorati, scuole per i figli. Sembrano in grande intimità. Non fosse per gli ioni, sembrano due vecchi fidanzati in odor di accasamento.

Subha sostiene di aver incontrato Dan quattro volte in tutto, ma comincio a non crederci.

Del resto, la Mamma di Subha mi ha detto che da qualche mese ci sono bollette astronomiche sempre a causa dello stesso numero, IL numero, e scenate furibonde con minacce di inlucchettare il telefono. Subha giura che si confida molto con la sorella di Dan durante la notte perché lei di giorno lavora. Io, zia pollastra, ci ho creduto.

Da mesi, di notte, Subha e Danesh si parlano e consumano sottovoce il loro desiderio nei limiti di un'immaginazione patinata: ma questo lo saprò solo più tardi, dalla sorella che alla fine si è comprata i tappi per le orecchie.

Come saprò che sgraffignano appuntamenti sotto il cavalcavia, fra la palestra e le ripetizioni di economia, bigiando (lei) il corso di danza, e che sono stati visti. Che si dicono cose, insomma.

Quando la riaccompagno a casa, Subha ha un’aria seria. Mi parla dell’ingiusta opposizione dei suoi genitori, del fatto che se suo padre sapesse che si sono visti la ucciderebbe, di quanto bravo è Dan che fa il secondo anno di ingegneria pur lavorando. Di come lei lavorerà e vivrà d'amore.

“E' povero ma non mi ha mai chiesto soldi” dichiara orgogliosa. Forse non glieli ha chiesti, ma lei glieli ha dati. Scopriremo che mancano 400 Ringgit dal cofanetto della madre.

Due giorni dopo comincia il Tai Pusam, grande festa annuale con processione di tre giorni del dio Murugan che va a trovare l’amante in montagna ma poi torna dalla moglie. Quando il carro della processione arriverà al Waterfall Temple, mi dice Subha al telefono l’indomani come se niente fosse, lei, io e alcune amiche potremmo scendere nel marasma umano e portare le offerte. Lei poi andrà a dormire da una zia; fra parentesi l’appuntamento con Dan è vicino al tempietto dell’Intel.

Semplice. Mi dice che ne ha parlato alla Mamma che è d’accordo (parentesi a parte). Così vedrò la festa: si vanta di essere proprio una brava assistente. Si è dimenticata che io ora mi occupo di operai.

Davanti al tempietto dell’Intel, Subha e Dan fanno finta di niente a tre metri l’una dall’altro. Ogni tanto nel vortice di invasati e devoti che calpestano i cocci di cocco e i piedini dei bambini mezzo asfissiati, nella musica assordante e nel caldo, fra i sintetici sudati e i sari odorosi una conoscente la saluta e le chiede:

“Con chi sei?”

“Con la zia Italiana” dice “che però adesso è al carro che sta facendo le offerte”.

“Come ti sei fatta bella!”.

E passa il tempo.

Subha si innervosisce. Tempesta di messaggi la zia che invece, esausta davanti al tempietto di Telekom, non riesce a oltrepassare il marasma per arrivare da Intel. La zia il cui sari già sistemato maluccio sta ormai disfacendosi. La zia che non ne può più di questa imbranata che sceglie come luogo di appuntamento il punto più incasinato di tutto il vialone. Lei e le sue storie da fotoromanzo. Così la zia a un certo punto le scrive:

“Sorry I sick, see u tomoro” e si trascina a casa rabbrividendo. Non le importa più di Subha, della festa, del dio e del dèmone, vuole solo stare distesa e in silenzio così stacca il telefonino e finalmente dorme, dorme per diciotto ore di seguito sotto o sopra la coperta a seconda della temperatura interna ed esterna. Si consuma nella febbre.

Mentre per Subha si consuma il dramma.

 

postato da: Airid alle ore marzo 27, 2006 19:01 | Permalink | commenti (15)
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mercoledì, 22 marzo 2006

I love you sayang

 Subha è in vacanza da scuola e, come si conviene a una ragazzina per bene, non è autorizzata a uscire di casa: così sua madre prima di lei, sua nonna etc. L'appartamento cementizio dove abita tuttavia non rinchiude altri che lei; non ci sono cugine, sorelle, zie nubili, nonne. I genitori lavorano, la sorella è a scuola. Un'enorme tivù è sempre accesa sul satellite con i film indiani; e poi c'è il telefonino con un numero memorizzato sotto un acronimo: ILUS, i love you sayang, che trilla e ritrilla, vibra e sbarluccica. Ti amo, tesoro.

 Ma il Tesoro le è vietato. E' povero; di casta sconveniente; senza futuro, pensano i genitori di Subha. Il futuro è il bene più prezioso che hanno e lo vogliono per le proprie figlie. Subha però ha una mappa dei sentimenti sognati che si è costruita a furia di film, riviste femminili e internet. E' un po' troppo cicciottella, bassa e scura per immedesimarsi completamente ma fa del suo meglio. Allora per il suo sedicesimo compleanno si è comprata un paio di sandali dorati con uno zeppone micidiali e diciotto centimetri di tacco, che ha sfoggiato con un abito di veli e lustrini, da diva o da fata. La madre l'ha portata dal fotografo per l'occasione. Tutto fumo e niente arrosto perché il futuro vuole fate illibate anche nell'aura che le circonda: ragazze dalla buona reputazione. Di loro non si devono conoscere altro che buone cose. Il Marito sarà il primo e l’unico anche ad avere il loro pensiero. Se è per questo, è troppo tardi. Il Tesoro ha già tutti i pensieri di Subha. 

 Subha sogna di farsi il Tesoro vestita da fata. Ha un'idea chiara di come funziona, così dice almeno alla Confidente di tutti i Segreti Sessuali-Amorosi in quanto Donna Bianca Spudorata - l'antropologa me stessa. L'idea che Subha ha del sesso è al limite della pornografia: è la conseguenza delle dive fotografate mezze nude e dei controluce dei film indiani. Il Tesoro ha le idee più precise, come spesso i ragazzi che hanno accesso (San Internet) a materiale più efficace: non per questo è più nell’ordine della realtà. Inoltre è terrorizzato.

 Eppure i discorsi che Subha tiene con il Tesoro sono identici a quelli dei suoi genitori. Finire di studiare; trovarsi un buon lavoro; fare il mutuo; sposarsi. I genitori retrogradi vogliono che lei aspetti e lei è d'accordo, purché si tratti di aspettare il Tesoro. Il Tesoro vuole aspettare anche di più, perché deve mantenere anche i fratelli minori (è davvero povero: povero di quelli che non prendono l'autobus per risparmiare), ma gli piacerebbe essere ufficialmente fidanzato con lei. I genitori retrogradi non vogliono. Sono preoccupati per lei.

 "Pensi solo a copiare cd e truccarti", le dicono.

 "Dovresti essere più devota"

"Invece di disperarti per come sei scura, dimagrisci".

 Quindi Giulietta e Romeo non c’entrano perché erano ricchi e nobili tutti e due. Subha è terrorizzata da suo padre. Non gli parla altro che per sms. Quindi ormai, visto che non sa scrivere il tamil e che comunque  gli sms in tamil, lingua agglutinante, sono un po' un casino, ha con lui solo brevi comunicazioni in inglese. Ormai Subha parla solo con il Tesoro e con me, la zia Spudorata. Con me parla così tanto che non so più come comportarmi con sua madre, che è poi mia coetanea e amica e che mi dice: consigliala.  Lei non sa a che punto il Tesoro è presente in sua figlia. Non lo so neppure io, all’inizio. All’inizio non mi prefiguro l’esito della storia né capisco le forze che la reggono. Dico alla mia amica che potrei solo consigliarla di farsi il Tesoro il più in fretta possibile, così si calma e si rimette a studiare e capisce se quel ragazzetto le piace davvero, e la mia amica ride grassamente.

 Così tutti pensiamo di essere in controllo della situazione: Subha, il Tesoro, la Mamma , e la Zia Spudorata. Non subodoriamo niente.

postato da: Airid alle ore marzo 22, 2006 16:46 | Permalink | commenti (19)
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giovedì, 16 marzo 2006

Il fine, il mezzo e la fine

Pensavo che avrei appiccicato le foto, scrivendoci attorno le cose. Pensavo che non dovendo io qui rendere conto a nessuno, potessi andare avanti a mescolare i rimasugli del soggiorno malesiano 2006 con gli elementi precedenti, dando sfogo qui alle cazzate che altrove sembrano troppo vacue (perché lo sono).  A quanto pare, anche l’ostacolo tecnico delle foto è una quisquilia agilmente risolvibile da un piatto di spaghetti al polipo.

Invece l’ostacolo micidiale è che è finita la libertà, quella totale almeno. Quella facile, intendo dire. Ho due date: un articolo dal consegnare il 23 aprile e una presentazione il 27. Devo scegliere. Non posso qui sfilacciare e là asciugare perché la scrittura non moltiplica se stessa: in un giorno posso produrne soltanto una certa metratura, che si tratti di interventi idioti in certi peraltro meritevoli blog o di saggi.

Allora  mi dedicherò alla storia di Subha.

Ha diciassette anni e sta prendendo la patente. Non si mette in costume da bagno perché lo trova indecente (ma guarda me e dice: sei bellissima, così sexy. Potenza dei filtri culturali) ma sogna di scoparsi il moroso segreto. Lei, e sua madre, indicano dove mostra la corda Max Weber. O almeno lì ho detto che sarei arrivata quando ho proposto di scrivere l’articolo.

Qui sono specifica, ma almeno mi diverto un poco.

postato da: Airid alle ore marzo 16, 2006 16:15 | Permalink | commenti (9)
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lunedì, 13 marzo 2006

Classificare

 

 Ho guardato e riguardato le circa 400 foto che ho scattato (in media nove al giorno). Mi è sembrato un buon metodo per cominciare a separare e ordinare i cosiddetti dati, a parte che sono poche e mi chiedo perché ho lesinato, ma questo pensiero va in un'altra rubrica visto che anche i pensieri metodologici vanno classificati perché ci vuole ordine per capire.

Molte foto sono di facce, compresa la mia, ma le ho accantonate in un file Gente qui e lì. Detesto chiedermi da che parte mettere le facce. Ognuna fa classe a sé, ma questo è il principio del disordine. Diciamo quindi che rientrano quasi senza eccezione in tutte e tre le piste di ricerca: la pista Uno, detta nei miei appunti Rimasugli di studio sull’induismo; la pista Due, detta Adolescenti a Penang (sbaglio o è un vizio di noi rampolli degli anni Ottanta quello di parafrasare le opere celebri? Fin nel buonista Pennac e il suo Paradiso degli orchi. Ma è anche vero che è così che ho scoperto Zola, che però è meglio di Margaret Mead); e la pista Tre, detta Mondo Operaio.

Insomma ho cominciato dalle case.

Coerentemente con il mio delirio d’ordine devo inserire una premessa. Devo stabilire classi diverse anche per le case di Penang altrimenti chi legge non capisce un’ostrica.

Penang è un’isola bellissima. Al centro ha, o aveva, foresta pluviale, il terreno è fertile e ricco di corsi d’acqua, le spiagge che la circondano sono un ottimo riparo per i pescatori e lo Stretto è pescoso. La città di George Town è costruita in mattoni e ha fisionomia cinese, casette (a volte palazzi) a due piani col portico e il tetto di tegole. Per il resto, a parte alcuni altri insediamenti cinesi di vecchia data (Ayer Itam, Balik Pulau, Jelutong etc.) e le grandi case cinesi o coloniali, sull’isola ci sarebbero i villaggi (in malese: kampung): case basse, quasi catapecchie (tetto in ondulato, per esempio) in un bel giardino con alberi da frutto (manghi, avogado, banani, durian), l’orto e i polli, e i villaggi di pescatori sulle palafitte (fracassati dallo tsunami). Poi ci sono i kondo(minium) e i flats, dove ciascuno anela ad abitare a meno che non possa permettersi una casetta a schiera.

Quando non si riescono a sloggiare gli abitanti di un kampung per costruire un kondo accadono misteriosi incendi. Spesso, inoltre, si costruisce in zone vuote, piene cioè di campi o vegetazione.

Ogni cantiere di questo tipo (ne ho contati una quarantina solo nella parte sud dell’isola) è in qualche sito panoramico, spesso intagliato nella roccia viva. Non so come si faccia a impiantare una casa nella roccia viva, ma si fanno un sacco di botti. Il terreno è rosso, di laterite. I cantieri sono perciò spiazzi rossi nel verde scuro del tropico; spesso costeggiano un cimitero cinese (giallo perché brullo) che aveva preparato nuova terra disboscata per espandersi e poi gliel’ha venduta ai promotori (a volte i responsabili del cimitero sono gli stessi imprenditori edili dei cantieri). Non so chi abiterà nelle lussuose Soluzioni Abitative dipinte sugli steccati che circondano i cantieri (né dove metteranno i nuovi morti i cinesi; a questo proposito dovrei fare una rubrica Dove vanno i morti). Per il momento, nei siti spettacolari stanno frotte di operai stranieri dalle facce panasiatiche (non le ho fotografate) in catapecchie globali (non le ho fotografate, mannaggia). (Non che volessero dire granché. La catapecchia è universale).

Passando davanti a questi cantieri rossi dominati dalle gru (a parte che ho scoperto che le gru non hanno le ruote!) pensavo spesso a quando vedremo soltanto una sfera di fuoco e nemmeno un grido risuonerà ma  solo il silenzio come un sudario si stenderà fra il cielo e la terra, per mille secoli almeno (al posto del silenzio io ci sentivo i soliti uccelletti e uccellacci in stile Ummagumma).

Un pensiero egoista, come quando penso al golfo di Napoli finalmente ripristinato dal cataclisma, tornato a essere Pauses Lupe, la tregua dal dolore. Il dolore di chi?, peraltro (probabilmente il mio). Questi pensieri vanno nella categoria Sviluppo e inviluppo.

Dato che qui volevo restare nel concreto, ho fatto una classe preliminare e l’ho chiamata: Case.

Poi era tardi e ho fatto una classe aggiuntiva che ho chiamato: I miei occhi. In questa c’è la foto qui accanto.

postato da: Airid alle ore marzo 13, 2006 22:06 | Permalink | commenti (10)
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giovedì, 09 marzo 2006

Sveglia con gli occhi chiusi                 

 

Non è solo il jetlag. Ho ancora dietro alle palpebre la luce tropicale, i pensieri tropicali direi, le facce scure, i suoni plurilingue.

La colla che mi tiene al buio ha anche altre origini, meno liriche. Il vociferare della campagna elettorale e tutti i faccioni in campo blu sono cose che mi riguardano direttamente, non elementi di storie che sto per raccontare. Idem per i fatti del dipartimento: il concorso, la commissione, il seminario (non quello di Bologna) sono veri, necessitano di scelte e di coerenza. Non li posso guardare.

Il peggio è che devo mettere ordine in sei settimane di stimolazioni tropicali e fare in modo che rientrino fra i fatti del dipartimento e quelli dei faccioni perché ho bisogno di fondi e preso impegni di scrittura: devo insomma stabilire un legame.

Tutto sommato i fatti miei sono più facili perché più vicini alla pelle.

Per esempio, ho le chiappe felici perché ho ricominciato a camminare e in Malesia non ne avevo mai l’occasione.

Inoltre devo trovare una conclusione a questo blog e darmi da fare con un po’ di foto.  Ganesh è considerato il dio degli inizi ma io ho sempre avuto molto più bisogno di un dio, o una dea, per le conclusioni.

Accetto suggerimenti.

postato da: Airid alle ore marzo 09, 2006 11:30 | Permalink | commenti (11)
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giovedì, 02 marzo 2006

English also canlah!

Sai che in Italia, dice la mia amica al tipo, parlano ancora la lingua locale?
Melayu? Chiede il tipo.
No, dico io, italiano.
Allora imparano l'inglese solo a scuola, come i Melayu?
Poco e male, rispondo.
E come fanno a lavorare? Come vanno su internet? E al cinema? E se vengono gli studenti stranieri, come fanno quei poveretti?

Non c'e` niente da fare, il pensiero dominante e` l'evoluzionismo unilineare. Finire per parlare tutti diversi dialetti dell'inglese e` l'inevitabile progresso.

Ma tu, aggiunge la mia amica, l'inglese lo parli benino.

L'importante dunque e` essere all'apice del progresso.

In compenso domani dovrei andare da un monaco tailandese che basta avvicinarti e ti senti subito che tutto e` risolto.

Siamo sempre li`, non riesco a fare un pensiero piu` intelligente. Allora mi sono comprata dei gioielli e mi sento una regina, anzi, una principessetta  decaduta.

La mia amica ha guardato il mio quarzo fantasma con commiserazione: se hai bisogno, dice, le pietre non te le prendono mica al monte dei pegni. Meglio oro.  Oro, inglese e sakti.

postato da: Airid alle ore marzo 02, 2006 15:59 | Permalink | commenti (19)
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