Consumazioni
Ho proposto a Subha di farmi da aiutante. Sua Mamma mia amica è contenta che stia con
la Professoressa Bianca : chissà che non si svegli, dice. Chissà che non la smetta di pensare a quell’imbecille.
Come primo aiuto la mia aiutante mi propone di andare a trovare il Tesoro là dove lavora. Top secret. Attraversiamo il Penang Bridge con la sua mitologia da rotocalco (il ponte più lungo del mondo, la maratona, il tramonto e gli spot televisivi con una giovane attrice che corre controvento). Subha è tirata a lustro e mal sopporta la sosta per fare qualche foto. Vuole solo arrivare, e arrivare senza essersi sciupata la pettinatura e la cipria. Non è tonta, ma il suo orizzonte è a cono e in fondo al cono c’è lui.
L’appuntamento è nel centro commerciale Perai Mall dove il Tesoro lavora come bigliettaio del cinema. Lui è già nella hall ma lei passeggia su e giù prima di smessaggiarlo: non si sa mai ci fossero spie.
Danesh mi si presenta educatamente. E’ un ragazzino rispettoso e lamentoso, che gioca a fare l'arguto. Sotto il tavolino sta gamba contro gamba con Subha. Lei lo rimprovera per alcuni fatterelli e lui le mostra il suo nuovo cellulare mentre oltre la stoffa dei vestiti le loro arterie femorali si scambiano ioni ad alta velocità.
Mangiano un hamburger. Parlano di studi e carriere, di responsabilità reciproche, di affitti, dottorati, scuole per i figli. Sembrano in grande intimità. Non fosse per gli ioni, sembrano due vecchi fidanzati in odor di accasamento.
Subha sostiene di aver incontrato Dan quattro volte in tutto, ma comincio a non crederci.
Del resto,
la Mamma di Subha mi ha detto che da qualche mese ci sono bollette astronomiche sempre a causa dello stesso numero, IL numero, e scenate furibonde con minacce di inlucchettare il telefono. Subha giura che si confida molto con la sorella di Dan durante la notte perché lei di giorno lavora. Io, zia pollastra, ci ho creduto.
Da mesi, di notte, Subha e Danesh si parlano e consumano sottovoce il loro desiderio nei limiti di un'immaginazione patinata: ma questo lo saprò solo più tardi, dalla sorella che alla fine si è comprata i tappi per le orecchie.
Come saprò che sgraffignano appuntamenti sotto il cavalcavia, fra la palestra e le ripetizioni di economia, bigiando (lei) il corso di danza, e che sono stati visti. Che si dicono cose, insomma.
Quando la riaccompagno a casa, Subha ha un’aria seria. Mi parla dell’ingiusta opposizione dei suoi genitori, del fatto che se suo padre sapesse che si sono visti la ucciderebbe, di quanto bravo è Dan che fa il secondo anno di ingegneria pur lavorando. Di come lei lavorerà e vivrà d'amore.
“E' povero ma non mi ha mai chiesto soldi” dichiara orgogliosa. Forse non glieli ha chiesti, ma lei glieli ha dati. Scopriremo che mancano 400 Ringgit dal cofanetto della madre.
Due giorni dopo comincia il Tai Pusam, grande festa annuale con processione di tre giorni del dio Murugan che va a trovare l’amante in montagna ma poi torna dalla moglie. Quando il carro della processione arriverà al Waterfall Temple, mi dice Subha al telefono l’indomani come se niente fosse, lei, io e alcune amiche potremmo scendere nel marasma umano e portare le offerte. Lei poi andrà a dormire da una zia; fra parentesi l’appuntamento con Dan è vicino al tempietto dell’Intel.
Semplice. Mi dice che ne ha parlato alla Mamma che è d’accordo (parentesi a parte). Così vedrò la festa: si vanta di essere proprio una brava assistente. Si è dimenticata che io ora mi occupo di operai.
Davanti al tempietto dell’Intel, Subha e Dan fanno finta di niente a tre metri l’una dall’altro. Ogni tanto nel vortice di invasati e devoti che calpestano i cocci di cocco e i piedini dei bambini mezzo asfissiati, nella musica assordante e nel caldo, fra i sintetici sudati e i sari odorosi una conoscente la saluta e le chiede:
“Con chi sei?”
“Con la zia Italiana” dice “che però adesso è al carro che sta facendo le offerte”.
“Come ti sei fatta bella!”.
E passa il tempo.
Subha si innervosisce. Tempesta di messaggi la zia che invece, esausta davanti al tempietto di Telekom, non riesce a oltrepassare il marasma per arrivare da Intel. La zia il cui sari già sistemato maluccio sta ormai disfacendosi. La zia che non ne può più di questa imbranata che sceglie come luogo di appuntamento il punto più incasinato di tutto il vialone. Lei e le sue storie da fotoromanzo. Così la zia a un certo punto le scrive:
“Sorry I sick, see u tomoro” e si trascina a casa rabbrividendo. Non le importa più di Subha, della festa, del dio e del dèmone, vuole solo stare distesa e in silenzio così stacca il telefonino e finalmente dorme, dorme per diciotto ore di seguito sotto o sopra la coperta a seconda della temperatura interna ed esterna. Si consuma nella febbre.
Mentre per Subha si consuma il dramma.