lunedì, 14 luglio 2008

Ecco, questa è la stanza. LA stonsa. Un ridere cretino si diffonde ma le piastrelle restano lucide.

Su dài, sdraiati.

Le suorine vanno a tre per tre e si chiamano Lina, Juli, Yuni, Lili, Nori; cercano le vene ridacchiando mentre l’A. constata che il materasso è di kapok, è una stuoia insomma.

L’hanno girata contro il muro e una televisione spenta. Di notte si sentono solo il cicak e Allah. FA piacere ascoltare le parole del profeta, aiutano a scegliere quale parte dello scheletro ammaccare sul tavolaccio.

L’Ery è preoccupato. Intorno a lui si crea sempre molta comunicazione ma non quella che vorrebbe. Qualcuno dovebbe spiegare la paragmatica della comunicazione agli antropologi, pensa l’A: c’è uno psichiatra qui dentro?

Il polso sinistro si è ingorgato, dice la suorina. Infatti è gonfio e fa male; e durante la notte all’A. viene in mente di tutto, soprattutto la mano gonfia di quasi esattamente un anno fa. La Mano.

Tutto prude e l’agitazione insonne rende il rivoltarsi sul kapok ancora più penoso.
E’ il tuo sangue. Non sei tu che piangi, sono le piastrine che ti spingono a fluidificarti. Non ti preoccupare, con un po’ di paracetamolo passa, l’importante è non prendere l’aspirina.

 

postato da: Airid alle ore luglio 14, 2008 10:04 | Permalink | commenti (20)
categoria:febbre, buchi, la ricerca del nulla
domenica, 22 giugno 2008

Dietro all'isola

Quando la Proton d’oro parcheggia nello spiazzo davanti a casa, Suf grida:
“Zia! Zia!”

E’ domenica.
Nella cucina che dà sul cortile sono accatastati un centinaio di cartoni di Magic Pizza. Sul tavolo, un paio sono aperti e il loro contenuto è mangiato a metà.
Le bambine li ignorano. Stanno riponendo gli altri proventi della carità o degli eccessi: i cracker nelle scatole di latta, i sacchi di riso nella dispensa e i durian fuori, ovviamente. Lavorano con coscienza e rapidità.
I bambini giocano a ping pong.
Suf saltella intorno all’A., e alla fine le si siede in braccio.

 
“Ciao, hai visto quanta roba?” dice Sarina, sistemandosi un foulard di lana a fiori sul velo normale, da casa.
“Questa settimana abbiamo avute molte donazioni. Siamo stati fortunati”.
 Suf ha un fucile di plastica e spara all’A.

“Pum!”

L’A. muore.

 Sarina, l’A., Suf e Rosi con otto Magic Pizza e due durian salgono sulla Proton d’oro. Nell’abitacolo l’odore dolce del sudore femminile ortodosso si sposa con il lezzo pastoso del frutto. Pezzi di ananas e di cipolla scivolano fuori da un cartone di Magic Pizza poggiato storto.
Suf si fa pipì addosso.

 Percorrono cinquecento metri di statale, svoltano a sinistra nel villaggio e parcheggiano di fronte a una casetta.
Safia li aspetta. L’A. vede gli occhi neri di Safia e i suoi denti perfetti. Per ricevere l’ospite Safia ha indossato un cappottino sul traversone da casa. Ha il kajal, ecco. HA una figlia di tredici anni e racconta una storia poco comune.
Ah se fosse un po’ più comune, pensa l’A., poco deontologicamente. Suf le porge un pezzo di Magic Pizza.

 Tornano alla casa di Sarina. L’A. saluta. Suf urla “Voglio andare con la zia!”
Non era previsto.
Non si può.
Non lo vorrebbe nessuno, neanche lui.

 L’Ery telefona in quel momento e poco dopo, mentre i più grandi distraggono Suf in lacrime, l’A. fa manovra nel rigagnolo con la Proton d’oro e, una volta recuperata, si inerpica per la strada a tornanti dove vede un uccello dal becco bianco ritorto e dalle piume rosa e blu.

 

 

 

 

postato da: Airid alle ore giugno 22, 2008 17:37 | Permalink | commenti (13)
categoria:materiale, buchi, strappi alle regole
mercoledì, 18 giugno 2008

Qui vicino qui vicino
Sento odore di bambino.

 
Nascono un po’ fuori dal mondo. Incodificati. Imprevisti, o previsti da una Provvidenza difettosa e schizofrenica.
Appena nati, partono.

 “Buongiorno”
“Dipartimento del welfare, buonasera”.
“Ah, scusi sì, buonasera.”
“In che cosa posso aiutarla?”
“Vorrei parlare con quello che si occupa dei bambini, se uno vuole lasciare un bambino…”
“Attenda in linea”.

“Hallo, buonasera”
“Dipartimento del welfare, buongiorno”.
“Vorrei parlare con la persona che si occupa dei bambini…”
“Lei è straniera?”
“Beh sì, ma sono una ricercatrice”
“L-E-I  E’  STRA-NI-E-RA?”
“Sì ma”.
“LEI NON CITTA-DINA MA-LE-SIANA?”
“No, ma ascolti”
“Qui noi prendiamo solo i malesiani”.
“Senta però”
“Come si chiama ehm.. signora o signorina?”
“A-I-RID”
“E’ indonesiana, signorina Did?”
“NO, NO, IT…”

 
Partono allora con un accordo preventivo. Basta giurare. Almeno, se sei malese musulmano basta giurare e la nascita si sdoppia, anzi si triangola: utero, Allah, amorevoli braccia del tutore. Diventi un piccolo senza eredità, un bambino che non potrà ricevere dai genitori adottivi né il nome, né più di un terzo dei beni. Gli altri due terzi vanno alla Provvidenza, sotto forma di Previdenza. Sei partito e sei arrivato solo per un terzo. Ti chiami bin Abdullah. Figlio di Dio. Una variante di Esposito, insomma.

Però vivi.

postato da: Airid alle ore giugno 18, 2008 04:58 | Permalink | commenti (4)
categoria:arrivo, materiale, la ricerca del nulla
sabato, 07 giugno 2008

Elevazione.

 Varudini vuole mostrare la sua macchina. Per il momento non la guida perché non si fida, troppo nuova, inoltre suo padre non vorrebbe, che poi è la stessa cosa. Quando finalmente la guiderà, potrà cercare un lavoro migliore e guadagnare più dei centosessanta euro attuali. A rate di metà stipendio, dice allegra, ce la fa in nove anni. Pensati!

La Perodua è verde oliva metallizzato (ha scelto il colore la madre di Varudini perché porta fortuna) e brilla nel garage comune di un lungo parallelepipedo residenziale di venticinque piani secato da corridoi e pozzi interni lungo i quali si elevano gli ex-coolie, gli ex contadini, gli ex pescatori, gli ex minatori della Malesia ora approdati a un’industria mondiale che li trascende.

Varudini sale e mette in moto. Le bambine che hanno accompagnato il Comitato di Adorazione (l’A. e l’Ery) in garage zompettano intorno e ridono.

Il futuro di Varudini pare senza sorprese. A ventiquattro anni, come le sue due sorelle, si sposerà. Speriamo con uno un po’ ricco, ma dipende da come se la gioca sua madre fra le richieste di costume e le occasioni insperate.

Due anni fa, Varudini diciottenne si era imbozzolita in un’indolenza adolescenziale popolata di divinità furibonde e coppie danzanti sulle nevi dell’Himalaya. Non trovava lavoro. Ora è cresciuta e ha il debito in banca ma è più felice, dice. Pensa a comprarsi un appartamento, magari vicino a quello dei genitori; magari nello stesso palazzo. Non la si può biasimare. Ha ancora le divinità, più composte ora, e i film. I film sì.

 

 

postato da: Airid alle ore giugno 07, 2008 11:59 | Permalink | commenti (16)
categoria:materiale
mercoledì, 04 giugno 2008

1 L’isola delle trasformazioni

 

Questa volta l’antropologa non è sola.

Il Giovane Antropologo, chiamiamolo Eriberto detto Ery, ha una caratteristica, quella di esserci, che offusca tutte le altre perché è trasformativa: l’A non può far finta di essere sola. E’ uno scandalo.

L’Ery e l’A. sono al tropico da soli due giorni e già il tropico, l’isola del progresso detta Penang, si è trasformato. L’isola ha certo una sua tendenza intrinseca a trasformarsi, non per niente si chiama (l’a. la chiama) “del progresso”, ma quello non c’entra. Sono anni che i condomini, il cemento e il lusso proliferano cancerosamente, ma ora la presenza dell’Ery contribuisce a cambiarne la consistenza percettiva. L’isola sembra più vera e indifferente.  Esserci è meno simile a un delirio individuale e più vicino a un lavoro. L’Ery fa sentire l’A. responsabile di sé e così, la fa diventare davvero il personaggio che lei stessa sotto pseudonimo ha creato in un certo pezzo del suo blog: un’Antropologa. E l’A. è un po’ stufa di diventare personaggio. Voi capite che però è anche una sensazione esilarante, come volare in aliante.

Quindi al solito caffè con la pioggia tropicale (lì fuori) e kind of blues (qui dentro) non c’è molto da dire. Computer e telefonini. Legami con l’Ovest intrattenuti e scongiurati: avere un fido in banca, tessere l’amore e soprattutto, farsi ricordare, ricordare, ricordare..

I poveri sono ciccioni.

Quei due no. Teorizzano di diventarlo per vari motivi. Sono in corso trasformazioni, insomma.

 

postato da: Airid alle ore giugno 04, 2008 06:11 | Permalink | commenti (6)
categoria:arrivo, materiale, la ricerca del nulla
lunedì, 21 gennaio 2008

Non mi piace questa situazione. La Marina non fa niente per proteggersi dal vento e dagli spruzzi, e sotto quella specie di eskimo chic si vedono facilmente pezzi di pelle con le vene in rilievo. Ha troppe vene, questa donna.

Al mio cliente farò pagare anche questa utilizzazione impropria di un professionista come me in quanto autista di motoscafi: fatturo tutto, io, soprattutto il disagio. La Marina a occhio fattura ancora di più. Non ha mica belle mani, sono arrossate e con le pellicine intorno alle unghie, segno che non si fa il manicure. Segno che non ha ancora capito di che pasta è fatto il nostro cliente e che non è molto professionale. La divisione della gente in professioni mi piace e il grado di professionalità dice molto sul tuo interlocutore. Inoltre non distingue fra maschi e femmine.

“Portami a casa, per favore” dice.

Cazzo, nessuno mi dice dov’è che devo portarla e io dovrei vederlo scritto in cielo. Non rispondo. Torno verso la città e poi mi indicherà lei, altrimenti la scarico alla darsenetta e se vuole può dare di piglio alle sue gambe ben tornite.

“Glielo farai, vero?” dice poi.

Il mio cliente parla sempre del progetto al plurale, come se “cliente” fosse anche lei. Evidentemente esistono opinioni discordi sugli stessi argomenti.

“Certo. Lei è la moglie?”

Lo chiedo perché vorrei capire quanto disagio devo fatturare.

Da come la Marina si chiude il bavero e occulta le vene, ho detto una cazzata.

Non sono mica brutto. Ho un brutto accento, sì, rozzo come pochi, ma professionale e con una certa classe. Una domanda così è come se mi puzzassero le ascelle.

Rallento. Il canale è finito, devo prendere una decisione. La Marina mi spiega dov’è casa sua e la porto fino al piccolo imbarcadero privato: le cazzate hanno un prezzo. Ho dovuto chiederle l’indirizzo e lei deve avere capito che io non sapevo se erano sposati o no e che era una domanda ingenua.

Certe cose non le so mai.

So molti segreti, ma non so quello che è sotto gli occhi di tutti. Per questo mi sono scelto un mestiere dove si proteggono i segreti. Io non ne ho. Sono quello che faccio, basta guardare ma guardare bene, perché quello che faccio io è segreto.

In compenso guidare i motoscafi non rientra nel curriculum e con il vento così di traverso lo scafo sbatte e salta sulle onde finché la Marina ride e mi dice di passarle il volante, poi accosta con precisione, lancia la corda che io le passo – dice cima, ovviamente – intorno alla bitta e fissa il motoscafo al muro, per dirla come la dico io.

Se fosse una marinaia sarebbe più professionale che come amante del mio cliente. Tanto per cominciare, ride, anche se ride di me.

“Vieni a prendere un caffè?” dice.

postato da: Airid alle ore gennaio 21, 2008 02:02 | Permalink | commenti (73)
categoria:luther ritrovato
giovedì, 20 dicembre 2007

catena primo pFinché rotolava e cadeva, l’uomo pensava che fosse impossibile che stesse proprio cadendo in acqua in dicembre. Pensava inoltre che nessun essere umano avrebbe potuto avercela con lui in quel modo e che quindi doveva essere un sogno da pisolino sul moletto. Un sognuccio.

Una mossa precisa, in economia, seguita da quella lunga incredulità che tutto sommato dura anche adesso che sta tutto immerso in acqua: quello gli ha messo una mano sotto la cresta iliaca, l’altra mano sotto la spalla,  l’ha sollevato e lanciato.

LA sua gamba lunga fa perno sul fondo melmoso e la faccia gli si trova subito fuori dall’acqua, esposta alla brezza gelida. L’uomo si divincola e si impernia nella melma. Gli viene in mente l’Uomo Mascherato: più ti divincoli e più affondi. Non sa se chiamare Lotar o la Mamma, poi il piede esce dalla scarpa e lui, libero, si aggrappa alla catena e mette una mano sulla pietra della fondamenta per issarsi in salvo.

Una lunga scarpa inglese gli pesta le dita accuratamente.

Niente da fare, è caduto in un’altra dimensione. E’ pesante. Il chiodo lo tira verso il basso con il suo carico spugnoso di cartamoneta, carta di documenti, fodera, un libro, i kleenex e anche i preservativi perché mai più era venuto quaggiù veramente solo per farsi un giro sull’isola militare, o ex-militare, era venuto perché pensava di telefonare, era venuto perché non si sentiva ancora patetico.

L’indignazione lo prende mentre l’ultimo anfratto dello stomaco cede le sue particelle di calore ai granchi. Si afferra nuovamente alla catena, tenendo questa volta al sicuro la mano mentre si muove piano piano a pelo d’acqua lungo la pietra e i mattoni viscidi della parte immersa del molo. Li sente parlare, Piedone e un altro. Si fa notte.

Vede i quattrocento euro incastrati sotto la catena proprio mentre comincia a sentirsi felice, estraneo. Non si fanno passare quattrocento euro così. Quanti ne farei passare, pensa? Centocinquanta sì. Quattrocento è il prezzo dell’ipod. Gli martellano gli occhi, lo spingono a cercare una scaletta per salire, a calcolare la marea, la corrente e la deriva.

Deriva della terra?

Ma sei matto, Luth?

Livido. Trema. E’ straordinario come nessuno mi salvi quando lo desidero così fortemente, pensa avviandosi per la penisola.

 

postato da: Airid alle ore dicembre 20, 2007 16:34 | Permalink | commenti (37)
categoria:luther ritrovato
martedì, 11 dicembre 2007
tre gru

Lui parla nell’aria umida e lei si guarda intorno distratta. Non giudico i miei clienti, però li devo capire se voglio fare un bel lavoro, pulito, soddisfacente. Non ho una morale, non c’entra. I miei clienti quando non sono soddisfatti me la fanno pagare, a parte che prima di farmela pagare non mi pagano e poi i ragazzi chi li sente. Lei ha gli arti esili, le tette pesanti e il culo a palla. E’ vestita mezzo militare ma tutto questo si vede, si vede anche un pezzo laterale di tetta chiaro, con le vene in rilievo, si vede la caviglia sottile su quei tacchi a spillo con la suola in vibram. Se le vedo io, figuriamoci lui.

 

Sono abituato a essere sottovalutato. Sono considerato come un servo, un robot. A me importa fare quello che ho da fare e poi andarmene, soprattutto quando si lavora sulle isole e ai limiti delle normative, per dire le cose come stanno. Stanno come le metto su io.

Ma qui ci sono ancora da capire molte cose.

 

“Accompagna lei a casa Marina?” dice il mio cliente, porgendomi le chiavi del motoscafo. Ha parlato così tanto che si è fatto notte.

L’ho ascoltato tutto il tempo che ci voleva, anche se ogni parola serviva a dire sempre le stesse tre cose: Marina la scopo io, tu lavori per me, guai a te se la tocchi.

Scherzo.

Ho preso Marina e le chiavi del motoscafo. Prima però mi sono chinato e ho lasciato incastrate sotto la catena quattro banconote da cento euro, casomai il tipo con il jack nell’ombelico ne avesse bisogno. Sì, sono finalmente riuscito a convincermi che sapeva senz’altro nuotare.

 

postato da: Airid alle ore dicembre 11, 2007 09:21 | Permalink | commenti (30)
categoria:buchi, transito, luther ritrovato
giovedì, 22 novembre 2007
rubinetto

C’ero io, e c’era quel tipo magro con il giubbotto di copertoni e l’ipod nelle orecchie. Io sapevo che cosa ci stavo a fare, lui no e non mi aveva l’aria autorizzata. Quelli così alla fine sono grane perché mi viene da aiutarli e alla fine nei guai ci finisco io.

Al sole faceva anche caldino e il sole cadeva solo sul moletto dove stava lui, e dove perciò mi sono accoccolato anch’io. Non si direbbe, ma sono agile e pieghevole.

Il ragazzo guardava l’acqua e io, ovviamente, guardavo lui che non era per niente un ragazzo. A occhio datava della fine degli anni Sessanta: a quel punto, il ragazzo ero io. Mi tenevo con la faccia in ombra per non spaventarlo.

Io quelli con gli ipod non li capisco. Non c’è già abbastanza casino così? Non hanno paura di non sentire il fuori?

Ho sospirato.

 

Sospiro, e il tipo sobbalza. Quindi ci sente, mi dico, e automaticamente mi metto all’erta. Sente oltre l’ipod, o ce l’ha spento. Uno così mi mette paura, perché sono un tipo semplice.

Insomma io sono autorizzato a stare nella zona qui, anzi ci sono per le prossime tre ore perché mi hanno depositato qui in anticipo per i noti motivi di sicurezza, e mi secca sentirmi anche solo leggermente minacciato da uno con l’ipod spento.

Adesso chiude gli occhi e si stende a pancia in su sulle assi appoggiando la testa sulle braccia incrociate. Il giubbotto gli si apre sul davanti e il sole scintilla sul gecchetto delle cuffie non inserito in nessun’entrata. Non c’è ipod, solo il vuoto fra il jack solitario e la cintura dei blue jeans.

 

Dormiva mentre il sole girava dietro l’isolotto. Gli verrà freddo, ho pensato. Sapevo che non mancava molto all’arrivo del mio motoscafo e sapevo che una volta arrivati quei due, io, che sono uno semplice, avrei dimenticato il ragazzo-non-ragazzo al quale in seguito quei due avrebbero fatto un culo così.

Mi sono avvicinato per dirgli di allontanarsi dall’isola così come ci era arrivato. Non vorrei dare l’impressione di un bruto, sono anzi un professionista rinomato e per sicurezza vesto sempre in abito completo, così non commetto bizzarrie. Ha aperto gli occhi un attimo prima di girarsi su un fianco, raggomitolandosi per il freddo. Ho pensato che avesse visto la guancia bruciata invece no; io ho visto invece che dai suoi occhi esce luce. Il jack! Sono sicuro che di solito se lo infila nell’ombelico.

 

Sento il ronzio del motoscafo e echi di voci. Quello lì è uno fragile. Se avessi un ipod, glielo attaccherei al jack pendulo e metterei il volume al massimo così saprebbe che c’è da stare attenti e che c’è qualcuno che veglia su di lui, ma non ho un ipod. Allora gli metto una mano su una coscia, l’altra dietro le spalle e lo butto in acqua, poi mi riinfilo in guanti, vado sull’estremità del moletto e facco cenno ai due che sì, ci sono.

 

 

 

postato da: Airid alle ore novembre 22, 2007 17:27 | Permalink | commenti (38)
categoria:luther ritrovato
giovedì, 18 ottobre 2007

CAM      BEC

Luth

postato da: Airid alle ore ottobre 18, 2007 11:05 | Permalink | commenti (88)
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