lunedì, 21 gennaio 2008

Non mi piace questa situazione. La Marina non fa niente per proteggersi dal vento e dagli spruzzi, e sotto quella specie di eskimo chic si vedono facilmente pezzi di pelle con le vene in rilievo. Ha troppe vene, questa donna.

Al mio cliente farò pagare anche questa utilizzazione impropria di un professionista come me in quanto autista di motoscafi: fatturo tutto, io, soprattutto il disagio. La Marina a occhio fattura ancora di più. Non ha mica belle mani, sono arrossate e con le pellicine intorno alle unghie, segno che non si fa il manicure. Segno che non ha ancora capito di che pasta è fatto il nostro cliente e che non è molto professionale. La divisione della gente in professioni mi piace e il grado di professionalità dice molto sul tuo interlocutore. Inoltre non distingue fra maschi e femmine.

“Portami a casa, per favore” dice.

Cazzo, nessuno mi dice dov’è che devo portarla e io dovrei vederlo scritto in cielo. Non rispondo. Torno verso la città e poi mi indicherà lei, altrimenti la scarico alla darsenetta e se vuole può dare di piglio alle sue gambe ben tornite.

“Glielo farai, vero?” dice poi.

Il mio cliente parla sempre del progetto al plurale, come se “cliente” fosse anche lei. Evidentemente esistono opinioni discordi sugli stessi argomenti.

“Certo. Lei è la moglie?”

Lo chiedo perché vorrei capire quanto disagio devo fatturare.

Da come la Marina si chiude il bavero e occulta le vene, ho detto una cazzata.

Non sono mica brutto. Ho un brutto accento, sì, rozzo come pochi, ma professionale e con una certa classe. Una domanda così è come se mi puzzassero le ascelle.

Rallento. Il canale è finito, devo prendere una decisione. La Marina mi spiega dov’è casa sua e la porto fino al piccolo imbarcadero privato: le cazzate hanno un prezzo. Ho dovuto chiederle l’indirizzo e lei deve avere capito che io non sapevo se erano sposati o no e che era una domanda ingenua.

Certe cose non le so mai.

So molti segreti, ma non so quello che è sotto gli occhi di tutti. Per questo mi sono scelto un mestiere dove si proteggono i segreti. Io non ne ho. Sono quello che faccio, basta guardare ma guardare bene, perché quello che faccio io è segreto.

In compenso guidare i motoscafi non rientra nel curriculum e con il vento così di traverso lo scafo sbatte e salta sulle onde finché la Marina ride e mi dice di passarle il volante, poi accosta con precisione, lancia la corda che io le passo – dice cima, ovviamente – intorno alla bitta e fissa il motoscafo al muro, per dirla come la dico io.

Se fosse una marinaia sarebbe più professionale che come amante del mio cliente. Tanto per cominciare, ride, anche se ride di me.

“Vieni a prendere un caffè?” dice.

postato da: Airid alle ore gennaio 21, 2008 02:02 | Permalink | commenti (69)
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giovedì, 20 dicembre 2007

catena primo pFinché rotolava e cadeva, l’uomo pensava che fosse impossibile che stesse proprio cadendo in acqua in dicembre. Pensava inoltre che nessun essere umano avrebbe potuto avercela con lui in quel modo e che quindi doveva essere un sogno da pisolino sul moletto. Un sognuccio.

Una mossa precisa, in economia, seguita da quella lunga incredulità che tutto sommato dura anche adesso che sta tutto immerso in acqua: quello gli ha messo una mano sotto la cresta iliaca, l’altra mano sotto la spalla,  l’ha sollevato e lanciato.

LA sua gamba lunga fa perno sul fondo melmoso e la faccia gli si trova subito fuori dall’acqua, esposta alla brezza gelida. L’uomo si divincola e si impernia nella melma. Gli viene in mente l’Uomo Mascherato: più ti divincoli e più affondi. Non sa se chiamare Lotar o la Mamma, poi il piede esce dalla scarpa e lui, libero, si aggrappa alla catena e mette una mano sulla pietra della fondamenta per issarsi in salvo.

Una lunga scarpa inglese gli pesta le dita accuratamente.

Niente da fare, è caduto in un’altra dimensione. E’ pesante. Il chiodo lo tira verso il basso con il suo carico spugnoso di cartamoneta, carta di documenti, fodera, un libro, i kleenex e anche i preservativi perché mai più era venuto quaggiù veramente solo per farsi un giro sull’isola militare, o ex-militare, era venuto perché pensava di telefonare, era venuto perché non si sentiva ancora patetico.

L’indignazione lo prende mentre l’ultimo anfratto dello stomaco cede le sue particelle di calore ai granchi. Si afferra nuovamente alla catena, tenendo questa volta al sicuro la mano mentre si muove piano piano a pelo d’acqua lungo la pietra e i mattoni viscidi della parte immersa del molo. Li sente parlare, Piedone e un altro. Si fa notte.

Vede i quattrocento euro incastrati sotto la catena proprio mentre comincia a sentirsi felice, estraneo. Non si fanno passare quattrocento euro così. Quanti ne farei passare, pensa? Centocinquanta sì. Quattrocento è il prezzo dell’ipod. Gli martellano gli occhi, lo spingono a cercare una scaletta per salire, a calcolare la marea, la corrente e la deriva.

Deriva della terra?

Ma sei matto, Luth?

Livido. Trema. E’ straordinario come nessuno mi salvi quando lo desidero così fortemente, pensa avviandosi per la penisola.

 

postato da: Airid alle ore dicembre 20, 2007 16:34 | Permalink | commenti (37)
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martedì, 11 dicembre 2007
tre gru

Lui parla nell’aria umida e lei si guarda intorno distratta. Non giudico i miei clienti, però li devo capire se voglio fare un bel lavoro, pulito, soddisfacente. Non ho una morale, non c’entra. I miei clienti quando non sono soddisfatti me la fanno pagare, a parte che prima di farmela pagare non mi pagano e poi i ragazzi chi li sente. Lei ha gli arti esili, le tette pesanti e il culo a palla. E’ vestita mezzo militare ma tutto questo si vede, si vede anche un pezzo laterale di tetta chiaro, con le vene in rilievo, si vede la caviglia sottile su quei tacchi a spillo con la suola in vibram. Se le vedo io, figuriamoci lui.

 

Sono abituato a essere sottovalutato. Sono considerato come un servo, un robot. A me importa fare quello che ho da fare e poi andarmene, soprattutto quando si lavora sulle isole e ai limiti delle normative, per dire le cose come stanno. Stanno come le metto su io.

Ma qui ci sono ancora da capire molte cose.

 

“Accompagna lei a casa Marina?” dice il mio cliente, porgendomi le chiavi del motoscafo. Ha parlato così tanto che si è fatto notte.

L’ho ascoltato tutto il tempo che ci voleva, anche se ogni parola serviva a dire sempre le stesse tre cose: Marina la scopo io, tu lavori per me, guai a te se la tocchi.

Scherzo.

Ho preso Marina e le chiavi del motoscafo. Prima però mi sono chinato e ho lasciato incastrate sotto la catena quattro banconote da cento euro, casomai il tipo con il jack nell’ombelico ne avesse bisogno. Sì, sono finalmente riuscito a convincermi che sapeva senz’altro nuotare.

 

postato da: Airid alle ore dicembre 11, 2007 09:21 | Permalink | commenti (30)
categoria:buchi, transito, luther ritrovato
giovedì, 22 novembre 2007
rubinetto

C’ero io, e c’era quel tipo magro con il giubbotto di copertoni e l’ipod nelle orecchie. Io sapevo che cosa ci stavo a fare, lui no e non mi aveva l’aria autorizzata. Quelli così alla fine sono grane perché mi viene da aiutarli e alla fine nei guai ci finisco io.

Al sole faceva anche caldino e il sole cadeva solo sul moletto dove stava lui, e dove perciò mi sono accoccolato anch’io. Non si direbbe, ma sono agile e pieghevole.

Il ragazzo guardava l’acqua e io, ovviamente, guardavo lui che non era per niente un ragazzo. A occhio datava della fine degli anni Sessanta: a quel punto, il ragazzo ero io. Mi tenevo con la faccia in ombra per non spaventarlo.

Io quelli con gli ipod non li capisco. Non c’è già abbastanza casino così? Non hanno paura di non sentire il fuori?

Ho sospirato.

 

Sospiro, e il tipo sobbalza. Quindi ci sente, mi dico, e automaticamente mi metto all’erta. Sente oltre l’ipod, o ce l’ha spento. Uno così mi mette paura, perché sono un tipo semplice.

Insomma io sono autorizzato a stare nella zona qui, anzi ci sono per le prossime tre ore perché mi hanno depositato qui in anticipo per i noti motivi di sicurezza, e mi secca sentirmi anche solo leggermente minacciato da uno con l’ipod spento.

Adesso chiude gli occhi e si stende a pancia in su sulle assi appoggiando la testa sulle braccia incrociate. Il giubbotto gli si apre sul davanti e il sole scintilla sul gecchetto delle cuffie non inserito in nessun’entrata. Non c’è ipod, solo il vuoto fra il jack solitario e la cintura dei blue jeans.

 

Dormiva mentre il sole girava dietro l’isolotto. Gli verrà freddo, ho pensato. Sapevo che non mancava molto all’arrivo del mio motoscafo e sapevo che una volta arrivati quei due, io, che sono uno semplice, avrei dimenticato il ragazzo-non-ragazzo al quale in seguito quei due avrebbero fatto un culo così.

Mi sono avvicinato per dirgli di allontanarsi dall’isola così come ci era arrivato. Non vorrei dare l’impressione di un bruto, sono anzi un professionista rinomato e per sicurezza vesto sempre in abito completo, così non commetto bizzarrie. Ha aperto gli occhi un attimo prima di girarsi su un fianco, raggomitolandosi per il freddo. Ho pensato che avesse visto la guancia bruciata invece no; io ho visto invece che dai suoi occhi esce luce. Il jack! Sono sicuro che di solito se lo infila nell’ombelico.

 

Sento il ronzio del motoscafo e echi di voci. Quello lì è uno fragile. Se avessi un ipod, glielo attaccherei al jack pendulo e metterei il volume al massimo così saprebbe che c’è da stare attenti e che c’è qualcuno che veglia su di lui, ma non ho un ipod. Allora gli metto una mano su una coscia, l’altra dietro le spalle e lo butto in acqua, poi mi riinfilo in guanti, vado sull’estremità del moletto e facco cenno ai due che sì, ci sono.

 

 

 

postato da: Airid alle ore novembre 22, 2007 17:27 | Permalink | commenti (38)
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giovedì, 18 ottobre 2007

CAM      BEC

Luth

postato da: Airid alle ore ottobre 18, 2007 11:05 | Permalink | commenti (88)
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martedì, 16 ottobre 2007

 

Una certezza nella terza Città

 

“Non vado?” sbraita Lara al cellulare, costeggiando il bordo del cratere. Ha certe ballerine di vernice rossa che la spiazzano e una foglia infilata nel calcagno che cerca di scuotere via prima che le venga una vescica.

“Responsabilità?” dice più piano, chinandosi a levare la foglia con un dito. LA ballerina le cade nel cratere. E’ un bordo appena accennato, niente di particolarmente  chiaro ma sufficientemente ripido da far scivolare la scarpa verso il centro e verso il ragazzo esangue.

“Entro febbraio, dici” esala Lara appoggiando il piede nudo sulle foglie.

Un’ambulanza arriva, frena e sconquassa la trasformazione autunnale.

Le polveri sottili non aiutano l’ossigeno a raggiungere i polmoni del ragazzo né la pelle di Lara a sembrare ancora dorata. Mehmet ha l’aria disfatta, la faccia segnata, un vestito elegante e un figlio mezzo morto ai suoi piedi. Il Dodici cigola.

Un barelliere le porge la scarpa.

“Mica cenerentola, eh” commenta.

Ha il piede sporchissimo, questo è chiaro, impastato di foglie e polveri sottili.

“Io vado” dice a Mehmet. “Ma dimmi che vedi il cratere”.

“Ci sentiamo” dice lui senza quasi girare la testa.

Allontanandosi Lara segue le rotaie. Di questo è certa: ci sono le rotaie, le foglie, e in fondo un cratere. Una volta, quando li ha visti per la prima volta, era estate.

 

postato da: Airid alle ore ottobre 16, 2007 00:40 | Permalink | commenti
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venerdì, 28 settembre 2007

La terza città ...


La fine sull’orlo

 

“Tu perché gliel’hai detto?” urla Mehmet polmon scoppiante.

LA piazza è vuota a parte i tram. I conducenti e i passeggeri sono nascosti dentro a una piccola pizzeria. Fa un caldo odoroso di foglie e di smog perché a dispetto di tutto è autunno, una stagione processuale.

Lara è restata sul Dodici e osserva questo signore elegante, asciutto, urlare a un ragazzo con la faccia sanguinante. Certo, urla in arabo, e che sarà mai; però ripete le frasi principali in italiano.

A terra ce n’è un altro, che però non sanguina, e intorno moltri altri, un gruppo losco e giovane, a denti stretti.

Poi il gruppo si dirada. Mehmet tende la mano a Lara per aiutarla a superare indenne i passeggeri che recuperano, cellulare all’orecchio, raccontando il simile, i loro tragitti d’origine.

I due si avvicinano al ragazzo grasso e malconcio rannicchiato fra le foglie.

“Secondo te lo devo portare a ospedale?” chiede Mehmet.

“Non sei mica turco” osserva Lara “né io medico”.

Un drappello di persone corre verso di loro sollevando foglie, e Lara percepisce allora con chiarezza i contorni del cratere.

Quello per terra non è un ragazzo.

postato da: Airid alle ore settembre 28, 2007 14:40 | Permalink | commenti (26)
categoria:buchi, terza cittĂ 
domenica, 02 settembre 2007

La terza città VIII (IIX)

 

 

Lara sente il buio alle sua spalle come a essere sulla linea del cambiamento di data. Un passo indietro un giorno. Un passo avanti niente, solo un po’ di spaziotempo in più consumato. Il cielo ha molti colori diversi ma è vuoto.

Alle sue spalle fa freddo.

Se facesse due passi in avanti, potrebbe scavalcare la balaustra e lanciarsi.

Il sole squaglia la sua pelle d’oca; smette di essere orripilata.

“Cazzo di ora è” articola male una voce dal buio. Lara trasale: una camera chiusa è effettivamente un buio del cazzo pensa, e mente:

“Le nove e mezzo”.

Dentro si sentono movimenti affannosi. Lei si sporge dalla balaustra e guarda di sotto, la strada vuota ei binari dei tram che luccicano; apre la mano e osserva la stoffa cadere, appena disturbata dalla brezza.

L’uomo sporge la testa al sole:

“Hai mica visto la mia cravatta?”

Lara mente di nuovo. Folate di aria fredda escono dalla porta finestra della camera, poi esce lui con lo sguardo truce. Sta per parlare e dire l’ovvio, che sono le 5.45, quando gli uccellini che vivono negli anfratti dei palazzi si scatenano a cantare proprio l’ovvio, che è l’alba di un nuovo giorno in cui l’incravattato è senza cravatta e Lara mente anche lei come uno di loro, senza nido e non per questo senza ugola.

 

postato da: Airid alle ore settembre 02, 2007 19:28 | Permalink | commenti (59)
categoria:buchi, terza cittĂ , strappi alle regole
mercoledì, 04 luglio 2007

La terza città - VII bis

“Ti dico che c’era un cratere e le rotaie del 12 tutte ingrovigliate!”.

“Cos’è cratere? Inghiiovili…?”

Mehmet e Lara sono da “Anna e Luciano” intenti a consumare il predessert. Lui è firmato dalla testa ai piedi, nota Lara. Con un movimento analogo intingono il cucchiaino nella crema di cioccolato bianco guarnita di more biologiche, così ha detto il cameriere a lei che protestava di non aver ordinato quel dolce, a lei che fra il secondo e il dolce di solito, se c’è un solito, quando c’era un solito, era in silenzio e in pausa.

Poi lui vuole fumare, escono e sudano. Ha pagato con una carta di credito dorata che Lara non ha fatto in tempo a occhieggiare abbastanza per verificare il nome.

“Non ho mai lavorato in un negozio di telefoni” dice lui aspirando da una canna sottilissima “io sono un commerciante, lo sai”, e le poggia una mano sulla spalla.

Lara non si ritira. Mehmet ricco non è uguale a Mehmet disgrassià, pensa, e allora sguscia via dal braccio turco.

“Un cratere enorme, la gente schizzata via, ti dico, io ero con uno!” sta ripetendo lei. Mehmet si acciglia.

“Chi?”

 

Entrano in un piccolo locale con un cortiletto dove avventori firmati e sudati fumano il narghilè.

“Tu conosci i tarocchi cabili?” le chiede.

“Ma va’, tu e i tarocchi”.

“Tu invece hai le visioni di negozi di telefonia e crateri”.

 

Questa cosa delle visioni per Lara non quadra. Avrà anche scambiato lo scoppio di una tubatura per un attentato terroristico, sarà anche poco fisionomista e il tipo con cui parlava e che lavorava ai telefoni non era Mehmet, ma c’è un limite o sarebbe pazza, delirante, patologica insomma. Sarebbe pericoloso, o pericolosa.

 

La libanese dice di aver studiato le carte cabile a Tizi Ouzou da sua nonna. Mehmet sta parlando con un tizio e ha lasciato Lara lì, ad annoiarsi e sentirsi dire le solite cose.

“Ah!” esclama la maga. “La dominante, vedi?”

 

Lara vede l’Incravattato con la camicia sporca di sangue.

 

postato da: Airid alle ore luglio 04, 2007 16:36 | Permalink | commenti (77)
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lunedì, 18 giugno 2007

La terza città VII

 

La tipa osserva il cratere alla sua sinistra. Non pensava che i binari di un tram potessero strapparsi così irregolarmente o fondersi con tanta semplicità. Certo da lì il 12 non passerà più, pensa, e chi lo sa se farà come i neuroni che si industriano a far viaggiare l’impulso elettrico per un’altra via.

Il cratere alle sue spalle è più indecifrabile. Innanzitutto è stato appena attraversato proprio da lei, da lei che si volta a guardarlo. MA come fanno a esserci già erbacce, se è fresco come tutti gli altri?, pensa la tipa.

Inoltre è vasto. Se non si passa di lì, non si passa.

In fondo all’avvallamento c’è acqua. La tipa infatti è bagnata e sembra pure più magra con i vestiti appiccicati addosso. Ha la pelle d’oca e non se n’era accorta.

Sulla strada i pezzi di grandine si sciolgono al sole.

L’uomo in giacca e cravatta che le è accanto ha gli occhi sbarrati ed è fradicio quanto lei. Si porta una mano alle reni e stira la bocca come se soffrisse.

“Ti sei fatto male?” chiede lei.

“No, è una roba vecchia. Ma non me l’aspettavo”.

“No neanch’io”.

Il sole scalda e l’afa guadagna terreno.

“Levati la giacca e la cravatta, tanto mica sei più presentabile così” dice la tipa.

L’uomo sorride.

“Allora tu levati la maglietta e il reggipetto, per lo stesso motivo.

Il 12 rallenta e si ferma precipitando nel silenzio.

 

“Io però devo andare” dice l’incravattato.

Lei si avvicina e gli sfila la giacca e la cravatta. Ha del sangue sulla camicia. Lo guarda negli occhi.

 

E il 12 è oltre il piccolo cratere. La tipa, che si chiama Lara, cerca di correre per prenderlo, scivolando sul guano che ricopre ogni cosa; ma ha buoni sandali che fanno presa.

 

postato da: Airid alle ore giugno 18, 2007 13:58 | Permalink | commenti (35)
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